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L’amore ai tempi dell’incomunicabilità

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Proviamo a dirla semplice.

C’era una volta l’amore. Non quello reale; che già allora faceva acqua, ma quello raccontato dal cinema: lineare, leggibile, quasi educativo. Una costruzione narrativa che funzionava perché rassicurava. In Casablanca bastava uno sguardo e una rinuncia per rimettere ordine nel caos: l’amore non era ciò che volevi, ma ciò che sceglievi di perdere. E proprio per questo aveva un senso.

Poi il meccanismo si è raffinato. Harry ti presento Sally introduce il dubbio, la parola, l’analisi. L’amore diventa una trattativa permanente, ma resta una trattativa possibile. Ci si studia, ci si fraintende, si gira intorno al problema anche se richiede tempo; e alla fine si arriva a una forma di comprensione. Non perfetta, ma sufficiente.

Il cinema, per decenni, ha vissuto su questa fiducia:
che due esseri umani, prima o poi, riuscissero a capirsi.

Oggi questa fiducia è evaporata. Non gradualmente: di colpo, come certe illusioni che resistono anni e poi crollano in un pomeriggio.

L’amore è esperienza limite: quando stare insieme diventa un rischio

Il passaggio decisivo non è tematico, ma prospettico (e di genere). Il cinema non guarda più l’amore come una soluzione, ma come un problema.

Together di Michael Shanks è, da questo punto di vista, un no turning point. Non perché sia più estremo di altri racconti del Genere, ma perché prende sul serio una sensazione contemporanea: che l’intimità non sia più un rifugio, ma un territorio instabile.

Qui l’amore non è incontro tra due identità, ma interferenza. Le persone si completano: ma prima si alterano. Si contaminano. Si deformano a vicenda. E più cercano di avvicinarsi, più rischiano di perdersi.

È il rovesciamento definitivo della retorica romantica:
non “diventiamo uno”, ma “non sappiamo più chi siamo”.

Il corpo, il desiderio, la presenza dell’altro diventano elementi ambigui. Non più strumenti di connessione, ma di destabilizzazione. L’amore, insomma, smette di essere una promessa e diventa paura allo stato puro, paura di un futuro insieme, di impegnarsi, di responsabilità.

Il grande equivoco contemporaneo: voler amare senza rinunciare a se stessi

Nel frattempo, fuori dal cinema, è cambiato il soggetto. Non più la coppia, ma l’individuo.

Viviamo nell’epoca dell’autoaffermazione, della costruzione continua del sé, dell’incoerenza sistemica come valore assoluto. Tutto legittimo, persino necessario. Ma con un effetto collaterale evidente: l’amore richiede stabilità, mentre noi celebriamo il cambiamento.

Big Bond Beautiful Journey lavora proprio su questa frattura. Due persone si incontrano, si scelgono, ma nel frattempo cambiano. E cambiano in direzioni diverse. Il passato non è più un terreno comune, ma una forza centrifuga. Il futuro non è condiviso, ma negoziato; e spesso rimandato.

Il risultato è un cortocircuito:
vogliamo essere liberi, ma anche legati.
Vogliamo evolverci, ma anche restare riconoscibili.

E tenere insieme queste due tensioni è sempre più difficile.

La coppia come sistema chiuso: restare insieme per non sparire

Quando questo equilibrio salta, il cinema smette di fingere e mostra il conflitto per quello che è: annichilimento reciprico.

Il ritorno dei Roses in slaa non è stato nostalgia, ma un veloce memento. La coppia non è più un progetto, ma una dinamica. Non si resta insieme per costruire qualcosa, ma per non perdere del tutto se stessi. O, più spesso, per non lasciare all’altro l’ultima parola.

È una forma di legame che non ha bisogno di armonia.
Gli basta l’essere brillante, più dell’altro.

E film come Marty Supreme spingono ancora oltre: due individui incompatibili che funzionano proprio perché si incastrano nei loro difetti. Non si migliorano. Si legittimano. Si permettono di restare ciò che sono, senza filtri.

È una forma di intimità, certo.
Ma senza idealizzazione. Senza redenzione.

Il nodo Gordiano: l’incomunicabilità come condizione permanente

A questo punto, il problema emerge in tutta la sua evidenza: non è l’amore a essere cambiato. È la possibilità di raccontarlo.

Perché raccontare l’amore significa raccontare una relazione. E una relazione, per esistere, ha bisogno di un linguaggio condiviso.

Quindi il problema? Beh è evidente; e pellicole che ormai portano sulle loro spalle già 10 anni e più, come Arrival ad esempio, lo esplicitano con una chiarezza disarmante. Comunicare è un atto complesso, che richiede tempo, dedizione, disponibilità a mettere in discussione le proprie categorie mentali. Non è spontaneo. Non è immediato.

Ora togliamo gli alieni.
E lasciamo due esseri umani.

Il problema resta identico.

Anzi, peggiora. Perché con l’altro umano crediamo di partire da una base comune. E invece no. Le parole sono le stesse, ma i significati divergono. Le intenzioni si perdono. Le aspettative si sovrappongono. Forse è proprio per questo che ci sembra più naturale; come avviene in Project Hail Marycredere a quella che ci arriva come conclusione quasi beffarda: è più facile costruire un codice condiviso con un alieno piuttosto che con qualcuno che ci somiglia. (e se solo qualcuno lo avesse detto a Ridley Scott forse oggi avremmo tutti uno Xenomorfo domestico.)

È il paradosso della contemporaneità:
più strumenti abbiamo per comunicare, meno riusciamo a capirci.

Non la fine dell’amore, ma non possiamo più fingere 

Il cinema non ha smesso di raccontare l’amore.
Ha smesso di semplificarlo.

Non ci sono più modelli univoci, né traiettorie lineari. L’amore non è più un genere, ma un campo di tensioni: identità, desiderio, paura, trasformazione, solitudine.

E soprattutto, non è più garantito.
Non basta volerlo. Non basta cercarlo. Non basta trovarlo.

Resta, semmai, una pratica.
Un tentativo continuo, fragile, spesso contraddittorio.

Due persone che provano a stare insieme senza avere più un manuale. Senza sapere davvero come si fa. Senza neanche essere sicure di parlare la stessa lingua.

E forse è proprio questo che il cinema contemporaneo ha capito; e che racconta, senza più sconti:

l’amore non è finito, ma parla una lingua che non capiamo più.

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