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‘Dogtooth’ e il il cinema della crisi

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Vincitore di Un Certain Regard al 62esimo festival di Cannes, Dogtooth incarna appieno quell’impeto ribelle e brutale che il cinema di rottura di Lanthimos propone con particolare forza nel suo primo periodo.

La crisi della famiglia

In una sperduta villa nelle campagne greche, un padre (Christos Stergioglou) e una madre (Michele Valley) vivono tenendo rinchiusi i tre figli in casa, dopo averli cresciuti nella convinzione che il mondo sia malvagio. Una sola promessa: la possibilità di uscire e vedere l’esterno quando sarebbe caduto loro il dente canino. Dogtooth indaga così le dinamiche legate al potere, al linguaggio e alla corruzione del mondo con un’originalità spiazzante. I tre figli, ridotti ad automi calcolatamente manovrati dai due genitori, vivono come prigionieri tra le mura domestiche. Quello è il loro mondo, tutto ciò che conoscono, ignari e timorati di ciò che esiste all’esterno.

Attraverso pratiche di manipolazione del linguaggio, del rapporto tra significato e significante, le stesse parole si fanno strumento deformativo del reale. Solo il padre, oscuro patriarca, esce di casa per recarsi al lavoro. Quando però viene ingaggiata, per avere rapporti sessuali col figlio, Christina (Anna Kalaitzidou), l’eco del mondo esterno inizia a ripercuotersi pericoloso e amplificato tra le mura della prigione domestica.

Le strutture del controllo

Seguendo un fil rouge che percorre il primo periodo del regista, Dogtooth incarna appieno quel cinema greco di rottura che magistralmente indaga le dinamiche del contemporaneo. La famiglia come ingranaggio opprimente, il peso di una società anestetizzata e anestetizzante, la perdita di certezze e coordinate sono solo alcuni dei punti fissi di Lanthimos. La famiglia diviene il primo strumento che dichiara l’automatismo opprimente del mondo. Tra le mura domestiche tutto è ridotto a un’offuscata e distorta rappresentazione di altro. Una miniaturizzazione dell’esterno che serve da modellino su cui calibrare l’educazione dei figli. L’istituzione-famiglia è il primo germe della crisi, la catena di montaggio che produce il feroce annichilimento. La dinamica del potere messa in scena da Lanthimos è esattamente quella che una società tirannica e antidemocratica metterebbe in atto. Il controllo sul linguaggio, la plasmazione di una prigione dove sembra non mancarci nulla. La concessione di effimere porzioni di libertà che precauzionalmente vengono ben razionate col sadico gusto del controllo.

Di cosa parliamo quando non parliamo di nulla?

Lanthimos costruisce dunque un opprimente sistema di controllo. Impalcature e sovrastrutture fondate sull’illogica convenzione e sull’atavica abitudine dell’uomo a darsi delle regole per capire il mondo e interpretarlo, e per interpretare il suo ruolo all’interno di esso. Così, se in The Lobster l’uomo deve avere un ruolo preciso, che sia amante o single, in Dogtooth questo stesso ruolo è attribuito al linguaggio, strumento ermeneutico e interpretativo della realtà caduto il quale cade ogni cosa: la concezione del mondo, cos’è il sale, il mare, un aeroplano. Sono strutture, alcune più complesse, altre meno, che danno ordine alle nostre vite.

La rottura del meccanismo

Lanthimos si diverte a scardinare queste gabbie interpretative per osservare con sfacciata ironia e humor dell’assurdo ciò che si cela dietro all’ingranaggio: il nulla. Caduti i valori e le certezze resta l’uomo ad osservarsi nella sua nudità creaturale, a crogiolarsi nell’ impossibilità di vivere senza strutture.  Così la protagonista di Dogtooth, una volta scappata dalla villa degli orrori (nascondendosi nella macchina del padre), non aprirà mai lo sportello del bagagliaio, quasi a dichiarare tragicamente il suo fallimento.

 

L’ ingresso in una nuova ma non meno opprimente prigione: il mondo. È come una seconda nascita, l’uscita da uno stato puerile che ci rende adulti ma non meno carcerati a cielo aperto. Forse solo più consapevoli.

Il linguaggio e l’interpretazione del reale

Decostruendo certezze, Lanthimos delinea una semiologia del corrotto che preclude l’esperibilità del vero. I genitori corrompono il linguaggio andando a inceppare il primario strumento interpretativo del reale. Ancora una volta, la dinamica opprimente del potere si stabilizza comodamente sulla deformazione di strutture convenzionali. Non si tratta di architettare pleonasticamente un dizionario corrotto per stupire lo spettatore, una quisquilia linguistica di cervellotica fattura, ma di incrinare a partire dal nucleo stesso le possibilità del vivere. Usciti da un locus protetto la mancanza di un bagaglio linguistico ci preclude la possibilità di comprendere il mondo. La fuga, dunque, si tramuta in un tentativo fallito aprioristicamente, nel momento in cui mancano i mezzi per portarlo a termine.

Cinema fanciullo

Al cinema di Lanthimos si reagisce come bambini, come se lo si scoprisse per la prima volta, decostruiti gli schemi che reggono le credenze della nostra società. Il mondo svuotato dei suoi significati rimane scatola vuota, un ingranaggio inceppato in cui non si può risolvere l’inceppo, ma solo prendere atto dei propri tentativi di riempirlo di significato. Gli stessi personaggi, come automi, sembrano burattini, mai burattinai, in preda ad una disconoscenza del mondo quasi infantile.

Ridotti ad una fragilità esistenziale inquietante e distorta, sono fanciulli, esseri incastrati in meccanismi di cui non comprendono il significato, immersi in impalcature interpretative, esistenziali e formali, dove non possiamo fare altro che giocare, guardando divertiti quegli stessi ingranaggi che maciullano il senso di tutto.

Creature sottomesse

La meccanicità del controllo si traduce in ogni cosa che gravita attorno ai tre imprigionati. Le posture, le parole utilizzate, i movimenti robotici e goffi che disumanizzano anche il sesso. Con la maestria che lo contraddistingue nel dipingere i rapporti umani, Lanthimos calca per la prima volta il topos narrativo della sottomissione e della conseguente ricerca d’emancipazione, temi d’eccezione di un capolavoro come Poor Things. In Dogtooth si crea un rapporto quasi frankensteiniano tra creatura e creato. I tre figli seguono le figure genitoriali con la stessa cecità irrazionale con cui un cane segue il padrone.

Un pericoloso testimone del vero

Nel complesso sistema di velature e deformazioni del reale, il cinema è per tutto il film la falla nel sistema che apre alla fuga. Oculato testimone del mondo esterno (del vero!)  consegna per la prima volta ai tre figli il coltello per squarciare il velo di Maya in cui sono assopiti. Così la visione di Flashdance insegna segretamente alla figlia maggiore nuovi passi di danza da esibire durante una serata in famiglia, rompendo la tradizione e gli ordini tirannici del padre.

Se Christina è l’unico personaggio ad avere un nome proprio, primo strumento di autodefinizione ed emancipazione come esseri unici e indipendenti, così anche il cinema è l’unica presenza portatrice di identità. Sono entrambi esempi di verità che si insinuano anarchicamente tra le corrotte viscere dell’oblio. Una speranza, un colore che subito va represso e riportato al grigio e pacato assortimento delle bugie.

 

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