C’è chi usa il cinema per raccontare storie, e poi c’è Spike Lee, che lo usa come una cassa di risonanza. Al Tribeca Film Festival il regista newyorkese, che ci ricordiamo per capolavori che hanno segnato un’epoca come: ‘La 25esima Ora,’ ha presentato Apart, un cortometraggio animato che, già dal titolo, sembra voler mettere il dito nella piaga di una contemporaneità.
Trailer, appena diffuso, non lascia molto spazio all’ambiguità: non sarà un esercizio di stile, ma un lavoro che prova a intercettare il nervo scoperto del presente.
Animazione non è un genere ma un Linguaggio
Con questo suo Apart, Spike Lee sceglie una strada meno battuta nella sua filmografia, quella dell’animazione. Ma è una deviazione solo apparente. Perché il mezzo cambia, mentre il messaggio resta perfettamente coerente con il suo cinema: diretto, stratificato, spesso scomodo.
L’animazione diventa così uno spazio di libertà espressiva, un territorio dove deformare la realtà per renderla ancora più leggibile. Non un filtro, ma una lente. E in questo senso, Apart sembra inserirsi in una linea di lavori che utilizzano il linguaggio visivo per amplificare tensioni sociali, politiche e culturali.
Un titolo che non lascia spazio a fraintendimenti
“Apart” significa separati, distanti. Ed è difficile non leggerlo come un commento su un presente in cui le distanze; sociali, culturali, emotive, sembrano moltiplicarsi.
Il trailer suggerisce un racconto che gioca proprio su questa frattura: individui isolati, comunità che faticano a riconoscersi, un senso diffuso di disconnessione che attraversa ogni livello della società. Temi che non sono nuovi nel cinema di Lee, ma che qui trovano una forma diversa, forse più immediata, sicuramente più visiva per quanto visivamente inecepibile.
Tribeca come casa naturale
Non è un caso che Apart venga presentato proprio al Tribeca Film Festival, un contesto che da sempre accoglie progetti capaci di dialogare con il presente senza filtri. E Lee, da sempre legato a New York, sembra muoversi qui in un territorio familiare, quasi naturale.
Ma attenzione: familiarità non significa comfort. Perché se c’è una costante nel suo lavoro è proprio la volontà di disturbare, di mettere in crisi, di evitare qualsiasi forma di neutralità.
Un progetto breve, ma tutt’altro che leggero
Con questo corto, Spike Lee dimostra ancora una volta che la durata non è una misura del peso di un’opera. Il formato corto diventa anzi un vantaggio: meno spazio per distrarsi, più concentrazione sul messaggio.
Il trailer lascia intravedere un lavoro essenziale, ma carico di tensione. Un film che non cerca di spiegare tutto, ma che punta a colpire, a suggerire, a lasciare una traccia.
E in un panorama sempre più saturo di contenuti, non è poco.