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‘The Sea’ – Il diritto impossibile di vedere il mare
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2 giorni agoon
Ci sono immagini di realtà che non dovrebbero affatto esistere. I fucili e i bambini, per esempio, non dovrebbero mai essere fianco a fianco.
Eppure non è così, e basta l’arrivo di un autobus davanti a un checkpoint israeliano per capire immediatamente quale sarà il tono di The Sea, diretto da Shai Carmeli-Pollak. Nessuna musica drammatica, nessuna grande esplosione, nessuna retorica spettacolare. Solo corpi, attese, controlli, tensioni silenziose. Un bambino che vuole vedere il mare, e una serie infinita di uomini armati che sembrano essere lì proprio per impedirglielo.
Uno sguardo neorealista su una realtà surreale
Il protagonista del film è Khaled, dodicenne palestinese che vive nei pressi di Ramallah e che sogna una cosa apparentemente semplicissima: raggiungere il Mediterraneo. Una premessa minuscola, quasi banale, che nelle mani di Carmeli-Pollak si trasforma lentamente in qualcosa di enorme, doloroso e profondamente politico. Perché The Sea è, prima di tutto, un film neorealista.
E no, il paragone con Ladri di biciclette non è così assurdo come potrebbe sembrare. Come nel cinema di Vittorio De Sica, anche qui tutto nasce da una necessità umana elementare. Antonio Ricci voleva una bicicletta per lavorare. Khaled vuole vedere il mare. Desideri semplicissimi che, in un contesto sociale profondamente malato, diventano improvvisamente irraggiungibili.
Ma il neorealismo di The Sea non vive soltanto nei temi. Vive soprattutto nello sguardo. Carmeli-Pollak rinuncia costantemente alla spettacolarizzazione della tragedia, preferendo invece seguire i propri personaggi nella quotidianità dell’attesa, dei controlli, dei silenzi e delle umiliazioni burocratiche. La guerra resta quasi sempre fuori campo, e proprio per questo finisce per infiltrarsi ovunque: nei corpi, negli spazi, nelle pause, nella tensione silenziosa di un checkpoint. Il dramma non esplode mai davvero. Si accumula lentamente, scena dopo scena, fino a diventare normalità.
«Ha un’arma?», chiede un controllore a civili disarmati, mentre attorno a loro si muovono soldati con i fucili in spalla. Situazioni surreali, che però il film racconta con una naturalezza disarmante.
The Sea – Il bambino che non può vedere il mare
Carmeli-Pollak compie un’operazione di grande intuizione: quella di evitare costantemente il melodramma. Sarebbe stato fin troppo facile trasformare The Sea in un film continuamente alla ricerca della commozione dello spettatore occidentale, un’opera costruita attorno al ricatto emotivo e alla spettacolarizzazione della sofferenza. E invece il regista sceglie una strada completamente diversa.
Il dramma, qui, è semplice. Quotidiano. Silenzioso.
Non ci sono lunghi monologhi politici, o personaggi trasformati artificialmente in simboli assoluti, tantomeno ci sono scene costruite unicamente per scioccare. Khaled resta sempre un bambino. Ed è proprio questo a rendere il film così doloroso.
Perché in Palestina un bambino non ha nemmeno il diritto di essere un bambino.
Un desiderio tanto semplice quanto irraggiungibile
Khaled vuole semplicemente vedere il mare. Vuole guardare quell’orizzonte blu che per milioni di persone rappresenta normalità, vacanza, libertà, estate. E invece il film trasforma lentamente il Mediterraneo in qualcosa di quasi metafisico. Non un luogo geografico, ma una promessa. Un altrove continuamente immaginabile ma perennemente negato.
Da questo punto di vista, The Sea funziona quasi come un road movie immobile. I chilometri da percorrere non sono poi molti, eppure ogni spostamento sembra impossibile. Lo spazio stesso diventa ideologico. Un checkpoint può trasformarsi in muro invalicabile, un documento può ridefinire completamente il destino di una persona, un confine può decidere chi ha diritto a vivere, e chi invece no.
