L’ombra del re – ‘Michael’ e l’iconografia del genere biopic
Il biopic musicale contemporaneo ha raggiunto una forma così codificata da rischiare di trasformarsi in un dispositivo più orientato alla costruzione del mito che alla sua messa in discussione. Lungo questa zona grigia ‘Michael’, un omaggio estremamente generoso dedicato al re del pop e ai suoi fan.
Nel cinema contemporaneo, pochi generi hanno trovato una forma così stabile – e così immediatamente riconoscibile – come il biopic. È però nel territorio musicale che questa forma ha smesso di essere un semplice contenitore per trasformarsi in una vera e propria formula narrativa, capace di saldare racconto e spettacolo, vita e messa in scena. Ascesa, caduta, redenzione: una traiettoria ormai codificata, dal tessuto quasi vogleriano, oltre che puntualmente capace di organizzare l’esistenza in funzione dell’effetto emotivo e dare vita così al cosiddetto “biopic perfetto”. Ma è proprio questa solidità, oggi, a sollevare una domanda: quanto spazio resta, all’interno di una forma così definita, per un racconto davvero autonomo – soprattutto quando il soggetto del racconto ne controlla implicitamente l’immagine?
È proprio in questa zona grigia che si inserisce Michael (di cui trovate qui la recensione), un’opera che, prima ancora di essere vista, si configura come un banco di prova per il biopic musicale contemporaneo. Raccontare Michael Jackson significa infatti confrontarsi con una figura che incarna, in forma estrema, tutte le tensioni del genere: l’icona globale, il corpo performativo, la dimensione mitologica dell’essere – ma anche una biografia costellata da zone d’ombra capaci di mettere in crisi qualsiasi struttura lineare.
La presenza, limitata ma innegabile, del Michael Jackson Estate nella produzione introduce in tal senso un elemento difficile da ignorare, in cui il racconto non si limita a organizzare una vita secondo forme già codificate, ma si muove all’interno di un perimetro in cui rappresentazione e controllo tendono a sovrapporsi. Se il biopic musicale ha trovato nella propria solidità una garanzia di efficacia, Michael è chiamato a verificarne il limite, per capire se quella stessa forma sia ancora in grado di accogliere la complessità, o se finisca invece per neutralizzarla.
Michael Jackson: mito contro realtà
Nel film, il conflitto tra mito e realtà non si gioca tanto nei contenuti, quanto nel modo in cui il film sceglie di costruirli. Il lungo lavoro di preparazione – dalla ricostruzione minuziosa dei costumi fino all’immersione fisica di Jaafar Jackson – rivela un’intenzione precisa: restituire l’icona attraverso la precisione del dettaglio. È un’operazione che punta alla credibilità, ma che finisce presto per spostare il baricentro verso la superficie, dove l’aderenza formale rischia di sostituire la complessità e il sentimento tende a prevalere sul raziocinio.
Il film appare così attraversato da una tensione irrisolta: da un lato il desiderio di rendere giustizia al talento di Michael Jackson; dall’altro una costruzione narrativa che privilegia costantemente l’empatia, trasformando ogni scena in un dispositivo di avvicinamento allo spettatore. Il risultato è una pellicola solo apparentemente “sporca”, in cui le ombre – rimandate a un sequel già annunciato – finiscono per sbiadire di fronte a un processo di mitizzazione progressiva.
Questo squilibrio diventa ancora più evidente se messo in relazione con altri biopic recenti: laddove opere come A Complete Unknown o Springsteen: Liberami dal nulla tendono a lavorare per sottrazione, accettando l’opacità del proprio soggetto, Michael sceglie di saturare il racconto, guidando lo sguardo e l’emozione. Non è tanto una questione di omissione, quanto di direzione: il film non nega il conflitto, ma lo incanala, rendendolo funzionale a una traiettoria già scritta.
Una distanza voluta
Eppure, è proprio nei momenti in cui questa costruzione si incrina, che ad emergere sono le parti più interessanti. Il rapporto con il padre – incarnato con inquietante presenza dal Joe Jackson di Colman Domingo – introduce una dimensione più ambigua, in cui la messa in scena riesce a restituire un senso di disagio e di tensione che altrove resta latente. Sono frammenti in cui il film sembra avvicinarsi a una verità meno mediata, meno protetta. Ma per l’appunto, rimangono frammenti.
È allora in questa distanza – tra ciò che il film potrebbe essere e ciò che sceglie di essere – che si misura davvero la natura della pellicola. Michaelnon rinuncia al conflitto, ma lo governa; non elimina le contraddizioni, ma le contiene entro un perimetro sicuro, aspettando (forse) di liberarle in vista della seconda parte. E, in questo senso, più che mettere in crisi il biopic musicale, finisce per confermarne la deriva più problematica: quella di un genere sempre più capace di rappresentare un mito, ma allo stesso tempo sempre meno disposto a metterlo realmente in discussione.