In concorso al Bolzano Film Festival, nella sezione Piccole Lingue DOC, il film di Lukas Mutschler e Luca-Els Mauritz si inserisce nella tradizione documentaria capace di interrogare il reale attraverso il dispositivo stesso del cinema. Seguendo Mira e Luka durante la lavorazione del loro cortometraggio, il film adotta una struttura metacinematografica che non si limita a mostrare un processo creativo, ma lo trasforma in terreno di riflessione politica e identitaria. Il “film nel film” diventa così una forma di resistenza: raccontare significa esistere, e filmare equivale a rivendicare uno spazio.
Una minoranza tra storia e invisibilità
Il documentario porta alla luce la realtà di una comunità spesso ignorata dai libri di storia: quella dei Sorbi, minoranza slava radicata tra Brandeburgo e Sassonia. La loro storia è attraversata da secoli di marginalizzazione, tra tentativi di assimilazione, repressioni e fragili riconoscimenti istituzionali. In questo contesto, il sorabo – oggi a rischio – diventa simbolo di una memoria collettiva che fatica a trovare continuità nelle nuove generazioni. Il film non si limita a informare, ma restituisce la complessità di un’identità sospesa tra sopravvivenza e trasformazione.
Il dualismo dell’appartenenza
Uno degli aspetti caratterizzanti di Som Doma è il parallelismo tra la crisi linguistica e quella identitaria. La difficoltà di mantenere viva la lingua soraba, divisa in alto e basso sorabo, si riflette nella difficoltà di esprimere sé stessi all’interno di una comunità molto legata alle proprie tradizioni. In questo senso, l’esperienza queer dei protagonisti diventa profondamente politica: il corpo, come la lingua, è un territorio conteso. Parlare, esistere, amare, tutto ciò assume una dimensione negoziale.
Restare o partire: una terza via possibile
Il conflitto tra il desiderio di partire e quello di restare attraversa tutto il film. Se in passato l’abbandono della provincia rappresentava l’unica possibilità di emancipazione, Mira e Luka sembrano cercare una strada alternativa. Som Doma suggerisce infatti una “terza via”: restare senza rinunciare a sé stessi, trasformando il proprio luogo d’origine in uno spazio più inclusivo. Non si tratta di un gesto ingenuo, ma di una scelta radicale, che implica fatica, scontro e ridefinizione continua.
La forza del documentario risiede anche nella sua capacità di cogliere il politico nel quotidiano. Le prove, i viaggi in macchina, le conversazioni informali: ogni momento diventa significativo, ogni gesto contribuisce a costruire un discorso più ampio. La macchina da presa si sofferma sui volti, lasciando emergere emozioni e contraddizioni senza forzature. Ne nasce un racconto intimo, ma mai autoreferenziale, capace di parlare a una dimensione collettiva.
Una cultura in trasformazione
“Se la mia Lusazia non sarà più soraba, allora mi ribellerò.”
Il motto di Mira e Luka racchiude l’urgenza del film. Som Doma rifiuta l’idea di una cultura statica, da preservare in modo museale, e abbraccia invece una visione dinamica, in cui il cambiamento è condizione di sopravvivenza. L’incontro e lo scontro tra tradizione e istanze contemporanee, come quelle della comunità queer, diventa così il vero cuore pulsante dell’opera.
Più che un semplice making-of,Som Doma è un dispositivo critico che interroga il concetto stesso di casa. Non un luogo fisso, ma uno spazio da costruire e difendere. Il film riesce a tenere insieme dimensione personale e collettiva, memoria e futuro, senza mai perdere la propria autenticità. L’opera di Mutschler e Mauritz si distingue come un gesto necessario, capace di restituire voce a chi troppo spesso resta ai margini.