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I 10 film più attesi di Cannes 2026: dalla malinconia di Almodóvar ai fantasmi d’Europa di Pawlikowski

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Ogni selezione di Cannes porta con sé una mitologia ancor prima che venga proiettato il primo fotogramma. Quest’anno non fa eccezione. La 79ª edizione del Festival di Cannes si presenta con un concorso insolitamente carico di aspettative: vincitori della Palma d’Oro di ritorno, registi a un punto di svolta decisivo della loro carriera e progetti già circondati da quell’attesa che trasforma la Croisette in un campo di battaglia di speculazioni, critiche e venerazione.

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Con Park Chan-wook a presiedere la giuria, Cannes 2026 sembra pronta a premiare un cinema ambizioso e di forte impatto emotivo. Ecco i dieci titoli che, per ragioni molto diverse, si distinguono dalla massa.

10. Amarga Navidad – Pedro Almodóvar torna alla tragicommedia intima

Dopo aver vinto il Leone d’Oro a Venezia con La stanza accanto, Pedro Almodóvar torna con quello che sembra essere un progetto di portata più contenuta, sebbene “contenuto” non abbia mai significato “minore” nel suo cinema.

Il film segue Elsa, una dirigente pubblicitaria devastata dalla morte della madre, il cui crollo emotivo la spinge a rifugiarsi a Lanzarote mentre il suo compagno rimane a Madrid. Identità di genere, lutto, espressione emotiva e reinvenzione sembrano ancora una volta centrali nel mondo di Almodóvar, un regista ancora straordinariamente capace di trasformare il melodramma in indagine filosofica.

9. Parallel Tales – Asghar Farhadi reinventa Kieślowski

Asghar Farhadi si cimenta forse nella scommessa concettuale più audace del concorso: una reinterpretazione contemporanea del Decalog VI ambientata all’indomani degli attentati di Parigi del 2015.

Con un cast che include Isabelle Huppert, Virginie Efira, Vincent Cassel e Catherine Deneuve, il progetto gode già di un enorme prestigio. Ciò che lo rende avvincente è tuttavia la collisione tra la precisione morale di Farhadi e l’architettura emotiva di Krzysztof Kieślowski.

8. The Man I Love – Ira Sachs a un punto di svolta

Pochi registi americani contemporanei esplorano l’intimità con la delicatezza di Ira Sachs. Con questo dramma ambientato nella New York di fine anni ’80, incentrato su un attore che affronta una malattia terminale mentre si prepara per quello che potrebbe essere il suo ultimo ruolo, Sachs entra in concorso a Cannes con quella che potrebbe diventare la sua opera più rappresentativa.

In parte dramma, in parte musical, in parte sogno febbrile, il film vede protagonisti Rami Malek e Rebecca Hall in un progetto che sta già generando forti speculazioni sui premi.

7. Her Private Hell – Nicolas Winding Refn abbraccia di nuovo l’eccesso

È passato un decennio da quando Nicolas Winding Refn ha diretto un lungometraggio per il cinema.

Descritto dallo stesso regista come un film pieno di “glitter, sesso e violenza”, il thriller fuori concorso segna il ritorno di Refn all’estremismo estetico che ha reso cult film come The Neon Demon. Che sia un capolavoro o un disastro, è già impossibile ignorarlo.

6. All of a Sudden – Ryûsuke Hamaguchi continua la sua esplorazione delle connessioni umane

Dopo Drive My Car e Evil Does Not Exist, Ryûsuke Hamaguchi porta la sua precisione emotiva in Francia.

La storia – che vede un direttore di una casa di cura francese e un regista teatrale giapponese stringere un legame inaspettato durante la malattia – sembra perfettamente in linea con la fascinazione di Hamaguchi per gli incontri casuali e la trasparenza emotiva.

5. El Ser Querido – Rodrigo Sorogoyen esplora il cinema stesso

Dopo l’acclamato As Bestas, Rodrigo Sorogoyen torna con un dramma stratificato sul cinema, l’eredità e l’alienazione emotiva.

Un regista anziano, interpretato da Javier Bardem, si ricongiunge con la figlia attrice durante la produzione di un film ambientato nel Sahara coloniale. La premessa meta-cinematografica suggerisce un’opera profondamente incentrata sull’autorialità, l’ego e la violenza celata nella creazione artistica.

4. Paper Tiger – James Gray torna al crimine e alla tragedia

Per molti cinefili, il solo ritorno di James Gray basterebbe a giustificare l’entusiasmo.

Interpretato da Adam Driver, Scarlett Johansson e Miles Teller, il film riprende i temi ricorrenti di Gray: corruzione, mascolinità, famiglia e ambizione destinata al fallimento, attraverso la storia di due fratelli invischiati con la mafia russa. Se i suoi film precedenti spesso ricordavano le tragedie greche urbane, questo potrebbe rappresentare il culmine di tale percorso.

3. Sheep in the Box – Kore-eda incontra la fantascienza

Hirokazu Kore-eda ha a lungo esplorato l’infanzia e la famiglia con una delicatezza ineguagliabile. Qui, tuttavia, introduce la fantascienza speculativa in questo universo emotivo.

Ambientato in un Giappone del prossimo futuro, il film segue una coppia di genitori in lutto che adotta un androide dall’aspetto infantile due anni dopo la perdita del figlio. La premessa apre la strada a interrogativi sull’intelligenza artificiale, la memoria, il lutto e il confine sempre più fragile tra bisogno emotivo e sostituzione tecnologica.

2. Fjord – Cristi Mungiu e la violenza sotto la civiltà

Il cinema rumeno continua a produrre alcune delle opere più rigorose dal punto di vista morale in Europa, e Cristi Mungiu ne rimane una delle figure centrali.

Ambientato in un remoto villaggio norvegese, il film esamina le crescenti tensioni tra due famiglie scandinavo-rumene interconnesse. Con Renate Reinsve come protagonista e Sebastian Stan, Fjord si preannuncia come una delle opere più intense dal punto di vista politico ed emotivo in concorso.

1. Fatherland – L’odissea della Guerra Fredda di Pawel Pawlikowski

Nessun film arriva a Cannes 2026 con maggiori aspettative da parte della critica di Fatherland.

Basato su The Magician, Pawel Pawlikowski esplora il rapporto tra lo scrittore Thomas Mann e sua figlia Erika mentre viaggiano nella Germania del dopoguerra nel 1949, attraversando la frattura ideologica tra Est e Ovest.

Girato in bianco e nero dal direttore della fotografia Łukasz Żal, il film evoca fin da subito l’austerità visiva e la sobrietà emotiva che caratterizzarono Ida e la Guerra Fredda. Eppure, Fatherland sembra avere una portata storica più ampia: una meditazione non solo sulla politica e sull’esilio, ma sull’eredità culturale, emotiva e morale.

Un Festival senza eguali

Quando le luci si spegneranno sul Festival di Cannes di quest’anno, alcuni di questi film se ne andranno con dei premi, altri con delle standing ovation, e pochi con il premio ben più prezioso di entrare immediatamente nella storia del cinema.

Ma ciò che appare già innegabile è che Cannes 2026 si preannuncia come un festival ossessionato dalla memoria, dall’identità, dall’amore, dalla rinascita e dallo strano tormento di essere vivi in ​​tempi incerti. Che, in fondo, è ciò che il grande cinema ha sempre saputo fare meglio: riflettere il caos umano e, in qualche modo, renderlo splendido sotto il sole della Riviera.

 

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