E allora il mare smette lentamente di essere soltanto una destinazione narrativa. Diventa qualcosa di molto più grande: l’immagine concreta di una libertà che esiste, ma che in Palestina nessuno può raggiungere.
The Sea – La normalità dell’assurdo
Anche visivamente il film lavora molto bene su questa sensazione di sospensione continua. La regia di Carmeli-Pollak è asciutta, essenziale, quasi invisibile. Non c’è compiacimento estetico, ma nemmeno quella falsa sporcizia pseudo-documentaristica che molti film contemporanei utilizzano per simulare autenticità. The Sea osserva, segue, accompagna inesorabilmente. E basta.
Osserva Khaled. Osserva suo padre. Osserva gli adulti che li circondano. Ma soprattutto osserva un mondo in cui l’ingiustizia è diventata così quotidiana da apparire come norma. Ed è probabilmente questo l’aspetto più straziante dell’intero film. Non tanto la violenza in sé, quanto la sua normalizzazione.
Perché The Sea mostra persone che guardano, che assistono. Vedono perfettamente ciò che sta accadendo e, semplicemente, continuano la propria giornata. Come se tutto fosse inevitabile e il dolore degli altri appartenesse ormai all’arredamento della realtà.
Eppure il film è intelligentissimo anche nel non trasformare mai questa condizione in una condanna indistinta dell’essere umano. Anzi. Gran parte delle persone che Khaled incontra lungo il proprio viaggio lo aiutano, lo proteggono, gli tendono una mano. Come a suggerire qualcosa di molto semplice: un essere umano, davanti a un bambino, proverà sempre ad aiutarlo. Il problema nasce quando, al posto dell’essere umano, entra in scena il sistema. Ed è lì che The Sea diventa davvero straziante.
Perché il film mostra il momento esatto in cui l’oppressione diventa incontrovertibile e irreversibile, ovvero quando smette di stupire. Quando si trasforma in procedura, abitudine, amministrazione quotidiana della vita e dei corpi.
L’assurdo si trasforma in normalità.
Un controllo armato diventa routine. L’umiliazione burocratica diventa una pratica ordinaria.
E persino il desiderio innocente di un bambino può venire percepito come un problema amministrativo.
Per chi era il cappuccino con il latte di soia?
E, come tristemente ci si poteva aspettare, The Sea non lascia speranze.
La pellicola di Carmeli-Pollak sembra suggerire che il vero orrore non è soltanto l’oppressione politica, ma il momento esatto in cui gli esseri umani imparano a conviverci senza più reagire. Quando la violenza smette di sembrare violenza e il privilegio diventa talmente evidente da apparire naturale.
Il regista costruisce, così, un finale silenzioso e dolorosissimo, in cui la quotidianità continua ostinatamente ad andare avanti mentre, a pochi metri di distanza, qualcun altro vede la propria libertà sgretolarsi lentamente.
E allora basta una frase banalissima, apparentemente innocua, per far crollare addosso allo spettatore tutto il peso del film:
«Per chi era il cappuccino con il latte di soia?»
Una domanda normalissima. Quasi ridicola nella sua semplicità, eppure al contempo devastante. Perché esprime improvvisamente tutta la distanza possibile tra chi può permettersi di vivere serenamente la propria normalità, e chi invece deve continuamente a lottare persino per il proprio diritto di muoversi, attraversare un confine o, semplicemente, guardare il mare.
Ed è proprio questa la più grande intuizione di The Sea: mostrare che il potere non vive soltanto nelle armi, nei soldati o nei checkpoint, ma anche nella terrificante capacità degli esseri umani di abituarsi all’ingiustizia quando questa entra a far parte della vita di tutti i giorni.
La mostruosa e banale capacità di disumanizzare anche il desiderio più innocente di un semplice bambino: quello di voler vedere il mare.