Trento Film Festival

‘Rotta’, è solo acqua e vento: intervista a Francesco Clerici

Un viaggio in solitaria tra mare e oceano, dopo vent’anni in un film l’impresa di Bellini

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In anteprima assoluta al Trento Film Festival  Rotta. Il documentario, firmato da Alex Bellini e Francesco Clerici, riporta alla luce una delle imprese più straordinarie degli ultimi decenni.

Sono passati vent’anni da quando Alex Bellini salpò a bordo di una barca a remi dal porto di Genova con direzione Fortaleza, in Brasile. 226 giorni di navigazione in solitaria, oltre 11.000 chilometri di fame, fatica e isolamento. Oggi quell’esperienza rivive in un film che ne conserva intatta la dimensione intima e diaristica. Le immagini, raccolte dallo stesso Bellini, mantengono il carattere privato mentre una voce – generata con l’intelligenza artificiale – si interroga sulle ragioni che spingono un uomo a confrontarsi con la natura e la sua imprevedibilità.

I primi piani, il dialogo continuo con se stesso – e forse con chi verrà – finiscono talvolta per sospendere la percezione dello spettatore, facendogli quasi dimenticare la fragilità di quella piccola barca che si muove testarda nell’immensità dell’Oceano. Non basta guardarlo, questo film chiede di sporgersi e trarne, ciascuno, quel che vuole.

Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Clerici.

Rotta: un film-diario

Le immagini raccolte da Alex Bellini nascono chiaramente da un’esigenza intima e personale di costruire un diario visivo dell’impresa. In che modo è maturata l’idea di trasformare questo materiale in un film e come si è sviluppato il vostro dialogo durante il processo?

Alex mi ha chiamato insieme a Francesca per dirmi che in quel girato, che avevano appena riversato, era custodita una delle avventure cui erano più legati in assoluto, e che erano passati esattamente vent’anni. È un po’ come se un amico ti affidasse il suo diario di vent’anni prima e ti dicesse: è importantissimo per me, se ne può fare un film? Ho risposto di sì prima di vedere le riprese, dopo averle viste non ho avuto nessun dubbio. Siamo “partiti”, parlando di Rotta. E da lì selezionando i materiali importanti per lui e quelli secondo me e il montatore necessari per il film.

La selezione dei materiali

In assenza di una regia pensata per il cinema, il montaggio diventa il vero luogo della costruzione narrativa. Eppure il film conserva un forte rispetto per la natura originaria delle immagini, nei suoi silenzi, nelle durate. Come hai e avete lavorato sulla selezione del materiale e quali i criteri che hanno guidato le scelte, anche in termini di rinuncia?

Insieme al montatore, Andrea Paganini, che conosco molto bene da quando abbiamo 18 anni ma con cui non avevo ancora mai lavorato prima, abbiamo deciso di rispettare l’ordine cronologico e anche la natura diaristica del girato. Molte intuizioni sono state proposte di Andrea.

Le miniDv riversate presentavano delle dissolvenze a nero che abbiamo deciso di tenere come scansione, quasi fossero le pagine di un diario da sfogliare. Abbiamo deciso poi di seguire più che “la rotta” della barca, quella interiore, emotiva e altalenante di Alex, concentrandoci più su una traiettoria di viaggio che rispecchiasse la sua curva “interna”.

È stato per certi versi come lavorare con un materiale di found footage molto coerente e lineare – con una unità di veicolo/luogo quasi claustrofobica (a là Lifeboat di Hitchcock !) – che in realtà sembrava nata proprio per il cinema. Per il resto abbiamo cercato di condensare in una durata che, anche dando peso ai vuoti, ai silenzi e alla dimensione cronologica (più di 200 giorni son tanti…montarli in 20 minuti per forza avrebbe snaturato alcune reazioni e alcune parabole interne di Alex), potesse far entrare in modo più onesto nel mondo e nel tempo di quell’avventura.

