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Western: il mito della frontiera riscritto in 6 film
Il mito della frontiera secondo gli autori e le autrici del cinema contemporaneo, da Kelly Reichardt a Jordan Peele
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Debora LaiAndré Bazin definì il western il “genere americano per eccellenza”, in riferimento al ruolo centrale avuto dal genere nella costruzione di una rappresentazione “mitologica” della storia statunitense. Nel western, infatti, il mito della frontiera – luogo associato alla cosiddetta conquista dell’Ovest – trova espressione in una struttura narrativa riconoscibile, costruita attorno ad alcuni momenti chiave del secondo Ottocento americano. Tra i filoni ricorrenti vi sono quelli legati alle guerre indiane, al banditismo, ai conflitti territoriali e, più raramente, al trasferimento del bestiame. Spesso ambientati in ampi spazi desolati, i western classici ruotano attorno a figure come cowboy, pistoleri o sceriffi. Anche quando il protagonista assume il ruolo del fuorilegge tende comunque a conservare una forma di codice morale, spesso alla base della sua ricerca di riscatto o redenzione.
Ridurre il western a questi elementi sarebbe tuttavia limitante. A partire dagli anni Sessanta, registi come Sergio Leone e Sam Peckinpah hanno messo in discussione la struttura morale del western classico: al posto dell’eroe tradizionale compaiono personaggi cinici e profondamente fallibili, sempre più inclini alla violenza e alla disillusione. Nel cinema contemporaneo, poi, questa tendenza si è ulteriormente accentuata. Ad oggi, pur mantenendo alcuni elementi storici del genere, molti film ne rielaborano i canoni attraverso una contaminazione con altri registri – horror, thriller, dramma psicologico – rileggendo il mito della frontiera alla luce di temi attuali e privilegiando figure marginali antieroiche. Ecco sei esempi rappresentativi di questa trasformazione.
First Cow (2019)
Settimo lungometraggio diretto da Kelly Reichardt, First Cow è ambientato nell’Oregon dei primi decenni dell’Ottocento. Otis “Cookie” Figowitz (John Magaro) è uno chef in viaggio con un gruppo di cacciatori di pellicce. Una notte incontra King-Lu (Orion Lee), immigrato cinese in fuga, a cui permette di nascondersi nella sua tenda. Tra le difficoltà e l’asprezza della frontiera, i due simpatizzano tra loro. Entrambi coltivano il proprio sogno americano: King-Lu vorrebbe avviare una fattoria, mentre Cookie spera di poter aprire un hotel o un forno.
Se First Cow mantiene i codici fondamentali del genere, in quanto ripercorre la nascita del mercato e racconta dell’arrivo della prima mucca da latte nella regione, i suoi protagonisti non hanno nulla a che fare con gli uomini della wilderness di frontiera. Sembrano piuttosto figure marginali che tentano di inserirsi nelle prime forme di economia locale. Le loro azioni, però, non si discostano tanto dalle dinamiche di appropriazione messe in atto dai mercanti più ricchi: sono infatti loro a rubare il latte della mucca del ricco fattore (Toby Jones). Reichardt propone così una riflessione più ampia sulle origini economiche del mito americano, andando oltre la rappresentazione tradizionale del western classico, ma anche alla successiva decostruzione dei suoi stereotipi.
First Cow (2019) – Western: il mito della frontiera riscritto in 6 film
Il potere del cane (2021)
Scritto e diretto da Jane Campion nel 2021, il film è tratto dall’omonimo romanzo del 1967 di Thomas Savage. È valso a Campion l’Oscar al miglior regista, e il Leone d’argento durante il Festival di Venezia 2021. Ambientato nel Montana del 1925, il film segue i fratelli Phil (Benedict Cumberbatch) e George Burbank (Jesse Plemons), proprietari di un ranch, e l’arrivo di Rose (Kirsten Dunst) e di suo figlio Peter (Kodi Smit-McPhee) nella tenuta, destinato a cambiare gli equilibri nella famiglia. Procedendo per analogie, Il potere del cane si serve dei codici visivi e concettuali del western attribuendo loro una funzione narrativa diversa.
