Lovers Film Festival

‘Julian’: l’estetica della memoria

Un melò ellittico e frammentato sul coraggio di amare oggi

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In concorso nella sezione All the Lovers del 41° Lovers Film Festival, Julian, opera prima della regista belga Cato Kusters, si presenta come un’opera necessaria, un melò contemporaneo che fonde l’urgenza dell’attivismo politico con la fragilità della dimensione privata. Ispirato alla storia vera dell’artista Fleur Pierets e della sua compagna Julian Boom, il film è un viaggio (fisico ed emotivo) che sfida i confini geografici e quelli, ben più rigidi, del destino.

Julian: il Progetto 22

Fleur (Nina Meurisse) e Julian (Laurence Roothooft) sono una coppia affiatata, unite da un sentimento che non accetta compromessi. Quando decidono di sposarsi, non scelgono una cerimonia convenzionale. Colpite dall’esiguità dei Paesi che garantiscono l’uguaglianza matrimoniale, lanciano il “Progetto 22”: sposarsi in ognuna delle nazioni (all’epoca ventidue) dove il matrimonio egualitario è legale.

Quella che inizia come una performance artistica e una dichiarazione di resistenza politica si trasforma però bruscamente in una lotta contro il tempo. Dopo soli quattro matrimoni, la diagnosi di un cancro terminale per Julian interrompe il viaggio, costringendo Fleur a confrontarsi con l’assenza e con la memoria di un progetto rimasto incompiuto nella forma, ma eterno nella sostanza.

Una messa in scena tra realismo e memoria

Cato Kusters, formatasi al RITCS di Bruxelles, dimostra una maturità espressiva sorprendente per un esordio. Sostenuto dalla produzione dei fratelli Dardenne (Les Films du Fleuve), il film evita le trappole del pietismo didascalico. La regia opta per una struttura ellittica e frammentata, che alterna la nitidezza del presente alla grana materica di filmati in stile camcorder, quasi a voler catturare la natura volatile dei ricordi.

L’estetica del film riflette il contrasto tra la vastità del mondo che la coppia vuole attraversare e l’intimità soffocante della malattia. La macchina da presa si incolla ai volti delle due protagoniste, restituendo un’alchimia vibrante:

Nina Meurisse incarna una Fleur determinata e ferita, la cui forza risiede nell’insistenza del voler essere vista.

Laurence Roothooft regala una Julian magnetica, il cui corpo diventa il campo di battaglia tra il desiderio di vita e l’inevitabilità della fine.

Oltre il genere: l’amore è una presenza

Julian non è solo un “film a tematica LGBTQ+“. È una riflessione universale sul lutto e sul potere trasformativo del racconto. Kusters solleva interrogativi politici — perché l’amore deve essere validato da un confine geografico? — ma risponde con una verità puramente cinematografica: l’amore è una forma di presenza che resiste alla cancellazione.

Il film di Kusters è un’opera che scuote, che celebra la visibilità come atto di coraggio e che, pur nel suo epilogo tragico, lascia nello spettatore un senso di urgenza. In un panorama cinematografico spesso saturo di drammi preconfezionati, Julian brilla per onestà intellettuale e rigore formale.

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