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‘Megadoc’ di Mike Figgis, molto più di un documentario

L’incredibile perseveranza, rasente la follia, del regista-leggenda è una dedizione da cui c’è da prendere esempio

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Quando Francis Ford Coppola, a ottant’anni suonati, ha deciso di imbarcarsi nella sua idea più folle e realizzare Megalopolis, un progetto che aveva desiderato e inseguito per oltre quarant’anni, era chiaro che avrebbe voluto documentare anche la grande avventura della realizzazione: ecco come è nato Megadoc di Mike Figgis.

Un documentario la cui esistenza richiama immediatamente quella di Lost in La Mancha, che allo stesso modo aveva documentato la vita di un altro set, quello di Terry Gilliam. È lo stesso Figgis che incalza su questo punto: da documentarista si sente alla ricerca del conflitto, che renderebbe il film che sta girando, più avvincente. Un conflitto che nel film citato sopra era imprevedibile e travolgente.

Figgis vorrebbe il volto e l’onestà di Adam Driver in una intervista, registrare le accese discussioni tra Coppola e Shia Labeouf, chiaramente il più irriverente tra tutto il gruppo; e ci tiene a documentare gli incidenti di percorso, che danno il pepe alla storia, assieme alle mire impressionanti di Coppola stesso. D’altro canto però, soffre a ogni scossone perché sa bene cosa prova un regista quando la sua creatura fatica a vedere la luce. Ebbene, senza neanche cercare troppo, i conflitti emergono perché Megalopolis è un progetto imperiale, con un imperatore creativo che vuole essere seguito ciecamente mentre corre a grande velocità, e probabilmente verso un dirupo.

Megalopolis e Megadoc, una sola cosa

Per quanto l’opera ambiziosa di Coppola abbia ottenuto più premi ai Razzie Awards che in qualunque altra celebrazione, è impossibile non riconoscere il valore dell’impresa. E l’indagine molto onesta di Figgis, ci porta in un certo senso verso questa conclusione: malgrado la diffidenza e talvolta anche la cattiveria con cui certa critica ha accolto il film, l’incredibile perseveranza, rasente la follia, del regista-leggenda è una dedizione da cui c’è da prendere esempio. La scena di apertura la dice lunga: meglio morire poveri e falliti, che rimpiangere di non aver realizzato l’opera di una vita.

Quello che sta in mezzo tra l’idea e l’opera sono le relazioni interpersonali tra i membri della troupe costretti a fronteggiare un personaggio sopra le righe, che sa di avere una certa influenza, fama, ma, soprattutto, il totale controllo produttivo di quello che succede e vuole far succedere. C’è chi prova a litigarci, a introdurre la novità, a instillare un po’ di ragione. Non funziona nulla, Coppola è un carrarmato ottantenne che ha in testa una visione e un certo tipo di cinema. Il quale, e se ne renderà ben conto chi ha visto il film, ci appare a tratti vagamente retrò.

Tuttavia, per poter rivalutare l’ultima opera di Coppola, che da outsider di Hollywood ha fondato (insieme a Lucas e Spielberg) una Nuova Hollywood, come l’apogeo della sua carriera avveniristica, non può mancare la visione di Megadoc. Completa davvero la sua “follia”, o per meglio dire, riporta un po’ di ragione laddove si pensava si fosse perso il senso.

Uno still da ‘Megadoc’ di Mike Figgis – Immagini stampa fornite da Jeonju International Film Festival

Una storia infinita

Comprensivo di immagini di repertorio dei primi provini realizzati dal regista più di venti anni fa, tra cui compaiono Uma Thurman, Robert De Niro e Ryan Gosling, per citarne alcuni, il film è un vero documento che testimonia come Megalopolis sia diventato realtà. Include le riunioni di produzione, la routine del maestoso reparto costumi, dove la celeberrima connazionale Milena Canonero approva pezzo per pezzo una comparsa dopo l’altra; e il dietro le quinte degli effetti speciali, che il maestro vuole siano i più concreti possibile, rifuggendo i green screen come fossero un trucco del diavolo. Fino a scatenare l’ammutinamento della scenografa Beth Mickle e dei suoi collaboratori.

Questa diffidenza verso la modernità non sarà di facile gestione per la troupe, ed è forse una delle ragioni per cui il film manca del dinamismo a cui i colossal ci hanno abituato. Anche questo punto, questa testarda revisione del passato e cocciuto allontanamento dalle possibilità della computer grafica, è ben spiegato da Figgis che ricostruisce, tramite le parole dei collaboratori, la ragione che spinge un nostalgico come Francis Ford Coppola a restare avvinghiato al cinema di un tempo e alla sua magia.

Malgrado tutto il caos e le difficoltà, malgrado i giovani dubbiosi dell’impresa, lo staff di fedelissimi si spreca in parole di apprezzamento.

Sul set di Francis Ford Coppola vige la legge del gioco, ci si deve divertire e ben venga che lui, a ottant’anni, spenda le fortune della famiglia per realizzare il suo sogno. Quanta vigorosa speranza ci regala una follia del genere.

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