Il 19 dicembre 1974, la scrittrice e intellettuale newyorchese Linda Rosenkrantz incontra l’amico fotografo Peter Hujar, figura di spicco del Greenwich Village e autore di celebri scatti in bianco e nero. Tra questi, anche la fotografia scelta per la copertina del romanzo best-seller A Little Life (Una vita come tante, 2015) di Hanya Yanagihara.
Peter Hujar’s Day. Una storia lunga cinquant’anni
Nel corso di una giornata trascorsa nell’appartamento di Hujar, Rosenkrantz intervista l’amico con l’idea di realizzare un libro che raccogliesse il resoconto della giornata appena trascorsa, narrata dal punto di vista di diversi artisti e intellettuali. Il progetto, tuttavia, rimane incompiuto e la registrazione della conversazione tra i due va perduta. Hujar morirà poi nel 1989, a causa di complicazioni legate all’AIDS.
La trascrizione del dialogo viene però ritrovata nel 2019 e, tre anni più tardi, Rosenkrantz decide di pubblicarla con il titolo Peter Hujar’s Day, quasi cinquant’anni dopo la registrazione originale.
Nel 2025, il regista statunitense Ira Sachs, tra le voci più rilevanti del nuovo cinema queer contemporaneo e già autore di Passages, porta sullo schermo il dialogo tra Peter Hujar e Linda Rosenkrantz. A interpretarli sono Ben Whishaw (A Very English Scandal, saga di James Bond) e Rebecca Hall (Vicky Cristina Barcelona, Passing – Due donne). Sachs è inoltre atteso in concorso a Cannes 2026 con The Man I Love.
Il regista qui conserva il titolo dell’opera di Rosenkrantz, Peter Hujar’s Day, costruendo un intenso confronto in unità di tempo e di spazio.

Un uomo, il mondo fuori
In questo dialogo-monologo che attraversa l’arco di un’intera giornata – sia perché ne ricostruisce il racconto, sia perché si svolge dall’alba al tramonto – Hujar sprofonda nell’intimità di una propria “giornata particolare”, soffermandosi tanto sui dettagli apparentemente irrilevanti quanto sulle percezioni più profonde. Ad accompagnarlo c’è lo sguardo attento di Linda Rosenkrantz, amica e confidente che ascolta, osserva e registra le sue parole con il microfono acceso.
Fotografo gay celebrato soprattutto dopo la morte, Peter Hujar ripercorre la propria esperienza di protagonista della scena culturale newyorchese degli anni Sessanta e Settanta, evocando il rapporto con artisti, scrittori, poeti e intellettuali che hanno attraversato quell’ambiente: da Susan Sontag a Allen Ginsberg, da William S. Burroughs a Fran Lebowitz.
I due riflettono inoltre sullo stato della propria arte e sul significato stesso dell’essere artisti, in un film che, come ha dichiarato Ira Sachs, racconta cosa significhi cercare di creare, tra tanti altri artisti, in una città dove nessuno sembra riuscire davvero a guadagnarsi da vivere.

I dettagli del minimalismo
Peter Hujar’s Day è un film lento, statico solo in apparenza, capace però di raggiungere una profondità sorprendente. I suoi protagonisti si riappropriano della parola e della possibilità di raccontarsi, rivendicando uno spazio sicuro in cui esprimersi liberamente.
Nel corso della pellicola, Peter Hujar afferma:
“I have the feeling that in my day nothing much happens”
“Ho la sensazione che nella mia giornata non succeda granché”
Una frase pronunciata quasi con stupore, mentre si rende conto di quanto, nel dialogo con Linda Rosenkrantz, stia invece emergendo un universo intero di ricordi, percezioni ed emozioni. È proprio la densità del racconto – costruita attraverso dettagli minimi, confessioni intime e frammenti quotidiani – a dare forza a una narrazione che si trasforma progressivamente in un viaggio dentro la vita e le emozioni non soltanto di un uomo, ma di un’intera generazione e di una comunità umana più ampia, fino a farsi universale.
A rendere il tutto ancora più intenso è la consapevolezza che questo dialogo, così vivo e necessario ancora oggi, sia rimasto nascosto per quasi cinquant’anni. Una riscoperta che finisce per toccare profondamente chi guarda.
Ira Sachs adatta il lavoro di Linda Rosenkrantz con notevole sensibilità compositiva, riuscendo a creare movimento ed energia all’interno di una struttura narrativa apparentemente immobile e teatrale. Il regista lavora con attenzione tanto sugli spazi dell’appartamento di Peter Hujar e sulla loro resa estetica, quanto sul rapporto tra i corpi dei due protagonisti nello spazio: corpi che si osservano, si comprendono e si accolgono reciprocamente in un’intimità fatta di ascolto e affetto. Il film restituisce così quella sensazione calda e avvolgente di certe giornate piovose d’autunno passate sotto una coperta davanti a un’opera piccola solo nelle dimensioni, ma enorme nella capacità di lasciare un segno emotivo.
