‘Pecore sotto copertura’: l’animazione come lente sul pregiudizio e la paura dell’altro
Sotto la superficie leggera, Pecore sotto copertura sorprende per la capacità di sfiorare temi come pregiudizio, appartenenza e paura dell’altro, anche a costo di qualche semplificazione nella rappresentazione umana.
Tratto dal romanzo “GlennKILL. La prima indagine di Miss Maple, la più intelligente del gregge” di Leonie Swann, Pecore sotto copertura si muove con una sicurezza rara nel panorama dell’animazione contemporanea. Arguzia, attenzione ai dettagli, capacità di prendersi gioco di sé stessa senza mai scivolare nel compiacimento: non è un caso che dietro la regia ci sia Kyle Balda, già mente dietro la saga dei Minions, e con un passato nel reparto animazione della Pixara servizio di titoli come Monsters & Co. e Toy Story 2.
Questa eredità si traduce in una gestione millimetrica del ritmo e dei tempi comici: ogni gag è calibrata, con ogni pausa a fungere da ingranaggio prezioso ai fini della struttura complessiva. Il film riesce così a parlare a un pubblico giovane senza rinunciare a una comicità più sottile, abile nel richiedere uno sguardo leggermente più attento per essere colta appieno senza però appesantirsi artificialmente.
Pecore sotto copertura: uomini contro pecore
Insita tra le logiche della pellicola, appare poi la scelta di “giocare in sottrazione” con i propri umanoidi, soprattutto nel rapporto con George, il personaggio amabilmente interpretato da Hugh Jackman. In un’industria che tende a costruire tutto attorno alla star, qui accade l’opposto, attraverso la consapevolezza non scontata che la vera forza del tessuto narrativo risieda altrove, e nello specifico nel gregge: affamate di erba quanto di screen time, le pecore rapiscono così lo spettatore in ogni sequenza a loro dedicata, imponendo una presenza scenica che rende quasi accessorio un contributo umano tendente sin dai primi secondi ad una scrittura a dir poco caricaturale.
Nel suo assegnare ai personaggi delle funzioni narrative immediate prima ancora che abiti tridimensionali, Pecore sotto copertura si appoggia dunque con decisione allo stereotipo e alla chiarezza: una scelta che presenta una propria logica, soprattutto nel fare il verso ad una prima bozza di sceneggiatura in cui dell’uomo non vi era sostanzialmente la minima traccia. È un ribaltamento interessante, che diventa dichiarazione poetica senza però tradursi in pigrizia d’intenti, nonostante nel lungo termine rischi di appiattire il discorso, quando invece una maggior complessità avrebbe potuto forse rendere il tutto ancora più incisivo.
L’agnellino d’inverno
Ma è proprio lungo tale confine che Pecore sotto copertura finisce per toccare temi tutt’altro che banali. Ad emergere sotto la superficie comica sono infatti diramazioni assolutamente non banali come il senso di appartenenza, la paura dell’ignoto, l’accettazione della morte e perfino l’efficacia radicata negli stessi meccanismi di autodifesa di cui l’umanità tende a cibarsi con cadenza mensile. In questo modo le pecore diventano uno specchio deformante: non solo “altro” da noi, ma potenzialmente più simili di quanto siamo disposti ad ammettere.
Esempio cardine, il passaggio riguardante la figura dell’ “agnellino d’inverno” (o in una chiave di lettura più accessibile, pecora nera), un elemento narrativo trasposto nella pellicola come vera e propria metafora del giudizio umano e dei meccanismi di esclusione: abbandonando ogni ambiguità e affrontando direttamente il tema della discriminazione e del pregiudizio, il film saltella tra una battuta e un’altra finendo per raccontare di chi viene definito “diverso” e, proprio per questo, respinto o frainteso.
Un cast di primissimo livello
Nonostante un passaggio su grande schermo avvenuto relativamente in sordina, Pecore sotto copertura può contare su un cast vocale di primissimo rilievo, da Patrick Stewart (in un curioso eco del suo immaginario legato agli X-Men) a Bella Ramsey(The Last of Us), da Regina Hall a Bryan Cranston. Un parterre vocale che dà corpo e ritmo al gregge, costruendo identità precise anche senza il supporto dell’espressività umana.
E se queste sono le voci che guidano il racconto, sul versante visivo il film non rinuncia comunque a presenze di peso: affiancate a Hugh Jackman – qui ironicamente più vicino a osservare il gregge che a guidarlo, in una versione di Wolverine decisamente meno aggressiva – figure come Molly Gordon o Emma Thompson completano un equilibrio tra visibile e invisibile capace di riflettere perfettamente la natura stessa del film.
Facendo riferimento al piano estetico, la cura degli animali appare evidente: le pecore, realizzate in CGI, risultano tanto adorabili quanto credibili, una peculiare eccezione se si ragiona ad un periodo storico come quello attuale in cui gli effetti visivi non rappresentano più una garanzia automatica di qualità. In tal senso, ciò che colpisce davvero non è tanto la resa tecnica in sé, quanto l’uso che il film ne fa: la CGI non cerca mai il virtuosismo fine a sé stesso, bensì lavora quasi per sottrazione, privilegiando la leggibilità delle espressioni e la riconoscibilità dei movimenti. Ogni pecora è costruita per essere immediatamente distinguibile, sia nel comportamento che nella presenza scenica, col fine ultimo di trasformare il gregge – massa indistinta per definizione- in una vera e propria somma di individualità.
Capitolo finale
In conclusione, Pecore sotto copertura è un’opera che, pur nei suoi eccessi e nelle sue ramificazioni strutturali rivedibili, riesce a distinguersi per intelligenza e sensibilità. Un film che, pur non puntando ad essere memorabile, diverte, e sotto la superficie continua a porre domande – soprattutto quando mette in crisi il nostro sguardo sullo stesso mondo che crediamo tanto di dominare. È proprio in questo cambio di prospettiva che il film trova il suo senso più compiuto. Perché in fondo, come recita il finale di pellicola,
“Le pecore pensano di appartenerci, ma siamo noi ad appartenere a loro.”