Permanent Center of Gravity di Liliya Timirzyanova è un’opera erratica ed emotiva: un tentativo afflitto ma non vinto di ridefinire se stessi e darsi un nuovo significato, nonostante il peso delle ceneri della guerra.
Il film partecipa alla 42ª edizione dell’Asolo Art Film Festival, per la categoria Film d’Arte.
Permanent Center Of Gravity
24 febbraio 2022: una data fresca nella memoria collettiva, uno squarcio aperto nelle carni dell’Eurasia. Da allora, il conflitto russo-ucraino miete quotidianamente centinaia di vittime, mantenendo sul filo della tensione l’intera struttura geopolitica mondiale. Come in ogni conflitto armato, non sono soltanto le unità di fanteria schierate nella steppa a essere consumate in una guerra di logoramento ancora lontana dalla conclusione, ma anche intere comunità civili, le cui fondamenta sono state erose fino al punto di rottura.
Con Permanent Center of Gravity, la regista Liliya Timirzyanova realizza un cortometraggio profondamente segnato dagli eventi, che si fa testimonianza della voce soffocata di coloro che hanno visto frangersi la propria realtà e si sono trovati costretti a ricostruire una nuova identità da poter definire propria.
Memoria e disincanto
Mediante l’esperienza personale dell’autrice, Permanent Center of Gravity esprime in modo distinto la nostalgia per un mondo che, rispetto ad oggi, pesava ancora “milioni di anime in meno” e in cui la pace non era un’utopia. Un sentimento doloroso, capace di mettere a dura prova il legame affettivo con la propria terra d’origine.
Attraverso gli splendidi scorci di una straniante Venezia in bianco e nero, Liliya Timirzyanova accompagna lo spettatore in un viaggio assimilabile a un pellegrinaggio ascetico, in cui la luce ghermisce l’immagine imponendosi sul buio pece degli sfondi.
All’insistito uso della camera a mano e a sporadiche scene a rallentatore si affiancano suggestivi inserti fotografici in cui i frame freeze vengono convertiti in istantanee granulose simili ad incisioni. In tal modo, Permanent Center of Gravity fonda la sua estetica su quadri suggestivi, in cui la dimensione urbana si confronta con quella naturale in una simbiosi elettrica, mentre il voiceover traghetta il girato verso una dimensione onirica.
Dentro la caverna
La fredda bicromia che avvolge la Serenissima è controbilanciata dal rosso vivo di una camera oscura che, in un’antitesi platonica, non si configura più come una caverna abitata da apparenze, ma come il rifugio del reale. In questo modo, la sceneggiatura di Timirzyanova, sostenuta da un flusso di coscienza evocativo e mai banale, racconta fotografia e cinema come parti di una frontiera in cui l’Arte stoicamente si oppone al vuoto perturbante del mondo esterno.
Permanent Center of Gravity si configura pertanto come un’odissea intimista, in cui l’obiettivo della fotocamera prende il posto dello sguardo apolide, rendendo il passato meno gravoso e il presente meno estraneo. Nel suo complesso, l’opera di Timirzyanova si impone come un esercizio di memoria visiva e insieme di resistenza poetica, in cui l’immagine non si limita a documentare ma diventa strumento di elaborazione del trauma. Permanent Center of Gravity si muove così sul confine sottile tra autobiografia e allegoria, restituendo al cinema la sua funzione più fragile e necessaria, ovvero dare forma all’interiorità.