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Focus Italia

‘The Sea’: oltre 15mila spettatori per una serata che interroga coscienze e confini

Quando il cinema diventa testimonianza

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Ci sono proiezioni che finiscono con i titoli di coda. E poi ci sono quelle che continuano fuori dalla sala, nelle discussioni, negli sguardi abbassati, nelle domande che nessuno riesce davvero a scrollarsi di dosso. La proiezione-evento di The Sea, candidato agli Oscar 2026 e diretto da Shai Carmeli-Pollak, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Oltre 15mila persone, distribuite in più di 130 sale italiane, hanno partecipato a un evento che ha superato la semplice dimensione cinematografica per trasformarsi in un momento collettivo di riflessione politica, umana e morale. Organizzata con la media partnership de Il Fatto Quotidiano, la serata romana al Cinema4Fontane ha assunto i contorni di un vero e proprio spazio di confronto pubblico.

Il mare come sogno impossibile

Al centro del film c’è Khaled, un bambino palestinese di Ramallah che sogna semplicemente di vedere il mare. Un desiderio elementare, quasi universale, che però in The Sea assume il peso devastante di qualcosa di proibito.

Attraverso il suo sguardo, il film racconta cosa significhi crescere nella Cisgiordania occupata: checkpoint, muri, controllo dei movimenti, paura costante. Non servono grandi discorsi ideologici; basta il volto di un bambino che desidera ciò che per altri è scontato. Ed è proprio qui che il film colpisce più duramente: nella capacità di trasformare una realtà geopolitica in esperienza emotiva concreta.

La scelta di raccontare tutto attraverso un immaginario infantile rende la tragedia ancora più insopportabile. Perché il mare, in fondo, diventa simbolo di qualcosa di molto più vasto: libertà, movimento, possibilità stessa di immaginare un futuro.

Una serata che ha oltrepassato il cinema

A moderare il dibattito è stata Maddalena Oliva, vicedirettrice de Il Fatto Quotidiano, che ha sottolineato come il film contribuisca a “tenere la luce accesa” sulle violazioni del diritto internazionale in Palestina. Accanto a lei, la giornalista e documentarista Giulia Innocenzi, che con Pueblo Unido e Mescalito Film ha distribuito il film in Italia, ha spiegato perché abbia scelto di sostenere un’opera osteggiata persino dal governo israeliano.

“È un film universale”, ha detto Innocenzi. Ed è forse proprio questa universalità ad averlo reso scomodo: il fatto che non parli soltanto di Palestina, ma di potere, controllo e disumanizzazione.

Nel corso della serata si sono susseguiti interventi intensi, tra cui quelli di attivisti della Global Sumud Flotilla, giornalisti, operatori umanitari e della relatrice speciale ONU Francesca Albanese, intervenuta in collegamento video.

L’arte come spazio di resistenza

In un’epoca in cui il dibattito pubblico sembra spesso ridursi a slogan e polarizzazioni, The Sea sceglie una strada diversa: quella della delicatezza. Non urla, non spettacolarizza il dolore, non cerca il sensazionalismo. Osserva. E proprio per questo riesce a essere devastante.

Il cinema politico migliore non è quello che impone una risposta, ma quello che obbliga a guardare. Carmeli-Pollak costruisce immagini che restano addosso perché non semplificano mai la complessità umana dietro il conflitto. Il risultato è un’opera che non pretende neutralità — perché di fronte alla sofferenza umana la neutralità rischia spesso di trasformarsi in indifferenza — ma che rifiuta comunque la propaganda.

Il bisogno di continuare a guardare

Tra gli ospiti presenti alla serata figuravano personalità del cinema, della cultura e del giornalismo, da Sabina Guzzanti a Gabriele Muccino, passando per Laura Morante e Michele Santoro. Una partecipazione ampia che dimostra come il film abbia saputo toccare qualcosa di profondo nel dibattito culturale italiano contemporaneo.

E forse è proprio questo il punto più importante della serata: ricordare che il cinema può ancora essere uno spazio civile. Un luogo dove l’immagine non serve soltanto a intrattenere, ma anche a interrogare il presente.

Perché, come suggerisce The Sea, ci sono confini più crudeli di quelli geografici: quelli che separano chi riesce ancora a vedere dall’abitudine a voltarsi dall’altra parte.