Se nel western classico le panoramiche sul paesaggio svolgevano una funzione contemplativa, quasi malinconica, in questo caso gli spazi aperti sembrano accentuare i vincoli e le pressioni dei personaggi. In modo analogo, le inquadrature dei personaggi racchiusi dai telai delle porte non suggeriscono più il desiderio di avventura: dove nel western classico le figure si mostravano rivolte verso il paesaggio, intente a scrutare nel deserto la promessa di nuove possibilità, i personaggi del film, quando appaiono in inquadrature simili, non sono mai rivolti verso il paesaggio, ma gli rivolgono le spalle, voltati verso il lato opposto. Dove il western classico sviluppava il conflitto attraverso il duello, qui la tensione si concentra quasi interamente sui singoli personaggi. I primi piani, non più su armi o speroni, insistono sul corpo di Phil – figura ancora coerente con l’immaginario virile del genere – mostrato da Campion attraverso uno sguardo apertamente sensuale.
Il potere del cane (2021) – Western: il mito della frontiera riscritto in 6 film
La ballata di Buster Scruggs (2018)
Il film è un racconto antologico in sei episodi, scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen e presentato in anteprima alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2018. Il titolo esteso – The Ballad of Buster Scruggs and Other Tales of the American Frontier – è già indicativo della struttura del film e dei suoi riferimenti. Con i sei cortometraggi che compongono l’antologia, infatti, i registi passano in rassegna gli eventi e le circostanze che hanno caratterizzato la frontiera americana del dopoguerra civile.
Il personaggio di Buster Scruggs (Tim Blake Nelson) ricalca la figura del singing cowboy: una personalità che guadagnò popolarità tra gli anni ‘30 e ‘40 grazie ai western musicali, il cui tratto distintivo era tipicamente un cappello bianco, nello specifico un “cappello da dieci galloni”. Il quarto e il quinto segmento dell’antologia, All Gold Canyon – dove Tom Waits interpreta un cercatore d’oro – e The Gal Who Got Rattled, sono tratti rispettivamente da un racconto di Jack London del 1905 e dal racconto The Girl Who Got Rattled di Stewart Edward White del 1901.
“Noi non siamo revisionisti, siamo semplicemente degli artigiani del genere”
In un’intervista per Sight and Sound, i registi hanno però specificato di non voler essere identificati come “revisionisti” del genere western: “Noi non siamo revisionisti, siamo semplicemente degli artigiani del genere”, ha detto Ethan Coen. “Non stiamo commentando il western, stiamo dicendo ‘facciamo un film western con un cowboy che canta!’”. Joel Coen ha aggiunto: “È interessante, no? Chiunque abbia realizzato il primo western con un cowboy cantante stava davvero cercando di reinventare il genere? No, ha semplicemente deciso di dare una chitarra al cowboy e ha pensato che aggiungere un po’ di musica avrebbe reso tutto più vivace. Quindi dov’è il confine tra l’essere revisionisti e il dire semplicemente ‘sembra un’idea divertente’?”.
La ballata di Buster Scruggs (2018) – Western: il mito della frontiera riscritto in 6 film
Revenant – Redivivo (2015)
Diretto da Alejandro González Iñárritu e coscritto dallo stesso regista insieme a Mark Lee Smith, il film è liberamente tratto dal romanzo The Revenant: A Novel of Revenge di Michael Punke del 2002, un “romanzo di vendetta” ascrivibile alla narrativa di frontiera. Nella trasposizione cinematografica – da considerarsi un remake in quanto il primo adattamento realizzato è il film del 1971 Uomo bianco, va’ col tuo dio – l’atipicità del racconto è resa evidente dal rapporto tra essere umano e wilderness, qui portato agli antipodi rispetto ai codici del genere. Nel raccontare le vicende dell’esploratore statunitense Hugh Glass durante una spedizione lungo il Missouri nel 1823, risalta una rinuncia all’attitudine pionieristica e alla conseguente subordinazione degli ambienti naturali da parte dell’uomo: il protagonista si confronta continuamente con una realtà naturale impietosa, tutt’altro che remissiva, eliminando ogni parvenza di “conquista” tipica del racconto di frontiera tradizionale.
Dall’interpretazione di Leonardo DiCaprio – che con questo ruolo ha ottenuto il suo primo Oscar al miglior attore – emerge una commistione di brutalità e sensibilità, combinazione rara in un genere che tende a prediligere l’una o l’altra qualità, tendenza che spesso accomuna il western classico a molte delle sue forme revisioniste. Nel film, l’umanità e la sete di vendetta del protagonista sono fortemente accentuate dalla presenza di suo figlio Hawk (Forrest Goodluck), avuto dall’unione con una nativa Pawnee, ambedue personaggi di finzione. In una recensione pubblicata su Variety in occasione dell’uscita del film, Justin Chang commenta: “Eppure, il rapporto padre-figlio non raggiunge mai una sufficiente credibilità da produrre l’effetto desiderato; appare subito evidente che Hawk esista soltanto per poter morire e, come in ogni melodramma costruito attorno alla perdita di un figlio, aggiungere un ulteriore elemento di intensità emotiva”.
