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Festival Cinema Africano, Asia e America Latina

‘Laundry’ e come la musica diventa libertà nel silenzio dell’Apartheid

Nel suo lungometraggio d'esordio Zamo Mkhwanazi intreccia formazione, resistenza e desiderio di fuga in un racconto storico ma intimo, dalla forte sensibilità umana e morale

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Laundry 35esimo FESCAAAL

Presentato in concorso al 35° FESCAAAL nella sezione principale, Finestre Sul Mondo, dopo la prima mondiale al Toronto International Film Festival 2025, Laundry (Uhlanjululo), opera prima della regista sudafricana Zamo Mkhwanazi, arriva alla kermesse milanese forte di un percorso notevole che ha riportato alla luce una cinematografia, quella sudafricana, profondamente unica e identitaria. Il film, coproduzione tra Sudafrica e Svizzera, è un’opera pop, sfacciata e brutalmente onesta. Laundry non è super partes ma non agisce neppure per partito preso.

Una prigione a cielo aperto

La Johannesburg del 1968 in cui si muove Laundry non è soltanto uno sfondo storico esotico, ma un sistema chiuso che regola i corpi, i desideri, gli spostamenti, perfino l’immaginazione. Khuthala ha sedici anni, un talento istintivo per la musica e una vocazione che guarda lontano, verso un altrove irraggiungibile ma indispensabile per continuare a respirare. Suo padre Enoch, invece, ha costruito con fatica una fragile eccezione dentro il meccanismo feroce dell’apartheid: gestisce una lavanderia in un quartiere riservato ai bianchi grazie allo status di “exempted native”, privilegio avvelenato che non sospende il razzismo, ma lo riorganizza in una forma ancora più subdola, burocratica.

Attorno a loro c’è una famiglia che cerca di tenersi insieme mentre il mondo esterno stringe il cappio, e mentre ogni aspirazione individuale viene risucchiata dentro una violenza strutturale che non lascia scampo. Qui, in questa tensione tra sogno e sopravvivenza, la materia del film si fa più viva.

Laundry 35esimo FESCAAAL

Laundry ( Zamo Mkhwanazi, 2025) @FESCAAAL

Lutto perpetuo

Il Festival del Cinema d’Africa e America latina è un appuntamento capace, anno dopo anno, di farsi crocevia di sguardi, geografie e urgenze del presente, interrogando il mondo a partire dalle sue immagini meno addomesticate. Un luogo in cui il cinema ritrova una funzione politica, storica e sentimentale, con una connessione unica alla realtà che ci circonda, è questo il caso, anche, di Laundry.

Mkhwanazi sceglie una traiettoria precisa: non fare dell’apartheid un puro apparato didascalico, ma mostrarne il costo umano, familiare, quotidiano. La sua regia insiste allora sui gesti ripetuti, sugli spazi attraversati con cautela, sul peso di una normalità continuamente minacciata. Il film ha il merito di non perdere mai il contatto con questa dimensione concreta, e di trasformare la vicenda privata in un discorso più ampio su ciò che un regime sottrae non solo in termini di diritti, ma di possibilità interiori. Non si tratta solo di denuncia, ma del lutto per i talenti soffocati, per le vite costrette a diventare funzionali a un ordine che non le contempla come autonome e libere.

Laundry ( Zamo Mkhwanazi, 2025) @FESCAAAL

Laundry ( Zamo Mkhwanazi, 2025) @FESCAAAL

Laundry convince soprattutto quando si lascia attraversare dalla propria musicalità. L’intero impianto del racconto sembra cercare una pulsazione sonora interna, una vibrazione che contrasti la monotonia soffocante della quotidianità imposta. Il montaggio, spesso rapido e ritmato, prova a tradurre proprio questa energia latente, come se nella forma si facesse strada lo stesso impulso di fuga che abita il protagonista. Ne nasce un contrasto fertile, la gabbia sociale contrapposta ad un movimento intimo, nervoso, quasi febbrile, che continua a premere contro i confini. In diversi passaggi la musica smette di essere accompagnamento e diventa sfogo, promessa di un altrove. Laundry vive proprio nella frizione tra il ritmo interiore del sogno e la lentezza brutale di un’esistenza amministrata dalla segregazione.