Alex Bellini sulla sua barca a remi, un frame dal film

Natura vs artificio

Nel film convivono la dimensione fisica e mentale dell’esperienza di Bellini e un commento realizzato con l’intelligenza artificiale che la attraversa e interpreta. Che tipo di dialogo e relazione avete immaginato tra questi due livelli?

Sono passati 20 anni tra l’impresa di Alex e il montaggio del suo diario. Il mondo è cambiato, la metafora che rappresenta il suo viaggio ha altre, e ulteriori, possibili letture. L’intelligenza artificiale dà la possibilità di fornire un commento esterno e interno allo stesso tempo: è una voce altra rispetto a quella di Alex, ma allo stesso tempo contiene anche la sua voce, raccoglie tutte le voci umane che hanno riflettuto sul senso di questi viaggi e, in fondo, dell’essere uomo.

A me e Francesco Giarrusso cui mi sono affidato come collaboratore per questa parte, non ci interessava l’IA come macchina o come tema alla moda, ma come deposito del sapere umano da cui pescare riflessioni di una strana forma di retorica obbiettiva universale. Abbiamo cercato una forma di antropologia al contrario in cui è lei (ma in quanto lei è tutti noi e tutto ciò che le abbiamo insegnato e affidato) a guardare l’uomo. È uno specchio.

Un racconto antispettacolare

Pur partendo da un’impresa estrema, il film evita qualsiasi spettacolarizzazione e costruzione eroica. Resta ancorato a una dimensione privata e solitaria, lontana dalle forme più spettacolari a cui questo tipo di racconto – soprattutto televisivo – ci ha abituati. Era per te e voi fondamentale sottrarre la narrazione a questa retorica?

Uno dei primi argomenti di cui ha voluto parlare Alex quando l’ho conosciuto è proprio sulla retorica anti-spettacolare, antieroica, sull’anti eccezionalità. Su cosa significhi raggiungere una meta o no: spesso i film di questo tipo si risolvono nel fatto se uno ce la fa o meno, e il resto perde importanza. Invece è tutto il resto ad essere importante.

Tutti, metaforicamente, abbiamo attraversato in alcuni momenti della nostra vita, un oceano. Tutti abbiamo (o crediamo di conoscere) i nostri limiti, i nostri oltre, i momenti in cui inseguiamo o cerchiamo qualcosa o quelli in cui fuggiamo da un dolore. E in quei momenti siamo soli, quindi il lavoro di sottrazione è stato ancora più necessario, la regia doveva essere nuda: nessuna musica, nessuna intervista, solo le cassette miniDV di una vecchia videocamera, due remi, una barca, il montaggio e il suono di un viaggio solitario.

La resistenza nella lentezza

Di fronte a un immaginario contemporaneo sempre più accelerato, Rotta sembra rivendicare – nella forma e nel contenuto – la lentezza come forma di percezione e come modalità di relazione con la natura. Che spazio pensi possa avere oggi, nel panorama cinematografico, un’opera che chiede allo spettatore tempo, attenzione e immersione?

È in fondo una forma di resistenza, hai ragione.

Si tratta di uno spazio di riflessione e non di “consumo di contenuti”. Lo spettatore è il protagonista e il regista dei suoi pensieri, non un consumatore. Ricordo di aver letto in un libro, credo fosse la Grammatica della fantasia, e forse sto falsando un ricordo, ma mi sembra un po’ una buona risposta a quello che chiedi – dicevo, ricordo di un maestro che invece che proibire di arrampicarsi per affacciarsi bene alla finestra agli studenti perché pericoloso, aveva messo una scala per poter guardare fuori meglio. Ecco, alcuni film sono scale per affacciarsi. Ma cosa guardare e poi cosa vedere lo decide chi sceglie di salirci (che non è faticoso, ma più faticoso che guardare il cellulare sulla poltrona, questo sì). Certo, lo spazio per fare quella scelta è sempre meno, ci sono sempre più schermi e sempre meno finestre.

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