Bolzano Film Festival

L’estetica della claustrofobia di Kosara Mitić nel coming edge ’17’

Il formato 4:3 che isola protagonista

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Ci troviamo dinanzi ad una storia che ha il compito preciso di sequestrare lo sguardo di chi osserva, quasi a volerlo punire per la sua distrazione quotidiana, immergendolo nell’universo di 17. Restringendo il nostro campo visivo, ci troviamo dunque obbligati ad una vicinanza claustrofobica con la protagonista Sara, interpretata da Eva Kostić. La regista Kosara Mitić, ci presenta il suo primo lungometraggio dopo un percorso folgorante nei corti. 17 approda in concorso al Bolzano Film Festival, dopo il passaggio alla Berlinale nella sezione Perspectives, con un’opera che non concede sconti. La scelta del formato 4:3 non è un vezzo estetico, bensì una prigione fisica. Il focus è costantemente su Sara, sul suo viso contratto, sulla sua percezione alterata di un mondo che l’ha già condannata al silenzio. È una regia cruda, nata da un lavoro di immersione totale con attori giovanissimi. 17 ci restituisce la brutalità nuda di una generazione che sembra sempre più vicina al collasso umano.

L’opera ci trascina in una gita scolastica che ha i connotati di una danza macabra, dove la protagonista abita il proprio corpo come un territorio nemico. La vediamo rifugiarsi ossessivamente in bagno. Accende l’acqua della doccia solo per creare un muro di suono che protegga la sua solitudine mentre osserva quel ventre che cresce. Un segreto che nasconde con cura maniacale da foulard e diversi strati di vestiti. Non è solo una condizione biologica, bensì una “vergogna sociale” che Sara ha deciso di portare sulle proprie spalle. Ella è infatti convinta che il mondo non sia pronto a capire la complessità di una gravidanza che non è frutto di una scelta. Noi, come i suoi compagni, siamo inizialmente portati a giudicarla, a scambiare il suo isolamento per una banale gelosia adolescenziale. E la forza di Mitić risiede proprio in questo inganno percettivo, obbligandoci a scavare sotto la superficie delle liti da corridoio per scoprire l’abisso di una ragazzina che ha pagato un supplemento per stare sola in camera, nel disperato tentativo di nascondere un’innocenza già sfigurata.

L’intimità violata e il corpo come campo di battaglia

Il disagio di Sara si manifesta in una prossemica della distanza che lo spettatore fatica a decifrare nei primi minuti. La regia indugia sui suoi pasti quasi compulsivi, sulla sua scontrosità verso il gruppo, costruendo l’immagine di un’adolescente apparentemente problematica. Ma la realtà è ben diversa, è profondamente lucida nella sua strategia di occultamento. La scena in cui un compagno tenta un approccio fisico, cercando di baciarla mentre il resto del gruppo è fuori, diventa uno dei momenti di massima tensione psicologica del film: la reazione di Sara non è la timidezza di chi non è pronta, ma il terrore viscerale di chi sa che un contatto fisico, potrebbe smascherarla. È una distanza difensiva necessaria per mantenere intatto il suo segreto.

Mitić è magistrale nel mostrarci come il corpo di Sara sia diventato un oggetto estraneo, qualcosa da osservare solo in solitudine. Studia i cambiamenti di una gravidanza di cui non si sente proprietaria, vittima di un destino subito e mai scelto. La fotografia accompagna questo isolamento con toni freddi e distaccati, restituendo l’idea di un’intimità che è diventata una condanna. In questo scenario, l’arrivo forzato di Lina (Martina Danilovska) nella sua stanza e nella sua vita non è visto come un’opportunità, ma come una minaccia alla sua integrità difensiva, portando lo spettatore a chiedersi fino a che punto una persona possa spingersi per evitare il giudizio di una società che vede nel corpo femminile sempre e solo un territorio di peccato o di errore.

Il trauma condiviso fra ragazze in 17

La condivisione fra ragazze seppure estremamente diversa la vediamo anche in Little Trouble Girls, il film sloveno che l’anno scorso ha abitato gli stessi schermi del Bolzano Film Festival. In quell’opera, la gita scolastica, seppur in un contesto religioso e di sole ragazze, diventava il teatro di una scoperta della sessualità quasi onirica. In 17, invece, assistiamo alla scoperta opposta. Qui la sessualità è spogliata di ogni lirismo. La prima volta di Lina si consuma come uno stupro brutale, un atto di prevaricazione patriarcale compiuto davanti all’indifferenza di un branco che ha perso ogni bussola morale. Se nel film sloveno la sessualità era crescita, qui viene rappresentata come trauma.

“Non mi aspettavo che la mia prima volta fosse stata così”

Eppure, è proprio in questo abisso che Mitić inserisce una nota di speranza femminista e di sorellanza autentica. Sara, che fino a quel momento aveva cercato di essere invisibile, esce dal proprio isolamento per difendere Lina, ingaggiando un confronto fisico con i ragazzi, rompendo così la dinamica della vittima succube. Questo atto di ribellione non è solo una difesa nei confronti della nuova amica, bensì una rivendicazione del proprio corpo. Solo dopo aver condiviso il fango della violenza, Sara trova il coraggio di dire che è incinta, trasformando il segreto in un patto di sangue che ridefinisce il concetto stesso di amicizia. Le due seppur molto diverse, e lo vediamo anche dai colori caldi che abitano Lina e i colori freddi che abitano Sara, creano un legame irrinunciabile.

Il simulacro educativo e il vagito nel vuoto della frontiera

La decadenza dei giovani macedoni messi in scena da Mitić è il riflesso speculare di un sistema scolastico e genitoriale ormai in cenere. La metafora del museo è, in questo senso, definitiva. I ragazzi si rifiutano infatti di entrare, di conoscere, scattando una foto di gruppo davanti alla facciata per provare la loro entrata. È il trionfo del simulacro, un’immagine vuota da restituire ai genitori e alla scuola per certificare un’esperienza, non scontata. Questo analfabetismo culturale cammina di pari passo con un analfabetismo emotivo e sessuale. Questi giovani possiedono internet, ma non possiedono le coordinate minime per comprendere la realtà. Sara non sa come affrontare il parto, non sa nemmeno cosa le stia accadendo fisicamente nel momento culminante, vittima di un’istruzione che ha rimosso la biologia e l’empatia a favore della performance sociale.

L’istituzione, rappresentata da una professoressa impotente che annega la propria frustrazione nell’alcol dell’hotel, è il colpo di grazia alla speranza. Vederla dichiararsi orgogliosa di questi “futuri genitori” macedoni mentre la sua classe sta andando in pezzi, mancandole costantemente di rispetto è il paradosso finale di una società che sembra insalvabile.

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