Trento Film Festival

‘Old Man Lightning’: la paura di rimanere leggenda

John Sherman ritorna al Bouldering per dimostrare a se stesso e al mondo che il tempo non l’ha scalfito

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C’è stato un tempo in cui, per il mondo del bouldering, John Sherman era ciò che Frida Kahlo rappresentava per gli artisti: un’icona assoluta. Oggi quel mito torna sul grande schermo con Old Man Lightning, documentario diretto da Dawn Kish e presentato al Trento Film Festival 2026. Il film segue la sfida impossibile di un uomo che a 57 anni decide di non essere solo un ricordo: con la regia sensibile di Kish, vediamo “The Verm” sfidare il tempo per dimostrare che il fuoco di un fuoriclasse non si spegne mai.

Il ritorno al Midnight Lightning: non solo una questione di muscoli

Il documentario scava nelle radici di John Sherman, rivelando che il bouldering è stato per lui molto più di una disciplina: è stato il luogo in cui ha trovato la famiglia che in casa gli era mancata. Sentendosi invisibile tra le mura domestiche, “The Verm” ha cercato e trovato tra i climbers una comunità di simili a cui appartenere. Questa ricerca di connessione si è poi evoluta in una profonda passione per la fotografia naturalistica, in particolare per i Condor, animali che Sherman vede come specchio del proprio sviluppo spirituale. Per lui, scattare una foto a questi giganti in via d’estinzione genera la stessa scarica di adrenalina di una via chiusa in parete, creando un legame sottile tra l’occhio del fotografo e il corpo dell’atleta.

Tuttavia, questa nuova vita ha richiesto un prezzo: la staticità necessaria per la fotografia lo ha portato ad aumentare di peso e ad allontanarsi dall’arrampicata, creando un paradosso tra la pace dello spirito e il declino fisico. È da questa tensione che nasce la sfida del 2016: tornare al Midnight Lightning, la roccia situata nel celebre Camp 4 che rappresenta la sua rivale storica e il test definitivo per ogni appassionato. Il documentario di Dawn Kish diventa così il diario di un uomo che cerca un equilibrio impossibile, tentando di dimostrare che, con la giusta disciplina, è ancora possibile riconquistare il trono in quella “città dei climber” dove tutto ebbe inizio.

John Sherman e il Midnight Lightning

L’anatomia di un’ossessione: il metodo Sherman

Nonostante un passato segnato da infortuni gravissimi — fratture a bacino, collo e talloni — Sherman sfida la propria biologia con un’ostinazione che rasenta la follia. La regia di Dawn Kish documenta senza sconti questo sfinimento fisico e mentale: per tornare in cima, l’atleta si affida al “guru del fitness” Ryan Whited, imponendosi un allenamento maniacale di sei mesi. È il ritratto di un uomo che non accetta di essere un ricordo e combatte per dimostrare che “The Verm” non è affatto finito.

Tuttavia, il cronometro della natura non segue i desideri dell’ego. Quando i risultati non arrivano nei tempi sperati, l’ossessione di Sherman si trasforma in una perdita di razionalità, schiacciata dal peso di dover eguagliare il se stesso di trent’anni prima. Il documentario cattura perfettamente questo corto circuito: la consapevolezza che, a 57 anni, la forza di volontà deve scontrarsi con la realtà, obbligando la leggenda a fare i conti con i tempi lunghi e faticosi della propria rinascita.

Il peso del tempo, la forza del desiderio

Old Man Lightning si eleva a riflessione universale sulla transitorietà e sulla complessa accettazione dei propri limiti, senza mai scadere nel compromesso della resa. La cinepresa di Dawn Kish sceglie la via dell’onestà brutale, rinunciando a una facile retorica eroica per restituirci un ritratto umano a tratti dolente, ma profondamente vitale. È un’opera necessaria non solo per chi vive di roccia, ma per chiunque si trovi a negoziare con il passare degli anni: un promemoria viscerale del fatto che una leggenda non smette di lottare, ma impara semplicemente a ridefinire la propria prospettiva sulla vetta.

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