Il nuovo film di Jim Jarmusch, Father Mother Sister Brother, disponibile su Sky e Now dal 4 aprile e distribuito in Italia da Lucky Red, ha conquistato il Leone d’Oro alla 82esima edizione del Festival di Venezia, confermandosi come una delle opere più raffinate del regista americano. Film a episodi, meditazione delicata sulla famiglia adulta, la memoria e l’incomunicabilità, la pellicola intreccia umorismo sottile e malinconia, muovendosi tra Stati Uniti, Dublino e Parigi, seguendo fratelli e sorelle alle prese con genitori lontani o recentemente scomparsi, in un racconto che sembra osservare la vita da un oblò poetico, dove «la vita è così fragile», come sospira Skye nel segmento parigino.
In questo trittico, Jarmusch conferma la sua capacità di rendere straordinario il quotidiano. La sua regia non cerca l’enfasi: i silenzi, le pause e gli sguardi non detti diventano narrazione pura, capace di rivelare relazioni complesse e affetti sottili, costruendo un cinema che parla di memoria e familiarità senza bisogno di clamore.
La pellicola si articola in tre segmenti autonomi ma collegati da motivi visivi e tematici: una casa americana sul lago, una residenza vittoriana a Dublino e un appartamento parigino ormai vuoto.
Negli Stati Uniti, Jeff (Adam Driver) e sua sorella Emily (Mayim Bialik) guidano verso la casa del padre vedovo (Tom Waits). La tensione sottile tra fratelli e genitore domina il segmento: «È sempre stato un tipo strano», commenta Emily descrivendo il padre e rivolgendosi in macchina al fratello, «Davvero misterioso». La casa diventa specchio della memoria familiare, e ciò che non viene mostrato pesa quanto le parole, alternando malinconia e comicità.
A Dublino, una madre (Charlotte Rampling) accoglie le figlie adulte Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps) per il tradizionale tè annuale. Lilith finge successi come influencer, Tim cerca ascolto senza ottenerlo, e piccoli dettagli — il servizio da tè, i top rossi coordinati — rivelano sottilmente le dinamiche familiari.
A Parigi, i gemelli Skye e Billy (Indya Moore e Luka Sabbat) affrontano il lutto dei genitori morti in un incidente aereo. Mentre svuotano l’appartamento, riflettono sulla memoria e sul senso della famiglia: «La vita è così fragile», mormora Skye. La chimica naturale tra i protagonisti rende credibili i silenzi e le emozioni, dal comico al riflessivo.
La regia: il cinema dell’osservazione
Jarmusch conferma la sua capacità di trasformare il quotidiano in cinema d’arte. I gesti più minimi — un sorso di tè, una pagina che si gira, un orologio che luccica — diventano microcosmi di narrazione. Gli elementi ricorrenti, come gli skateboarder e i Rolex, creano fili invisibili tra le storie senza mai apparire forzati.
Il montaggio di Affonso Gonçalves conferisce ritmo ai silenzi, trasformandoli in battute invisibili, mentre l’alternanza di piani dall’alto, dettagli geometrici e pause prolungate ricorda la poetica di Coffee and Cigarettes (2003) e Night on Earth (1991).
Il risultato è un film episodico che scorre con naturalezza, dove la struttura antologica non spezza il flusso emotivo ma lo amplifica, rendendo ogni episodio complementare agli altri.
Musica, scenografia e poesia dei dettagli
La colonna sonora, firmata da Jarmusch e Annika Henderson, miscela drone-rock e sintetizzatori lievemente psichedelici, accompagnando le emozioni dei personaggi senza sovrapporsi alla narrazione.
La scenografia di Mark Friedberg e i costumi di Catherine George (con il contributo di Yves Saint Laurent) raccontano la storia senza parole: i top rossi di Lilith e della madre, le bluse parzialmente coperte di Tim, il caos ordinato dell’appartamento americano e la precisione minimale degli oggetti parigini comunicano informazioni psicologiche sottili, amplificando il senso di appartenenza, distanza o memoria.
Gli intermezzi visivi, come effetti di pellicola scolorata o linee di scansione Vhs, suggeriscono la transitorietà della vita e l’imperfezione dei ricordi, creando momenti di magia cinematografica che non hanno bisogno di spiegazioni.
Una visione equilibrata: piacere estetico e palati diversi
Non tutti apprezzeranno la lentezza meditativa di Father Mother Sister Brother. Il film richiede attenzione e pazienza: i dialoghi sembrano piccoli frammenti di vita, i silenzi pesano quanto le parole, e l’azione tradizionale è sostituita dall’osservazione delle emozioni. Tuttavia, chi si lascia trasportare dal ritmo delicato e dall’estetica raffinata scoprirà una pellicola sorprendentemente piacevole e coerente, in cui il cinema diventa esperienza sensoriale e emotiva.
Alcuni critici hanno sottolineato che l’assenza di conflitti e colpi di scena può risultare frustrante, mentre altri lodano la capacità di Jarmusch di rendere significative le scene apparentemente banali. Il risultato è un equilibrio delicato tra eleganza estetica, profondità emotiva e humor sottile, un film che invita a riflettere sui legami familiari senza moralismi o didascalie, e che offre una forma di piacere contemplativo che si distacca dal cinema mainstream.
Silenzi, affetti e intuizioni
Father Mother Sister Brother conferma Jarmusch come maestro del cinema del quotidiano e dell’osservazione poetica. I gesti minimi diventano segni universali, i silenzi si caricano di significato e le parole dei personaggi — spesso riferite a eventi mai mostrati — invitano lo spettatore a completare la storia con la propria immaginazione.
È un film che parla di affetto, incomunicabilità e memoria, celebrando la vita familiare nella sua fragilità e complessità. Chi accetta di seguire il ritmo del regista scoprirà una ricchezza emotiva e visiva rara: un invito a osservare e riflettere, più che a ricevere risposte, in una delle opere più misurate e poetiche di Jarmusch degli ultimi anni.