Netflix Film

‘Apex’, un folle inseguimento nella foresta australiana

Il nuovo avvincente thriller firmato Netflix con Taron Egerton e Charlize Theron nei panni di cacciatore e preda, sulla piattaforma dal 24 aprile.

Published

on

Il nuovo lungometraggio Netflix diretto da Baltasar Kormákur è un ibrido tra adrenalina e riflessione, sottile inquietudine e autentico stupore, capace di ricordare come, quando la piattaforma decide davvero di osare con un soggetto avvincente e una messa in scena spinta fino ai limiti dello scioccante, possa raggiungere risultati pienamente convincenti.
Compatto sul piano narrativo, visivamente convincente – pur con qualche incertezza in alcune sequenze – e sorretto da due protagonisti intensi e alchemici, anche nella loro netta opposizione di fuggitivo e inseguitore, il film mantiene una tensione costante fino alla fine. 

Una donna, segnata da un lutto profondo, si spinge oltre i propri limiti intraprendendo da sola un percorso nella natura selvaggia australiana.
In questo ambiente estremo e ostile, diventa il bersaglio di un predatore astuto e spietato, che la considera una facile preda: da quel momento, tra i due si instaura un gioco sempre più serrato di caccia e sopravvivenza, che trasforma la sua fuga in una disperata corsa per restare in vita.

Apex: tra colore e oscurità

Saper sopportare il dolore è una delle conquiste più grandi della vita, perché costringe a fare i conti con i propri limiti e, allo stesso tempo, apre la possibilità di superarli. È proprio attraverso questa resistenza che si impara a crescere, trasformando ciò che ferisce in qualcosa che, nel tempo, può anche dare forma e senso a ciò che si diventa.
E’ proprio con uno struggente incidente ad alta quota che Apex decide di incominciare il suo viaggio. Un prologo doloroso, drammatico e ben immersivo nell’ambiente circostante – capace di far sentire partecipe all’esperienza anche lo spettatore – dà il via ad un racconto teso e implacabile, in bilico tra ossessione e speranza di salvezza.

E il panorama, coloratissimo e vivissimo, proprio l’opposto dei due protagonisti, finisce per mettere in risalto il contrasto tra l’energia della natura e il loro stato interiore segnato dal dolore, creando una distanza visiva ed emotiva che attraversa ogni inquadratura e amplifica, scena dopo scena, il loro senso di isolamento. 

“È il pericolo a farci tornare in vita”. È in questa consapevolezza che i due protagonisti si rivelano, durante un incontro che li porterà progressivamente a mettersi a nudo. Da una parte una donna silenziosa, segnata dal dolore ma determinata a continuare a vivere e a esplorare, anche quando tutto sembra spingerla a fermarsi; dall’altra un uomo incapace di relazionarsi con il resto della società, segnato a sua volta da un passato difficile che tenta di reprimere.

In questo piccolo contesto emerge una delle prime vere riuscite del film, che potrebbe reggersi anche solo su questa direzione: la lenta riscoperta del dialogo e dell’interazione tra due figure che credevano di averli perduti.
Un dramma attraversato da dolore, solitudine e desiderio di riscatto che però non si esaurisce lì, scegliendo invece di spingersi oltre e imboccare traiettorie più tese e ansiogene, scena dopo scena, secondo dopo secondo, fino a costringerci a osservare lo schermo con crescente attenzione, quasi a volerci difendere da ciò che potrebbe accadere.

È un film d’atmosfera, luminoso e poco dialogato, ma non per questo privo di una componente psicologica disturbante, che funziona con consapevolezza; alcune scelte narrative secondarie non convincono del tutto, ma conservano un carattere coraggioso, sperimentale e, in parte, atipico. 

Un panorama mozzafiato rilegato al piccolo schermo

Malgrado i tempi narrativi della nuova opera con Taron Egerton e Charlize Theron sembrino rispondere più a logiche di piattaforma che a un respiro propriamente cinematografico, Apex riesce comunque a tenere insieme una componente riflessiva e silenziosa con una dimensione più frenetica e pulsante.

Allo stesso tempo, la pellicola si configura anche come un racconto sugli effetti del trauma, capace di insinuarsi nelle azioni e nei comportamenti dei protagonisti, alterandone percezioni e reazioni e traducendosi in un costante stato di allerta e chiusura.
Questo perverso gioco basato sul dualismo caccia/fuga, in cui lui deve restare in silenzio per non farsi sentire vicino alla preda e lei altrettanto per non farsi trovare dal cacciatore, sembra allora incarnare perfettamente il senso della loro condizione: quello di un silenzio perenne da cui non sembra esserci alcuna reale via di fuga. 

La pellicola si fa valere soprattutto nelle scene paesaggistiche: è immerso nel verde delle foreste australiane, che emergono con forza anche nei momenti in cui seguiamo il viaggio della protagonista e, con essa, le attività che decide di intraprendere.
Proprio per questo, la visione di questi scenari su uno schermo limitato rispetto alla grandezza di una sala cinematografica lascia un po’ l’amaro in bocca; dall’altra parte, però, è evidente il tentativo di Netflix di muoversi verso logiche più vicine a una filiera cinematografica che a quelle tipiche delle piattaforme online, anche se resta difficile stabilire se ciò rappresenti un pregio o un limite.

Film di questo tipo sembrano comunque evidenziare l’esigenza, il bisogno e la crescente consapevolezza della piattaforma di alzare l’asticella dei propri prodotti, osando maggiormente sul piano visivo quanto su quello narrativo regalando un’esperienza che colpisce su più fronti. 

Exit mobile version