Due volti opposti della stessa medaglia

Sul piano delle interpretazioni, Laundry regge il proprio peso emotivo grazie a un cast molto saldo. Ntobeko Sishi dà a Khuthala un misto convincente di fragilità, testardaggine e fame di mondo: il suo volto conserva l’irrequietezza adolescenziale, ma sa già farsi tramite di una battaglia morale. Siyabonga Shibe lavora invece di sottrazione, evitando di trasformare Enoch in una figura monolitica: il suo personaggio incarna la contraddizione dolorosa di chi ha ottenuto una posizione relativamente protetta dentro un sistema ingiusto, e deve difenderla sapendo che quella protezione è provvisoria, revocabile. È proprio questa ambivalenza a rendere il rapporto padre-figlio uno dei nuclei più riusciti del film. Laundry funziona anche perché i suoi interpreti non cercano il simbolo, restano veri e veramente diversi.

Laundry ( Zamo Mkhwanazi, 2025) @FESCAAAL

Laundry ( Zamo Mkhwanazi, 2025) @FESCAAAL

Storia tra gli spazi

Quei luoghi bianchi, ordinati, asettici, quasi europeizzati, hanno spesso qualcosa di freddo e oppressivo, una geometria che schiaccia e controlla; al contrario, i luoghi abitati dalla comunità nera ritrovano una temperatura diversa, un respiro più caldo, una densità affettiva che non idealizza ma restituisce complessità, vitalità, stratificazione. Quando il film lavora su questo scarto visivo, Laundry acquista una forza ulteriore, perché il conflitto politico si imprime direttamente nella materia dell’inquadratura. Alcune scene, in particolare quelle in cui il quotidiano familiare si apre per un fugace attimo a una dimensione di sogno o di sospensione musicale, restano impresse proprio per questa capacità di fare della fotografia un discorso sul potere e sull’appartenenza.

Laundry è un’opera sincera e intensa, ma non sempre riesce a sostenere con pari fluidità il proprio passo. Il ritmo, pur animato da una forte intenzione musicale, tende a incepparsi in alcuni snodi, e la progressione narrativa appare qua e là troppo lineare, quasi obbligata nel condurre i personaggi verso gli esiti previsti. Certi passaggi risultano un po’ macchinosi, come se il film sentisse il bisogno di accompagnare con eccessiva prudenza ciò che invece aveva già espresso con chiarezza attraverso gli sguardi, gli spazi e i rapporti. Questo, seppur marginale, è un difetto che impedisce all’opera di compiere fino in fondo il salto verso una forma davvero più rischiosa e memorabile.

Una ferita ancora aperta

Con Laundry, Mkhwanazi, ha il coraggio di tornare sull’apartheid senza mistificarlo, senza farne un oggetto di pura reverenza memoriale. Lo rimette in circolo come ferita concreta e come macchina di sottrazione del futuro. In questo, il percorso di Khuthala vale ben oltre il singolo coming of age: è la storia di un ragazzo a cui viene chiesto di smettere di immaginare, e che proprio per questo finisce per incarnare una forma elementare e potentissima di resistenza. Sognare, qui, non è un lusso. È un modo per restare vivi.

Laundry è un esordio tutt’altro che trascurabile, è robusto nella scrittura, toccante nelle interpretazioni, visivamente capace di accendersi in più di un momento, e soprattutto mosso da una necessità vera. Dentro la sua struttura talvolta troppo ordinata, dentro qualche semplificazione di percorso e qualche passaggio meno sciolto, continua a battere un cinema che sa ascoltare i corpi, i silenzi, la rabbia e il desiderio. Mkhwanazi dimostra di possedere una dote preziosa: saper tenere insieme la violenza della Storia e la delicatezza dei destini individuali, lasciando che sia il cinema, prima ancora del discorso, a trasformare quella frattura in esperienza sensibile.

Laundry

  • Anno: 2025
  • Durata: 106'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Svizzera, Sudafrica
  • Regia: Zamo Mkhwanazi