Cannes
‘The Man I Love’: AIDS e viale del tramonto di un artista iconico
Nella New York anni Ottanta un attore teatrale queer, malato di Aids, coglie le sue ultime opportunità, in teatro e nelle relazioni
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2 giorni agoon
Non è affatto facile fare un film sull’AIDS ambientato alla fine degli anni Ottanta, quando la malattia falcidiava vite senza pietà, e raccontare una generazione di artisti che frequentavano la scena newyorkese in quegli anni, molti dei quali scomparsi giovanissimi senza quasi lasciare traccia.
Non è facile, ma è esattamente ciò che Ira Sachs – regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, classe 1965 – intende fare nel suo film in concorso al 79° Festival di Cannes dal titolo The Man I Love, a partire dal racconto di Jimmy George, un artista queer iconico del teatro e della comunità omosessuale newyorkese, e della sua storia, che si svolge alla fine degli anni Ottanta, proprio nel periodo in cui il regista viveva a New York, mentre l’HIV mieteva vittime fra i suoi amici e conoscenti.
Il film, che vuole essere un omaggio alla memoria di queste persone (realizzato grazie ai quindici anni di collaborazione con Mauricio Zacharias e dopo venticinque rifiuti da parte di produttori) si ispira proprio ad esperienze dirette e traumatiche viste o vissute da coloro che gli erano vicini in quegli anni.
Molti erano artisti o comunque lavoravano nel mondo dello spettacolo, appartenevano alla comunità gay e dovevano fare i conti con la malattia, tra momenti di speranza e desiderio, di tristezza o depressione, nel tentativo di continuare a lavorare e a vivere ancora, grazie alle terapie sperimentali che iniziavano a emergere, cogliendo ogni attimo di vita e felicità.
Il titolo del film è ispirato al celebre brano musicale di George Gershwin, con le parole di Ira Gershwin, che il protagonista del film canta in un momento topico, sia pur in maniera ritmicamente ‘imperfetta’ a causa del male galoppante ma con grande trasposto emotivo, forse dedicando il brano al compagno Dennis che amorevolmente, da anni, lo assiste e lo protegge (volutamente dimesso e iper-serio, l’attore Tom Sturridge) un personaggio del film che, pur nascosto all’ombra della star sul viale del tramonto, emerge a rappresentare la silente grandezza e la nobiltà d’animo del vero amore e del prendersi cura dell’altro.
“Non è stato facile interpretare Jimmy George dopo Freddie Mercury – ha commentato Rami Malek emozionato per la standing ovation ricevuta dalla prima del suo film – erano uomini simili, ma anche mondi a parte, come figure radicalmente diverse”.
The Man I Love: tra fragilità, desiderio di vivere, arte e malattia
Tra i temi ricorrenti nelle opere di Ira Sachs è sicuramente quello della precarietà, della fragilità, del cogliere ogni momento della vita, del non voler restare soli: così nel film Frankie, interpretato da Isabelle Huppert e presentato in concorso ufficiale al 72º Festival di Cannes (2019), un’attrice e matriarca di una grande famiglia, scoperto un male incurabile che le riserva pochi mesi di vita chiama a raccolta la sua famiglia per un’ultima vacanza collettiva.
Oggi, a sette anni di distanza, con The Man I Love, ancora una storia che affronta una morte annunciata in maniera corale, dove il protagonista (un bravo Rami Malek, forse un po’ troppo ammiccante, tra tic e smorfie che, se in parte sottratte, non toglierebbero nulla alla sua recitazione già espressiva) è sempre circondato da amici, parenti e dal suo amato compagno che gli dedica il suo tempo e la sua intera vita.
Questa dedizione, all’epoca si scontrava con il mancato riconoscimento di una qualsiasi ‘relazione’ o ‘parentela’, come quando Dennis chiede notizie di Jimmy in ospedale e viene scacciato in malo modo dal dottore, a ricordo di un passato in cui non vi era alcun diritto verso l’amato/a, per conviventi non sposati e tanto peggio se omosessuali: almeno in questo ambito la società (non ovunque purtroppo) ha provato a evolversi con il riconoscimento delle coppie di fatto e delle unioni civili.
Jimmy cerca di vivere a tutto tondo ciò che la vita può ancora offrirgli, catturando scampoli di gioia mediante un’occasionale avventura – quella con Vincent dai capelli rossi (Luther Ford), un nuovo vicino di casa che non sa nulla della sua malattia e che si innamora di lui in modo adolescenziale – e tramite l’arte, cercando di recitare e cantare ancora.
E riuscirà, in momenti molto ispirati del film, a cantare ancora qualche canzone e a recitare qualche parte in teatro, come nei reiterati incontri di una piccola compagnia di amici per la messa in scena dello spettacolo teatrale che deve riprodurre una sequenza dell’opera Il était une fois dans l’Est (1974) del drammaturgo canadese Michel Tremblay (poi trasposta al cinema dal regista André Brassard), che racconta in modo tragicomico il mondo dei ‘diversi’ di Montréal, tra prostitute, drag queen e travestiti.
A Jimmy è affidato il ruolo di Carmen (nel film originale interpretato dall’attrice Sophie Clément) che durante le prove per un concerto country, deve rimproverare varie volte la band con cui si esibisce perché non riesce a tenere il ritmo della musica (un po’ come Jimmy stesso).
Ma lentamente il declino si fa strada e, poco a poco, sarà evidente come, a causa della malattia, Jimmy non è in grado di ricordare le battute a memoria, pur avendole provate continuamente, nonostante il supporto dei compagni teatranti e dei primi auricolari utilizzati in scena.
Guarda cosa hanno fatto alla mia canzone, mamma
Mai veramente accettato dalla sua famiglia, che ignora o non vuole ricordare il passato burrascoso di Jimmy e la sua omosessualità dichiarata – tanto che Dennis, il suo compagno, non viene mai invitato a casa dei genitori – il nostro protagonista ha però un’amata sorella Brenda (magnifica Rebecca Hall nel ruolo) ed un nipote che lo adora: sono loro, con il cognato, la sua vera famiglia, che lo segue negli spettacoli e nell’evoluzione della malattia, anche se non vivono a New York.
Jimmy non va volentieri da genitori ma, in occasione delle loro nozze d’oro decide di fare uno sforzo: sa che è l’ultima volta che li incontrerà ed è lì, nella casa natìa, che l’artista improvvisa con la chitarra davanti a tutta la famiglia riunita, una lunghissima ed accorata versione della canzone Look What They’ve Done To My Song, Ma, di Melanie Safka (grande successo nel 1970, ripresa nel tempo da vari artisti tra cui Dalida), quasi un testamento spirituale.
Le lacrime scendono, Jimmy vorrebbe protrarre la canzone all’infinito: le parole cantate parlano in modo significativo, sono rivolte ai suoi e al mondo: “Guarda cosa hanno fatto alla mia canzone, mamma/ Guarda cosa hanno fatto alla mia canzone/Beh, è l’unica cosa che sono riuscito a fare più o meno bene/E sta andando tutto storto, mamma/Guarda cosa hanno fatto alla mia canzone”.
Mentre risuonano nella colonna sonora canzoni quali La bambola di Patty Pravo e si ascolta la performance in lingua inglese di Rita Pavone nei panni di Giamburrasca, Jimmy dona una telecamera al suo amato nipote Billy, come finestra aperta sul futuro, un gesto di generoso affetto ma anche una forma di eredità artistica.