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László Nemes: cinema ungherese tra storia e soggettività
László Nemes e la storia in soggettiva
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2 giorni agoon
Allievo di Béla Tarr, László Nemes (nato a Budapest nel 1977) è uno dei principali cineasti ungheresi contemporanei. Dopo aver assistito Tarr sul set di L’uomo di Londra (2007), un’esperienza formativa segnata dalla ricerca rigorosa della perfezione formale e dall’immersione in un cinema esigente e anti-convenzionale, Nemes ha sviluppato un linguaggio personale che rifiuta il didascalismo e privilegia l’esperienza soggettiva. Negli ultimi dieci anni ha firmato tre lungometraggi – Il Figlio di Saul (2015), Tramonto (2018) e Orphan (2025) – che affrontano da angolazioni diverse il rapporto opaco tra storia collettiva e memoria individuale, tra eventi traumatici e destini personali, tra vittime e carnefici. Il suo quarto lavoro, Moulin, è atteso in concorso al Festival di Cannes 2026.
Questi film costituiscono una sorta di trilogia sul “secolo breve” novecentesco, vista attraverso lo sguardo dell’Europa Centrale. Il Figlio di Saul si cala nell’inferno dei campi di concentramento nazisti; Tramonto ritrae il crepuscolo dell’Impero austro-ungarico alla vigilia della Prima Guerra Mondiale; Orphan esplora il terrore sovietico nella Budapest del 1957, dopo la repressione della Rivoluzione ungherese del 1956. Tre pagine di storia intrinsecamente legate al cuore dell’Europa continentale, segnate da imperi che crollano, totalitarismi che si susseguono e traumi che si tramandano di generazione in generazione.
La storia entra nei film di Nemes non attraverso grandi narrazioni epiche o eroi monumentali, ma tramite personaggi emarginati, spesso secondari nella Storia maiuscola, che lottano per sopravvivere e per conquistarsi una propria identità. Sono figure discriminate per razza, estrazione sociale, appartenenza politica o dinamiche familiari: ebrei costretti a collaborare con il meccanismo dello sterminio, ereditiere confinate ai margini di una società opulenta e violenta, adolescenti orfani di verità in un dopoguerra che non finisce mai.
Il sacrificio del proprio popolo: Il Figlio di Saul
Con il suo film d’esordio, Il Figlio di Saul, László Nemes ottiene un successo immediato. Presentato in concorso a Cannes 2015, il film vince il Grand Prix della Giuria (come opera prima) e l’anno successivo conquista l’Oscar come miglior film straniero, oltre al Golden Globe e a numerosi altri riconoscimenti internazionali. La critica e il pubblico lo acclamano per la sua capacità di restituire l’orrore senza spettacolarizzarlo, immergendo lo spettatore in un’esperienza viscerale e claustrofobica.
Saul (Géza Röhrig) è un prigioniero ebreo ungherese che lavora come sonderkommando ad Auschwitz nel 1944. Questi “comandi speciali” erano costretti dai nazisti a partecipare materialmente allo sterminio di massa: accompagnavano le vittime nelle camere a gas, ne rimuovevano i corpi, li bruciavano nei forni crematori. Il lavoro, svolto con disumana abnegazione per poter sopravvivere un giorno in più, diventa insostenibile quando Saul decide di dare sepoltura ebraica a un bambino che, miracolosamente, sopravvive per qualche minuto alla camera a gas. Per Saul quel bambino diventa una sorta di figlio simbolico; celebrare quel rito in mezzo all’inferno rappresenta un estremo tentativo di umanità in un luogo progettato per annientarla.
Come ha dichiarato lo stesso Nemes:
«Nel mio film non ci sono sopravvissuti; ci sono solo i morti. Non volevo che raccontasse una storia di sopravvivenza. I film sull’Olacausto solitamente tracciano un percorso sicuro per lo spettatore e, alla fine, una sorta di liberazione. Ma questa non è la storia dell’Olocausto. Questa è la storia di come vorremmo che fosse l’Olocausto».
