RIVIERA INTERNATIONAL FILM FESTIVAL

‘Fior di latte’, la memoria è un inganno sulle seconde possibilità?

Lungometraggio d’esordio per Charlotte Ercoli al Trento International Film Festival

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Presentato in anteprima mondiale al Tribeca Film Festival nella sezione Viewpoints — dedicata alle opere più sperimentali e alle nuove voci del cinema indipendente — Fior di latte arriva al Riviera International Film Festival per la sua anteprima italiana, confermando la natura di un film profondamente autoriale e fuori dagli schemi. Il debutto nel lungometraggio di Charlotte Ercoli si inserisce infatti in quel cinema contemporaneo che preferisce lavorare sulle percezioni e sulle ossessioni piuttosto che sulla linearità narrativa.

La regista costruisce un’opera sospesa tra commedia surreale, musical improvviso e deriva psicologica, con una fotografia semplice a colori misti e ordinari, dove il ricordo non viene evocato attraverso immagini nostalgiche convenzionali ma tramite qualcosa di invisibile eppure invasivo: un odore.

Fior di latte e il lutto invisibile delle emozioni

Il protagonista è Mark (Tim Heidecker), un eccentrico drammaturgo di New York incapace di trovare finanziamenti per il proprio spettacolo e ormai schiacciato da una crisi creativa ed emotiva. La sua quotidianità viene lentamente colonizzata da un profumo acquistato durante un viaggio a Firenze: una fragranza al fior di latte che diventa per lui molto più di un semplice aroma. Quel profumo rappresenta l’incontro con Francesca (Marta Pozzan), l’Italia, un’estate perduta e soprattutto la possibilità di rifugiarsi in un tempo che non esiste più. Quando accidentalmente la fragranza impregna un paio di boxer nella valigia, quell’odore si trasforma in una presenza ossessiva, quasi narcotica. Mark inizia così a vivere nel tentativo disperato di trattenere una sensazione destinata inevitabilmente a svanire nel consumo del tempo.

Nel cast anche Julia Fox e Kevin Kline.

Sull’impossibilità del ritorno

L’inizio del film richiede una certa pazienza. La narrazione appare frammentata, volutamente opaca, come un invito per lo spettatore a muoversi all’interno della mente disordinata del protagonista. Non è subito chiaro dove il film voglia andare, né quanto siano affidabili le percezioni di Mark, ai limiti della realtà. Ma è proprio in questa confusione iniziale che Fior di latte costruisce il linguaggio dispersivo che caratterizza la pellicola. Charlotte Ercoli ritrae la sofferenza più che il dolore; il disagio di stare a galla più dell’ambizione tramite cui elettrizzarsi: lascia sedimentare lo smarrimento nei dettagli, nei silenzi, negli accumuli compulsivi di oggetti e nelle nevrosi quotidiane di un personaggio grottesco nel suo essere ordinario.

Mark è una figura profondamente disturbata, quasi patologica nel suo rapporto con la memoria. È geloso degli oggetti, incapace di lasciar andare le sensazioni, ossessionato dalla conservazione emotiva. Il profumo diventa allora il simbolo perfetto della sua impossibilità di accettare il cambiamento. Nel frattempo Francesca comprende qualcosa che lui non riesce a vedere: certi legami, anche se intensi, smettono semplicemente di condividere lo stesso spazio affettivo. Mark invece continua a inseguire il ricordo come fosse ancora vivo, confondendo la nostalgia con la possibilità concreta di un ritorno.

Ed è qui che il film trova il suo nucleo più interessante. Fior di latte non vuole parlare d’amore, ma resta sulla dipendenza emotiva dalle sensazioni. Mark non vuole Francesca, per cui tra l’altro prova un certo grado di invidia: vuole ciò che provava accanto a lei. Vuole il riflesso narcotico di sé stesso dentro quel passato. Il profumo diventa una droga privata, una sostanza che anestetizza il presente e alimenta una continua idealizzazione del ricordo. Più la fragranza svanisce, più cresce la sua disperazione. Fino all’amara consapevolezza finale: alcune sensazioni sopravvivono solo finché non tentiamo di trattenerle troppo a lungo.

L’olfatto come archivio involontario

Non è casuale che Ercoli scelga proprio l’olfatto come motore narrativo. Da sempre il cinema utilizza gli odori come evocazione invisibile delle passioni e delle ossessioni. Diversi studi neuroscientifici hanno mostrato come il sistema olfattivo sia strettamente collegato all’amigdala e all’ippocampo, aree cerebrali coinvolte nella memoria emotiva. Il neurologo Oliver Sacks aveva scritto che gli odori possiedono una capacità quasi brutale di riportarci improvvisamente dentro un’esperienza passata, parlando di allucinazioni olfattive, iperosmia e dopamina. Ancora prima, Marcel Proust aveva trasformato il semplice sapore  della madeleine nel simbolo letterario della memoria involontaria. Fior di latte prende quella stessa intuizione e la trasporta nel linguaggio cinematografico contemporaneo: il ricordo attraversa il corpo.

La paralisi del ricordo: il passato ha una data di scadenza

È significativo che il film ruoti attorno proprio al gusto fior di latte. Un gusto considerato spesso troppo delicato, quasi banale, privo dell’impatto deciso di altri sapori. Eppure è proprio questa apparente neutralità a renderlo universale. Il fior di latte si deposita lentamente come un gusto quotidiano, minimo, che rischia continuamente di passare inosservato. Il paradosso del film sta qui: Mark viene consumato da qualcosa che culturalmente percepiamo come tenue, innocuo, quasi insignificante. L’ossessione cavalca questo contrasto tra la delicatezza dell’odore e l’abuso nel sentirlo.

Fior di latte è un film sul deterioramento invisibile. Sull’assuefazione sentimentale. Sul momento in cui un ricordo smette di essere rifugio e diventa prigione. Sulla tendenza, tutta umana, di voler restare aggrappati all’effimero. Un’opera certamente imperfetta, a tratti dispersiva e difficilmente catalogabile, ma capace di costruire un’immagine molto precisa della nostalgia contemporanea: non solo una semplice malinconia del passato, ma incapacità patologica di abitare il presente.

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