Se ancora il cinema d’autore include, nella sua identità, un profondo legame con l’esperienza in sala, l’intrattenimento diventa sempre di più appannaggio dello streaming e della visione domestica. Come naturale conseguenza, i prodotti appartenenti a un unico filone drammaturgico si alternano tra film ed episodi seriali senza necessità di creare un distinguo tra le due forme d’opera in quanto reperibili simultaneamente su una stessa piattaforma e portando ad avvicinare la qualità degli uni a quella degli altri.
È solo in questa inedita e cruciale impostazione dei franchise cinematografici che può nascere Jack Ryan: Ghost War. Il lungometraggio funge da sequel diretto dell’ultima stagione della serie che ha visto John Krasinski prendere il volto di Jack Ryan, protagonista di numerosi lavori di Tom Clancy e icona della narrazione a tema spionaggio nella sua multimedialità. Sarà riuscito il regista Andrew Bernstein a trasporre le complessità di un personaggio seriale nelle limitazioni che impone una pellicola della durata di un’ora e quarantasei minuti?
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Jack Ryan di nuovo in azione
A sostegno della convergenza di cinema e televisione nel “Ryanverse”, chi non fosse a conoscenza del finale della serie tv avrebbe difficoltà a metabolizzare l’inizio della storia. Esso infatti mostra un Jack Ryan ritiratosi da tempo a vita privata, reduce da una tumultuosa esistenza nel ruolo di analista al servizio della CIA e misteriosamente riconvocato per un occasionale impegno da corriere. Tale abbandono da parte del protagonista diverrà il pretesto per raccontare lo stato di salute dei servizi segreti statunitensi, tema centrale di Jack Ryan: Ghost War che assumerà importanza man mano che il compito dell’ex agente apparirà più complicato e pericoloso del previsto.

Tra i figuranti del racconto, John Krasinski non è l’unica performance in continuità con Jack Ryan (2018-2023). Anche qui ritroviamo il vicedirettore James Greer, alias Wendell Pierce, la direttrice Elizabeth Wright interpretata da Betty Gabriel e l’agente Mike November, la cui presenza segna il ritorno di Michael Kelly dopo la partecipazione alle riprese di The penguin. Finalmente riunite, queste vecchie conoscenze dei fan del serial dovranno fronteggiare una nuova terribile minaccia che metterà a dura prova la vita dei protagonisti e la bussola morale dell’intelligence USA.
La scelta di riportare in scena gran parte del cast originario suggerirebbe la volontà da parte della produzione di impacchettare una semplice operazione nostalgia, in perfetta linea con le tendenze commerciali odierne. Al contrario, la trama del film rivela un intento differente: non tanto la celebrazione di una conclusione quanto la sua destrutturazione, ridefinendo ruoli, relazioni tra i personaggi e stabilendo un nuovo ordine per un possibile prosieguo di questo quinto reboot dell’universo di Jack Ryan.
Una zona grigia di generi cinematografici
Qual è dunque la direzione che Jack Ryan: Ghost War vuole perseguire rispetto al peso specifico della propria eredità? Guarda verso l’orizzonte del thriller fantapolitico o dell’action comedy?
Sembra che nemmeno Andrew Bernstein abbia le idee perfettamente chiare in merito alla questione, tanto che se in taluni momenti è avvertibile la pretesa di delineare un intreccio complesso e districabile nella sua interezza solo prestando grande attenzione all’azione, in altri il film cede dinanzi alla tentazione di regalare allo spettatore episodi creativi e spettacolari che hanno poco a che fare con lo sviluppo degli avvenimenti. Nonostante l’alta qualità del ritmo narrativo e del bilanciamento tra scene dinamiche e dialoghi, per tutta la durata della pellicola si percepisce una mancata presa di posizione su quale sensazione l’atmosfera del lungometraggio debba trasmettere.
Un esempio lampante di questa dinamica è la rappresentazione della città di Dubai, ambientazione principale di buona parte del lungometraggio. Quest’ultimo non trascura la questione bollente del rapporto occidente-medio oriente ed è lo stesso John Krasinski, nei primi minuti di film, a parlare di come certe alleanze economiche troppo spesso lascino in disparte fattori politici; nondimeno, alcune sequenze fotografate da Arnau Valls Colomer risultano una pubblicità sfavillante e maldestramente nascosta alla capitale economica degli Emirati Arabi Uniti.

La rivincita del sogno americano
Per fortuna, pure a seguito del becero product placement sopracitato, il regista non esclude dal contesto drammatico l’altra faccia della medaglia, ovvero un’interazione tra Stati Uniti e paesi arabi spesso concretizzatasi in conflitti ideologici causa di crisi umanitarie e geopolitiche tra le più vivide dell’ultimo secolo. Recuperando lo spirito maggiormente caustico della saga, Andrew Bernstein affronta l’argomento evidenziando le criticità di ciascuna fazione, ma ricordando sempre l’importanza di assumere un punto di vista, attraverso una frase che James Greer dice all’ex agente CIA:
«Se non vedi la verità sei solo un analista del cazzo.»
Si tratta senza dubbio di un orientamento etico coraggioso, sebbene incompiuto, in un’epoca che associa il sogno americano a un’illusione appartenente al passato, un involucro privo di contenuto e colmo di profitti illeciti abbellito con la retorica del liberalismo e della democrazia.
Può darsi che, dopo un periodo giustificabile di riluttanza mondiale verso la “terra delle opportunità”, Jack Ryan: Ghost War abbia i numeri per dare inizio a una sorta di reboot espositivo di un Paese che, di questi tempi, avrebbe davvero bisogno di risorgere dalle proprie ceneri ancora ardenti, fare i conti con diverse zone d’ombra e ricordare a tutti che cosa l’abbia reso davvero grande, sia cinematograficamente che culturalmente.