Il principe della follia di Dario D’Ambrosi (Il ronzio delle mosche, Io sono un po’ matto,,, e tu?) esce in sala distribuito da Notorious Pictures dopo essere stato presentato all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.
Personaggi che convivono con la solitudine e con il dolore
Una notte un tassista (Andrea Roncato) carica sulla sua macchina Vanessa (Mauro Cardinali), un trans che si esibisce nella pole dance in un night dal quale si è appena licenziato. L’uomo, dopo aver accompagnato a casa Vanessa, che in realtà si chiama Roberto, consola la propria solitudine in un bar con qualche bicchiere di superalcolico. È durante questa sosta che assiste in televisione a una strana televendita nella quale un uomo (Stefano Zazzera) che si muove in maniera scomposta e parla un linguaggio biascicato, tenta di mettere in vendita, denigrandola e umiliandola, la propria famiglia: la madre Maria (Carla Chiarelli), una ex ballerina classica ora costretta su una sedia a rotelle, il padre Benito, ex clown e giocoliere (Alessandro Haber), incapace a eseguire i giochi di un tempo, e il fratello, che scopriamo essere proprio Vanessa/Roberto.
Scosso per l’aver riconosciuto il passeggero che aveva da poco ospitato sul suo taxi, l’uomo, colpito anche dalla profonda tristezza e solitudine che aveva percepito in Vanessa, inizia una personale ricerca per ritrovarlo.
La sua ricerca, che andrà a buon fine grazie all’aiuto di Christina (Christina Andrea Rosamilia), una collega di Vanessa, porterà il tassista a fare una scoperta sconvolgente che segnerà in maniera indelebile le vite dei protagonisti.
Il tema della disabilità e dell’emarginazione sociale è trattato in maniera anticonvenzionale ma efficace
L’uomo della televendita è Luca ed è disabile dalla nascita, cosa che l’ha costretto per anni a subire umiliazioni ed esclusione sociale. Il principe della follia tratta proprio questo: il tema della disabilità e dell’emarginazione, e lo fa in maniera decisamente anticonvenzionale, affidandosi a toni spesso grotteschi che inquietano e ne fanno un’opera disturbante e di non immediata fruizione.
Il film si sviluppa attraverso vari piani temporali che ci mostrano, fin da subito, il presente appena descritto e il passato, con numerosi flashback che ci permettono di conoscere i protagonisti nel corso degli anni: soprattutto Luca e Roberto bambini, che già mostravano come sarebbe stata la loro vita futura, e i loro genitori, persi nella loro fragilità, incapaci a gestire una situazione che li avrebbe travolti.
Il film di D’Ambrosi è un film cupo, intriso di tristezza, solitudine e desolazione, in cui la malattia di Luca diventa destabilizzante per chiunque gli graviti attorno. In Roberto scatena un sentimento di frustrazione e rancore che evolve in una rabbia profonda, nella madre Maria un gran senso di colpa e uno sfinimento sia fisico che mentale, mentre Benito si arrende di fronte alla consapevolezza del completo fallimento della propria vita.
Allo stesso tempo lo stesso Luca è sia vittima che carnefice, cosciente e sofferente per la propria condizione che lo spinge a provare odio nei confronti del prossimo dal quale, da sempre, è stato escluso.
Alcune scene sono caratterizzate da grande impatto visivo ed emozionale
Alcune scene del film sono di grande impatto, grazie soprattutto alla bravura degli attori. In particolare a colpire in maniera particolare è il drammatico confronto a tavola, con tutta la famiglia riunita, in cui la collera repressa di Roberto esplode veemente senza risparmiare nessuno, né Luca, né i genitori, evidenziando la reale condizione di chi, l’handicap lo subisce, personalmente o per interposta persona.
Stefano Zazzera, attore disabile, riesce a infondere al proprio personaggio una potenza che non lascia indifferenti, facendo emergere, al contempo, la fragilità e la dolcezza che fanno parte della natura intrinseca del suo personaggio. Così come sono perfettamente nella parte Alessandro Haber, Carla Chiarelli e Mauro Cardinali capaci di comunicare, in maniera assai realistica, il dolore, la rabbia e la disillusione dei rispettivi personaggi nonché, allo stesso tempo, il profondo amore che nutrono nei confronti di Luca.
Altri aspetti de Il principe della follia convincono meno: la recitazione poco sciolta di alcuni attori non protagonisti, il voler raccontare il passato con flashback forse troppo didascalici e alcune scene che mal si inseriscono nell’economia del film, ad esempio il pranzo all’aperto nell’aia della cascina, dove le figure grottesche risultano essere un po’ troppo scontate.
Tuttavia, al di là di questo, il film di DarioD’Ambrosi è un’opera decisamente meritevole per la forza e il realismo con cui viene descritta la malattia e l’emarginazione. Una realtà che deriva direttamente dall’esperienza che lo stesso regista ha maturato in anni di attività con persone con varie disabilità fisiche e psichiche.