Saul non è un eroe positivo né un martire che redime il mondo. Nessuno lo segue, il suo sacrificio non ha conseguenze pratiche sulla macchina dello sterminio. I nazisti stessi appaiono come figure quasi marginali, comprimari spersonalizzati: il vero male è la “macchina industriale” della morte, che i Sonderkommando fanno funzionare loro malgrado. Il film pone lo spettatore di fronte al dilemma morale più lacerante: sopravvivere all’orrore sacrificando il proprio popolo, o tentare di preservare un frammento di dignità a costo della vita.
L’orrore del mondo: Tramonto
Con Tramonto, in concorso a Venezia nel 2018, László Nemes sposta indietro l’orologio di una trentina d’anni. Siamo nella Budapest del 1913, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. L’Impero austro-ungarico, elegante e opulento in superficie, è destinato a scomparire dalle mappe geografiche. Irisz Leiter (Juli Jakab), la protagonista, è l’erede di una celebre cappelleria di lusso della città. Orfana e confinata ai margini della famiglia da parenti avidi, lotta per scoprire i segreti che affondano le sue radici.
Intorno a lei regnano omertà, terrore e un’atmosfera di imminente catastrofe. Movimenti anarchici si muovono sotto la superficie; la società è pronta a esplodere. Il caos familiare, sociale e politico che avvolge Irisz diventa metafora dell’Europa intera, che il Congresso di Vienna aveva tentato di stabilizzare un secolo prima e che ora precipita verso il baratro della Grande Guerra, seminando i germi di quello che poi sarà il secondo conflitto mondiale.
Gli Asburgo e la nobiltà ungherese, con la loro eleganza decadente e i loro lacchè spregevoli, nascondono l’orrore del mondo: misoginia, violenza, disuguaglianza, forme di schiavitù moderna. I cappelli eleganti, gli orpelli meno essenziali della Belle Époque, non possono celare il lato oscuro che sta per esplodere.
La realtà che oscura la memoria: Orphan
Nel 2025, nuovamente a Venezia, Nemes presenta Orphan, il capitolo più personale della trilogia. Siamo nella Budapest del 1957, un anno dopo la Rivoluzione ungherese repressa nel sangue dai carri armati sovietici. Andor, un ragazzino di tredici anni, non ha vissuto direttamente la Shoah ma ne è erede naturale. Sua madre Klára è sopravvissuta ai rastrellamenti nazisti nascondendosi presso “cittadini compiacenti” in una fattoria di campagna, dove ha subito abusi da un uomo brutale che ora, anni dopo, torna a reclamare una sorta di paternità sul figlio nato da quella violenza.
Andor ha costruito nella sua immaginazione un padre eroico che è stato partigiano nella resistenza ungherese contro i nazisti. La realtà – un padre biologico violento, in fondo antisemita, che incarna il lato più oscuro della sopravvivenza – rappresenta una ferita troppo profonda da accettare. Il ragazzino rifiuta quindi quella verità con rabbia e risentimento. Intorno a lui la città è ancora in macerie come se la guerra fosse appena finita.
Orphan chiude idealmente il cerchio: l’Olocausto e il terrore stalinista continuano a impedire alle generazioni successive, soprattutto ai ceti più umili, di superare i traumi collettivi. Come ha affermato Nemes in un’intervista sul film:
«Come cineasti, ci sono cose che possiamo fare e cose che non possiamo fare. Ciò che possiamo fare, e ciò che mi sforzo di fare, è stabilire connessioni umane in un mondo che sta diventando sempre più antiumanista».
La storia che si fa soggettiva: lo stile di Nemes
Saul, Irisz e Andor percorrono tutti lo stesso cammino interiore: il trauma non può essere semplicemente metabolizzato; deve essere sostituito da una nuova identità, spesso costruita su una memoria reinventata o negata. Il dolore personale diventa specchio di quello collettivo.
