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‘Safe Exit’ e la ricerca di una disperata via d’uscita

Vivere o sopravvivere nei sobborghi de Il Cairo

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Presentato a Berlino 2026 nella sezione Panorama, Safe Exit di Mohammed Hammad è nel programma del Fescaaal 2026. Il regista si era affermato nel 2016 con Withered Green, miglior regia al Festival di Dubai.

Un dramma intimo tinto di thriller

Samaan (Hazem Essam) è un giovane egiziano che lavora come guardia e portinaio in un grande palazzo nella periferia de Il Cairo. Divide le ore di lavoro della giornata con Ahmed. Quando non lavora, quasi sempre di giorno, passa le ore sul tetto del palazzo dove si è ritagliato un appartamento e lì scrive su vecchie agende il romanzo della sua vita.

Il presente di Samaan è piatto come il lavoro che svolge, ma non è sempre stato così. Il suo passato è ricco di incidenti e orrori. Da piccolo fu rapito con il padre da terroristi dell’Isis. Suo padre, dopo varie torture, fu assassinato. A lui toccò invece sopravvivere per diventare testimone di quello che succede a chi cade vittima del fondamentalismo. Pochi mesi prima il fratello di Samaan, suo unico parente rimasto, è stato ingiustamente incarcerato per essersi fatto coinvolgere in una rissa con qualcuno molto influente politicamente.

La routine di Samaan si anima quando Fatima (Noha Foad), una ragazza senza soldi e senza documenti, gli piomba davanti chiedendo una disperata accoglienza nell’attesa di vedere un medico.

Nel palazzo che Samaan controlla vive anche una famiglia di terroristi, vecchi amici ora semi-clandestini. A loro, volendo o nolendo, il giovane guardiano deve prestare aiuto avvisandoli delle eventuali situazioni di pericolo. Sono terroristi come quelli che hanno ucciso suo padre, ma non può farsi giustizia.

Politica e religione

LIl sogno delle primavere arabe è svanito da ormai un decennio. In Safe Exit il regista mette in scena tutte le realtà e le forze che oggi governano il paese. La mano di Mohammed Hammad  è attenta e misurata, non fa proclami ma mostra con precisione.

Dal punto di vista politico si sente chiaro l’eco di una classe autoreferenziale e corrotta che difende soltanto i suoi membri e lascia affondare tutti gli altri. Il padre di Samaan credeva di costruire un paese migliore. Oggi i suoi coetanei, come il guardiano Ahmed, cercano al massimo di galleggiare, giustificando il proprio operato con una morale di comodo presa a prestito da un islamismo poco convinto. Giustizia e salute sono praticamente preclusi a chi non dispone di ricchezze, e la polizia è l’organo che si deve temere di più.

Il mondo della cultura, rappresentato dalla casa editrice a cui il giovane cerca di portare il libro che scrive quando non lavora, è lontano e certo non incoraggia i giovani nelle loro ambizioni.

Dal punto di vista religioso, in Safe Exit le contraddizioni forse sono ancora più profonde. Samaan e la sua famiglia sono cristiani copti, per questo sono stati rapiti e il padre assassinato. Accanto all’Islam di facciata di Ahmed c’è infatti il mondo oscuro del fondamentalismo. La presenza dell’Isis è concreta: i terroristi vivono accanto a Samaan, escono, fanno i loro affari e mostrano contatti e relazioni profonde. La politica li combatte ma la società è incerta sulla posizione da tenere nei loro confronti.

Il rapporto tra politica e terrorismo è forse molto più complesso di quanto si creda. Sembra infatti che lo Stato, nell’intenzione di controllare con il rigore e la violenza ogni aspetto della vita sociale, in realtà faciliti la nascita di quel mostro ancora più oscuro e pericoloso che è il fondamentalismo religioso.

La periferia del mondo

Non è la protagonista di Safe Exit ma è il centro del discorso. Fatima, la ragazza senza documenti, arriva e sconvolge gli equilibri. È la chiara rappresentazione di cosa vuol dire essere gli ultimi degli ultimi. Chi non ha documenti non ha identità, e chi non ha identità non ha un passato e mai avrà un futuro. Non sappiamo da dove arriva, non sappiamo cosa la porta se non uno straordinario istinto di sopravvivenza che le fa fare di tutto pur di sapere quale malattia la affligge. È disperata, gioiosa e innocente. Vende, senza dargli valore, il suo corpo per una camera da letto. Flirta e si diverte anche se è respinta da Samaan perché in fondo capisce che l’unico rimedio alla solitudine è la speranza. Infine quasi si converte al cristianesimo quando si accorge per caso che con l’immagine sacra di una madonna al collo sta vivendo delle ore felici: senza attacchi epilettici e senza disgrazie di altro genere.

Mohammed Hammad, attraverso Fatima, ci lascia un ritratto di come sono le periferie del mondo: fragili e pericolose, inconsapevoli e giovani perché il confine tra la vita e la morte è così sottile che è frequente superarlo.

Una città notturna e desolata

Cinematograficamente siamo immersi in un non luogo. È Il Cairo, ma potrebbe essere centinaia di altre città. Le case sono fatiscenti. Non si vedono folle ma si percepisce la sovrappopolazione. La sopravvivenza appare quasi miracolosa. L’acqua esce insicura dai rubinetti. Gli strumenti elettronici funzionano con precarietà. Una coltre di polvere avvolge ogni interno e ogni esterno. La notte non è troppo dissimile dal giorno così come le stagioni non sono per niente caratterizzate. È un enorme purgatorio.

Pur essendo presenti azione ed elementi tipici del thriller, il film suggerisce qualcosa di statico. I pensieri di Samaan scorrono lenti, non vuole intervenire sulla realtà. Più che spaventato il protagonista è disilluso. Il finale però esplode. L’uscita di sicurezza che per tutto il film è sembrata una chimera diventa reale, o per lo meno diventa realizzabile nella coscienza di Samaan. Un moto di orgoglio lo porta a intervenire sulla realtà contribuendo a cambiare il corso degli eventi. Non abbiamo nessuna certezza riguardo al destino del protagonista, ma il solo fatto di essere intervenuto lascia allo spettatore una speranza di rinnovamento e un finale positivo.

Safe Exit è un’interessantissima opera prima, fatta di ellissi e silenzi, da apprezzare tanto nello stile quanto nei contenuti. Uno sguardo diverso. Una finestra su un mondo, l’Egitto e il Nord Africa, in continua evoluzione.

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