Revenant (2015) – Western: il mito della frontiera riscritto in 6 film
Django Unchained (2012)
Quentin Tarantino, che si è sempre dichiarato un grande estimatore del genere spaghetti western, con Django Unchained rende omaggio al film di Sergio Corbucci del 1966 Django interpretato da Franco Nero. In un’intervista con Krishnan Guru-Murthy, Tarantino ha affermato che, sebbene avesse “sempre voluto esplorare il tema della schiavitù”, la sua motivazione principale nel realizzare il film “era dare agli uomini afroamericani un eroe western, dare loro un eroe folklorico forte e riconoscibile che potesse davvero risultare emancipatorio, e capace di restituire sangue con sangue”. Se, da una parte, il protagonista del film non si discosta dal modello eroico tipico del western classico, è anche vero che Django Freeman (Jamie Foxx) è mosso non da un codice morale, ma prevalentemente da sentimenti vendicativi personali.
Questo aspetto, insieme alle esplosioni di violenza che appartengono al cinema di Tarantino quanto al genere spaghetti western, contribuisce all’ambiguità del personaggio: Django è l’eroe western afroamericano che mancava nel panorama cinematografico, o una caricatura dello stereotipo tradizionale, costruita su presupposti antirazzisti per raccontare un segmento della schiavitù americana pre-guerra civile? Forse sarebbe più appropriato considerare Django Unchained come un esercizio di stile tipico del regista – inguaribile cinefilo – e mettere da parte la presunta aspirazione a una revisione storica della schiavitù. Come volle precisare Spike Lee con un tweet nel 2012: “La schiavitù americana non era uno spaghetti western di Sergio Leone. Era un olocausto”.
Django Unchained (2012) – Western: il mito della frontiera riscritto in 6 film
Nope (2022)
È vero che Nope, terzo lungometraggio diretto da Jordan Peele, può essere considerato un film western solo in senso lato. Tra quelli presi finora in considerazione è probabilmente il film che meno ricalca i canoni tradizionali del western, pur continuando a inserirsi nel genere anche attraverso una contaminazione con l’horror fantascientifico.
Un’inedita rielaborazione del western
Si può però leggere Nope come un’inedita rielaborazione del western, soprattutto nel modo in cui sostituisce le tradizionali “minacce” della frontiera: queste non provengono più dal territorio oltre il confine ma dal cielo, richiamando così alcuni aspetti dei film sulle invasioni aliene. In questo senso, la presenza che incombe sulla valle, inizialmente dissimulata nella forma di una nuvola, richiama, sia per la “fisiologia” che per la funzione narrativa, entità come il Blob del film di Chuck Russell, giunto sulla terra con lo schianto di un meteorite. L’antagonista contro cui lotta OJ (Daniel Kaluuya) non è più un bandito o un fuorilegge qualsiasi, ma lo scontro si sviluppa comunque con le dinamiche tipiche del genere: OJ affronta la creatura – soprannominata Jean Jacket – in groppa all’immancabile cavallo, Lucky. OJ possiede infatti un ranch, in cui alleva cavalli destinati ad apparire in produzioni televisive e cinematografiche.
Non mancano dunque i riferimenti alla storia del cinema e al western, come la citazione a Sallie Gardner at a Gallop di Eadweard Muybridge, uno dei primi studi di cinematografia sul movimento dei cavalli. Ma anche Jupiter’s Claim, parco a tema western inaugurato vicino al ranch di OJ, ora divenuto un’attrazione permanente degli Universal Studios Hollywood. Si può leggere inoltre un ulteriore livello di revisione delle dinamiche identitarie del genere, riconoscendo in OJ la figura del cowboy afroamericano che anche Tarantino aveva cercato di delineare in Django Unchained: anche senza un impianto narrativo di stampo storico, il personaggio di OJ funziona già nel suo essere un cowboy afroamericano che “lotta contro l’invasore”.
Nope (2022) – Western: il mito della frontiera riscritto in 6 film
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