Lo stile di Nemes è estremamente personale e riconoscibile. La macchina da presa non è mai neutra: si “sente” sia quando sta addosso ai personaggi in primi piani claustrofobici, sia quando si perde in lunghi piani sequenza ambientali. Ne Il Figlio di Saul il protagonista rimane quasi sempre in primo piano; i nazisti e l’orrore dei campi sono sfocati sullo sfondo, come a suggerire che l’orrore deve essere “cancellato” visivamente per poter sopravvivere e dare senso alla missione individuale. Tutto è filtrato attraverso gli occhi e lo spirito di Saul.
In Tramonto prevale la semi-soggettiva con la nuca della protagonista in primo piano: Irisz chiede e nessuno le risponde, il regista la accompagna spietatamente di delusione in delusione, finché la realtà storica si rivela da sé, indifferente ai tentativi dei singoli di orientarla. Irisz, come Andor nel film successivo, non possono ottenere soddisfazione alle proprie domande, loro sono come i singoli davanti alla Storia con la S maiuscola, impotenti e insignificanti.
Orphan adotta uno stile meno rigoroso e più mimetico: la macchina da presa accompagna Andor a livello dei suoi occhi, con una grammatica visiva diversa, più fluida e classica, ma sempre subordinata alla sua comprensione limitata del mondo. Resta intatta la cura maniacale per la ricostruzione scenografica e ambientale: la Budapest del 1957 appare come una città appena uscita dalle macerie, ancora impregnata di polvere e di silenzio sospeso.
Il senso della storia secondo László Nemes
L’Ungheria tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta funge da metafora perfetta dell’Europa continentale del Novecento: dal tramonto degli imperi al Terzo Reich, dall’occupazione sovietica ai tentativi di rivolta soffocati. Le tre generazioni presentate nei film sono eredi l’una dell’altra; ciascuna cerca di superare ferite che si ripresentano, più profonde, nella successiva. Non sembra esserci una via d’uscita facile, né una redenzione collettiva.
László Nemes può non piacere a tutti: la presenza “invasiva” della macchina da presa, i ritmi lenti, la mancanza di facili sollievi possono risultare eccessivi. Eppure è un autore che usa il cinema come mezzo di comunicazione profonda, per ricordare che un nuovo umanesimo è necessario, allora come oggi. In un mondo che sembra prepararsi nuovamente alla propria distruzione – tra populismi, conflitti e perdita di senso – i suoi film invitano a confrontarsi con il lato oscuro della civiltà occidentale senza illusioni consolatorie.
Attraverso Saul, Irisz e Andor, Nemes ci dice che la memoria non è un archivio neutro, ma un campo di battaglia interiore. La Storia non si lascia addomesticare: irrompe nella vita dei singoli, li costringe a reinventarsi, a sacrificare pezzi di sé pur di conservare un frammento di umanità. E in questo rifiuto del comfort narrativo sta forse la lezione più urgente del suo cinema: guardare l’orrore negli occhi, senza filtri, per poter immaginare – anche solo per un istante – un’umanità diversa.
L’attesa per Moulin: un nuovo capitolo in terra francese
Dopo la trilogia ungherese sul Novecento centro-europeo, l’attenzione di László Nemes si sposta verso la Francia. Moulin, il suo primo film in lingua francese, concorrerà per la Palma d’Oro a Cannes 2026. Il film racconta la figura di Jean Moulin (Gilles Lellouch), un eroe della Resistenza francese che, paracadutato nella Francia occupata, unificò le reti dei partigiane sotto il comando di Charles de Gaulle, diventando il primo presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza.
Per Nemes questo progetto rappresenta un’evoluzione significativa: dopo aver attraversato i traumi dell’Ungheria e dell’Europa Centrale attraverso lo sguardo di vittime e sopravvissuti, ora affronta un personaggio di primo piano, un eroe riconosciuto e un Paese e una cultura diversa. Forse consegna un messaggio di speranza per il futuro.