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‘Cachè’ e l’insostenibile peso del giudizio
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3 giorni agoon
Miglior regia alla 58ª edizione del Festival di Cannes, premio FIPRESCI alla stessa e miglior film agli European Film awards, Cachè (titolo italiano Niente da nascondere) di Michael Haneke conferma per l’ennesima volta l’immensa importanza che il regista austriaco ricopre nel panorama del cinema d’autore europeo. Un’opera che, come poche, è in grado di interrogare il nostro sguardo e metterlo in dubbio.
Il passato mai sepolto
Un campo largo a camera fissa ci mostra in apertura la veduta di una casa. Due voci fuori campo iniziano a parlare. Sullo schermo appaiono dei rumori di tracking, il video accelera e ci mostra un uomo che esce dall’abitazione e si avvicina a una macchina. È Georges (Daniel Auteuil), benestante conduttore televisivo che vive con la moglie Anne (Juliette Binoche) e il figlio Pierrot.
Uno stacco e lo vediamo seduto sul divano, con la moglie, intento a guardare la videocassetta che mostra la scena citata in apertura. È solo la prima di una serie di misteriose registrazioni che gli verranno inviate periodicamente e che metteranno sottosopra la sua vita apparentemente felice e tranquilla. Cercando di risalire al misterioso mittente che minaccia inquietantemente la sua famiglia, Georges si ritroverà faccia a faccia col suo passato e con ferite mai rimarginate.
Per un cinema parassita
Come per Funny Games, Haneke torna ad indagare la possibilità del cinema di farsi strumento per entrare parassitariamente nella vita di qualcuno. Come per Funny Games il dispositivo cinematografico diviene un medium espressivo che brutalmente trasmuta le certezze (dei personaggi e di noi spettatori) in domande che pesano come macigni. La possibilità di scardinamento dei confini sicuri di un ambiente (una casa), del meccanismo che si mette in moto quando si entra in un luogo protetto e sicuro rendono Cachè un perfetto esperimento di osservazione chirurgica del reale. Il cinema fa questo: indagare il nucleo ed eviscerare ciò che dovrebbe rimanere protetto, farci entrare in un mondo dove non esistono sicurezze ma solo domande che si autoalimentano. Aprire le porte di una casa sicura, che sia con un nastro magnetico o con la violenza, per entrare nel sommerso ecosistema dell’atrocità esistenziale.
L’insostenibile peso del punto di vista
Haneke riflette profondamente sul peso enorme e al tempo stesso sulla labilità del punto di vista. Il tema è ben dichiarato dall’inizio: tutto è un punto di vista su qualcosa di qualcuno e c’è sempre un discorso politico dietro, una presa di posizione. Un uomo e una famiglia vengono minacciati da oscure videocassette che riprendono la loro abitazioni e momenti della loro vita quotidiana. Eppure, nel cupo gioco della vita la definizione dei ruoli non è così semplice, e questo il cinema lo sa bene. Se è vero che la definizione di forma e contenuto dipende dalla prospettiva da cui si guarda, allora vittima o carnefice, colpevole o innocente sono solo contenitori vuoti che il nostro punto di vista è chiamato a riempire e plasmare. È così che il passato di Georges, nella disperata ricerca del mittente, inizia a riaffiorare mettendo in crisi la sua patinata felicità borghese.
Osservatori e osservati
Osservare significa disporre la prospettiva, posizionare il proprio sguardo lungo i binari del giudizio. Haneke gioca magistralmente con i punti di vista, confondendoli e mischiandoli a suo piacimento, e mettendo in crisi il senso stesso dell’osservazione. Nel corso della narrazione si intrecciano quelli del regista e del misterioso osservatore (le videocassette), alternandosi continuamente in una labirintica ricostruzione del reale che non giunge mai a compimento. In Cachè il gioco di Haneke risulta comunque chiaro e ben orchestrato: interrogare il nostro sguardo e rendere noi spettatori i veri mittenti delle videocassette.
È sempre una questione politica
Proprio la mancanza di un reale colpevole ci porta dunque a essere personaggi stessi della narrazione, ritornando alla fondamentale funzione del cinema che fa della sua effettiva tangibilità sulle nostre vite uno stabile principio ontologico. Haneke interroga così il nostro sguardo e mettendoci in gioco per primi ci chiede di interpretare.
Siamo chiamati ad assistere in prima persona allo spettacolo del reale e alla sua necessità di essere giudicato, a ricalibrare le nostre posizioni e uscire dalle zone grigie del torpore e dell’ignavia. Giudicare Georges e la sua famiglia, la borghesia, il massacro parigino del ’61 e il nostro stesso presente.
Un fondamentale omaggio al cinema
È dunque in grado ancora il cinema di interrogare lo sguardo di noi spettatori? Quello sguardo consapevole sul mondo di cui oggi più che mai non possiamo fare a meno? Haneke riflette (e fa riflettere) su queste tematiche orchestrando un sottile omaggio al cinema: fin dai primi minuti della pellicola viene svelata la sua duplice natura: osservazione del reale e dichiarazione della meccanicità della sua natura finzionale. Una camera che dichiara il procedimento stesso di ripresa: è un nastro magnetico, una ripresa che scruta il mondo e che a sua volta sta venendo osservata su una tv dentro una calda casa borghese. Qualsiasi sia il mezzo utilizzato, quelle immagini esistono perché noi siamo ancora qui a guardarle, perché sappiamo instaurare una comunicazione. Perché dal lato opposto di uno schermo siamo ancora in grado di interrogarci, di metterci in dubbio, di chiederci se in fondo abbiamo qualcosa da nascondere.