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‘Ted’: il ritorno dell’orsacchiotto politicamente scorretto

La serie firmata Seth MacFarlane arriva su Netflix, un tuffo nel passato ci porta all’inizio del suo legame con John e la famiglia Bennett

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Dopo il successo dei precedenti film, il mitico orsacchiotto torna sul piccolo schermo nella serie Ted. Il suo black humour e il politically s-correct questa volta ci portano negli anni ‘90, dove tutto ebbe inizio.  

Ted non è cambiato (e forse è meglio così)

Nonostante sia passato qualche anno dalla sua ultima apparizione sul grande schermo, Ted conquista ancora una volta il pubblico a casa con la sua comicità scorretta e la sincerità senza filtri.
Seth MacFarlane, ideatore e regista, presta ancora una volta la voce al suo personaggio, dandogli la giusta dose di quella spontaneità e irriverenza che lo caratterizzano e lo rendono (quasi) umano.

Ted ritorna a tutto gas partendo dai primi anni ‘90: Max Brukeholder veste i panni di un sedicenne John Bennett in piena fase adolescenziale, mentre la popolarità di Ted sta pian piano svanendo. A renderlo noto è la voce narrante di Ian McKellen:

“Come per tutte le celebrità, passato l’entusiasmo iniziale, ben presto a nessuno frega più un ca**o di te”. 

Non è certo un segreto per chi lo conosce: Ted continua a costruire la sua identità con battute sul sesso, droga e alcol, elementi che sicuramente lo hanno reso unico nel suo genere, ma che allo stesso tempo urlano “vietato ai minori non accompagnati”.
Se per certi aspetti la serie può risultare diversa dai film, per via anche delle dinamiche liceali in stile americano, è anche vero che mantiene gli stessi toni provocatori e non cerca di attenuarli.

È proprio questa libertà espressiva, spesso al limite del provocatorio, a definire il tono della narrazione: una comicità che può risultare eccessiva o divisiva, ma che rimane coerente con lo spirito originale del personaggio. In questo senso, la serie punta tutto su una formula già collaudata, adattandola al formato seriale.

Il nuovo formato: tra nostalgia e novità

Se da un lato Ted ripercorre le stesse dinamiche già sperimentate nei precedenti film, sviluppando i dialoghi con un linguaggio a volte fin troppo colorito, d’altro canto il suo formato episodico rappresenta una novità. MacFarlane abbandona il grande schermo per una sitcom in pieno stile anni ‘90: dalle riprese in primo piano alla durata episodica di 20 minuti circa.
E non è tutto, a portare una vera boccata d’aria fresca è l’arrivo della cugina Blaire (Giorgia Whigham), ospite dei Bennett durante il college. Il suo arrivo porta con sé un punto di vista anacronistico, e difende i suoi valori morali con sarcasmo e determinazione, cercando di essere un modello per il giovane John.

Un personaggio che sembra quasi stonare con il cinismo a cui Ted ha abituato i suoi spettatori, ma che riesce a bilanciare quelle battute dirompenti grazie anche alla sua grande presenza scenica e alla profondità delle sue idee.
Entra in scena proprio quando l’ago della bilancia politically correct sembra superare il limite, quasi come una voce dall’alto che cerca di ristabilire un ordine nel caos in cui si ritrova a vivere.

Non un classico buddy movie

Pur richiamando le dinamiche tipiche della buddy comedy, Ted si inserisce in un panorama seriale già ricco di esempi simili, distinguendosi però per il suo tono esplicitamente scorretto.
A differenza di serie animate come I Griffin e American Dad, sempre firmate da Seth MacFarlane, qui l’irriverenza si confronta con un contesto più realistico, fatto di dinamiche familiari e adolescenziali.
Allo stesso tempo, rispetto a comedy più comfort come Modern Family, questa serie sceglie di non addolcire mai davvero i suoi toni, mantenendo un linguaggio diretto e spesso provocatorio.

È proprio in questo equilibrio tra una struttura classica e contenuti più spinti che trova la sua identità: un prodotto che non reinventa il genere, ma lo piega al proprio stile, puntando tutto sulla chimica tra i personaggi e su una comicità spesso cinica e criticata, ma che difficilmente passa inosservata.

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