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Far East Film Festival

‘Suzuki=Bakudan’, un thriller-poliziesco a ritmo di esplosioni

Nel nuovo film di Nagai Akira ogni deduzione sbagliata può essere il passo falso verso un disastro sempre più grande

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Guardare 'Suzuki=Bakudan' è come immergersi in un pericoloso gioco, dove ogni deduzione può condurre alla salvezza o alla distruzione

Suzuki=Bakudan, il nuovo thriller-poliziesco di Nagai Akira, presentato al Far East Film Festival, inscena un duello tra un bombarolo senza scrupoli e la polizia di Tokyo. Un cattivo memorabile, un gruppo di agenti pronti a tutto, una famiglia disperata e un serrato scontro a colpi di enigmi e deduzioni sono gli ingredienti perfetti di un film che non allenta la presa neanche per un minuto.

Suzuki=Bakudan: un “sesto senso”

Il film ruota attorno a Suzuki Tasogaru (Sato Jiro), un senzatetto arrestato per aver distrutto un distributore automatico e aver aggredito il commesso di un negozio. Durante i normali accertamenti del caso, Suzuki afferma di avere un “sesto senso” capace di prevedere i crimini. Inizialmente la polizia non lo prende sul serio, ma quando una bomba esplode davvero ad Akihabara all’ora da lui indicata, le sue parole acquistano credibilità. Suzuki prevede poi altri attentati. Il caso passa così dalle mani del poliziotto freddo e scettico Todoroki (Shota Sometani) a quelle di Kiyomiya (Watabe Atsuro) e del suo assistente Ruike (Yuki Yamada), due investigatori più esperti e risoluti, decisi a capire se Suzuki stia dicendo la verità e cosa si nasconda dietro le sue misteriose capacità.

Guardare 'Suzuki=Bakudan' è come immergersi in un pericoloso gioco, dove ogni deduzione può condurre alla salvezza o alla distruzione

A volte basta poco, il segreto è rimescolare

Suzuki=Bakudan dialoga apertamente con il cinema che lo ha preceduto. Da celebri film occidentali, come Il silenzio degli innocenti (1991) e Inside Man (2006), a imperdibili cult orientali, quali Anatomia di un Rapimento (1963) e Memories of Murder (2003), è evidente come una certa filmografia abbia lasciato un segno creativo nella mente del regista. Questo permette a Nagai Akira di giocare con la percezione del già visto.

Il film non ha la presunzione di ricreare da zero, ma piuttosto di rimescolare ciò di cui si è appropriato. Questo conduce a un particolare coinvolgimento dello spettatore: un climax ascendente di tensione e colpi di scena in cui le dinamiche si possono prevedere, ma al contempo il rischio di essere confusi e ingannati è molto alto. La sfida logica tra i personaggi sullo schermo diventa, in breve tempo, la sfida tra il creatore del film e il destinatario. Data forma a questa interconnessione non si possono avere dubbi: Suzuki=Bakudan non è un thriller senza precedenti, ma rimane un thriller che funziona.

Un killer straordinariamente perturbante

Il punto di forza di Suzuki=Bakudan è lampante: Suzuki Tasogaru. Come ogni grande antagonista della Storia del Cinema, la sua credibilità e il suo magnetismo sono date dalla sua caratterizzazione e dall’attore che ne indossa le vesti. Inquadrature al suo servizio e Sato Jiro dona la propria esperienza a un’interpretazione magnetica. Suzuki Tasogaru incarna vorticosamente inquietudine e rassegnazione. Ma ciò che lo rende ancor più affascinante è il suo essere perturbante.

Le sue motivazioni parlano a molti: non sono giustificabili, ma sono comprensibili. Suzuki è un killer figlio di una deriva etica del XXI secolo. I suoi occhi hanno assaporato la solitudine e la relegazione in un mondo che non è più in grado di ascoltare. Suzuki sprigiona gli effetti di una realtà sempre più polarizzata che, persi i propri valori, costringe gli ultimi a una lotta tra ultimi. Trasuda una rabbia e un disprezzo che originano dalla più cinica disillusione. Una condizione così estrema e così priva di speranze che, però, lo costringe a deformare la propria consapevolezza e a diffondere il proprio odio in modo indiscriminato (centrale, in tal senso, è il video tragicomico che carica sul web).

Guardare 'Suzuki=Bakudan' è come immergersi in un pericoloso gioco, dove ogni deduzione può condurre alla salvezza o alla distruzione

Alle spalle dei protagonisti c’è un piccolo mondo che racconta il reale

In Suzuki=Bakudan le linee narrative secondarie sono particolarmente riuscite per due motivi. Il primo è l’organicità con cui si intrecciano alla principale: forniscono indizi, spezzano meticolosamente il ritmo dell’interrogatorio che, altrimenti, risulterebbe troppo pesante, e in esse ha origine il tutto.

Il secondo aspetto molto interessante è che raccontano le storie della gente più comune, facendo emergere alcuni tratti, positivi e negativi, tipici della società giapponese e non solo. Se Suzuki e i poliziotti dell’interrogatorio sono personaggi plausibili cinematograficamente, chiaramente alla ricerca di un posto privilegiato nel cerchio di luce sul palcoscenico, le figure secondarie rappresentano, invece, qualcosa di più verosimile e palpabile. Si osservano sacrifici, intimi sentimenti tra colleghi e piccole ambizioni lavorative, così come si assiste alla ricerca della pace e della serenità di una famiglia logorata da uno scandalo. Allo stesso modo si vede la negativa pervasività dei social e un lieve tentativo di combattere i pregiudizi nei confronti dei disturbi mentali.

Questi sguardi micro-sociali sono fondamentali, perché rappresentano un sottotesto che consente di collocare temporalmente l’opera. Non è qualcosa che è in grado di farlo esclusivamente una sala per gli interrogatori: quelle esistono da decenni, se non secoli. Leggere un’opera nella sua interezza aiuta a storicizzarla e, come in questo caso, a coglierne i veri significati.

Guardare 'Suzuki=Bakudan' è come immergersi in un pericoloso gioco, dove ogni deduzione può condurre alla salvezza o alla distruzione

Suzuki=Bakudan

  • Anno: 2025
  • Durata: 136'
  • Genere: thriller, poliziesco
  • Nazionalita: Giappone
  • Regia: Nagai Akira