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‘Devozioni’ intervista con il regista Gianfranco Pannone

Una Lucania più nascosta quella raccontata nel documentario di Pannone

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Presentato fuori concorso al Bif&st 2026, Devozioni di Gianfranco Pannone è un film che fa riflettere sull’idea di fede, anche in senso più generale. Un attaccamento alla terra e alle tradizioni che, attraverso la macchina da presa di Pannone, ci fa vedere una Lucania più nascostasopita.

Un convento francescano dove vivono solo due monaci e un uomo che si è dato la missione di salvarlo; una poetessa che, ormai adulta, ha incontrato Cristo fino a costruire un santuario in suo onore; due fratelli sulle tracce di Pasolini nel paese dove il regista girò parte del suo “Vangelo secondo Matteo”; un bambino miracolato da una figura che il popolo considera santa; una cantante e ricercatrice sulle orme delle antiche melodie popolari. È vero che nella Lucania appenninica, regione del Sud Italia con le sue valli ricche di storia e tradizioni, grazie alla fede della sua gente, resiste un diffuso senso del sacro? Tra processioni devozionali di santi e madonne, file di pale eoliche che in parte hanno trasformato un paesaggio a tratti selvaggio e il flusso incessante delle stagioni dettato dal vento, l’autore va in cerca di una spiritualità che i nostri tempi sembrano aver smarrito. (Fonte: Bif&st)

Nella cornice del festival abbiamo fatto alcune domande al regista Gianfranco Pannone per il suo Devozioni.

Gianfranco Pannone e il suo Devozioni

Si può considerare Devozioni un film di contrapposizioni, tra sacro e profano, soprattutto nella prima parte? Ci immergi in un ambiente privo di anima, di empatia, per poi mutarsi nel corso dello sviluppo della storia.

Non trovo che all’inizio del mio film ci sia mancanza di anima e di empatia, ma lascio decidere allo spettatore cosa pensare, facendolo entrare nella mia narrazione senza dargli troppi elementi. Se dovessi dare una definizione di questo contrapporsi tra sacro e profano, parlerei della difficoltà dell’uomo contemporaneo a fare i conti fino in fondo con quel qualcosa di profondo che è la fede popolare. Tuttavia sono dell’idea che la religione, oltre che nella dimensione collettiva, debba coinvolgere anche la propria sfera interiore.

Attraverso il telescopio che è all’inizio di Devozioni, Sergeij, l’astronomo, vede un cielo inquinato dai detriti dei satelliti sparsi in cielo che è anche metafora della modernità. Vero è che la nostra cultura, per così dire illuminista, in qualche modo razionale, fatica ad arrivare alla credenza popolare che vede l’uomo piccolo rispetto alla Natura. Ed è così che quel telescopio si fa simbolico. Personalmente non posso non appartenere a questa umanità “razionale”; che tuttavia ha il dovere di cercare oltre l’inquinamento fisico e anche metaforico quel Dio che non si riesce più a trovare.

Credo sia questo che manca a noi contemporanei, cioè una domanda Dio. Siamo tutti molto presi da un “qui ed ora” che ci impedisce di volare un po’ alti. E in risposta a questa mancanza da parte mia non può che esserci amore per la Lucania; amore per le sue tradizioni popolari, dal canto di tradizione orale al dialetto. Purtroppo, però, rispetto a questa devozione religiosa ammetto di avere la tipica difficoltà del contemporaneo di immergermi con tutto me stesso.

Infatti io l’avevo visto anche come una sorta di critica tra quello che è la natura (che emerge nel corso del film) e quella che è la tecnologia, l’innovazione, rappresentata dalla scienza.

Sì, ma è anche vero che Sergei dice non escludo l’esistenza di Dio. Lui parla da scienziato consapevole di quanto abbiamo inquinato il nostro mondo, quindi non attacca Dio, ma si interroga su cosa sia un’identità altra da noi all’interno del cosmo. Secondo me, invece, di questa religione naturale della cultura contadina e pastorale dei lucani, forte e magica, oggi in parte scomparsa, abbiamo perso un po’ il rispetto. Quindi se c’è una istanza critica da parte mia è indiretta, e non va al telescopio che indaga, ma a noi che facciamo fatica ad andare oltre l’immediatamente visibile. E la meraviglia che ho trovato nel corso delle riprese è proprio in questo: la religione dei lucani, sarà perché son pochi, sarà perché la Natura è molto presente attraverso il tempo che cambia e per via delle montagne, battute dai venti dell’est, sarà perché loro sanno guardare per tutto questo al cielo, quella religione popolare, fatta di credenze consolidate, talvolta anche di superstizioni, secondo me è ancora oggi un insegnamento per tutti noi. È l’insegnamento dei nostri nonni, e bisnonni, spesso contadini e pastori.

Più il film avanza e, anche attraverso i suoni della Natura registrati dal nostro fonico di presa diretta, Domenico Rotiroti, più è forte la presenza dei boschi, dei campi coltivati, degli animali; tutto un mondo che è magico ma allo stesso tempo reale. E purtroppo questo equilibrio noi contemporanei l’abbiamo rotto. Ovviamente ci siamo trovati in cambio il benessere, ed è un approdo che dobbiamo tenerci stretto, però qualcosa l’abbiamo comunque persa, come pensava Pasolini, proprio nell’incapacità di relazionarsi alla Natura, riconoscendo anche i nostri limiti. Siamo diventati tanti Prometeo che rubano il fuoco agli dei per trarne quanto più vantaggi senza pensare alle conseguenze del furto.

Richiami e omaggi

Con i titoli di testa immersi nel silenzio, nell’apparente nulla, nel cupo grigiore di una zona apparentemente indefinita racconti in maniera metaforica quello che hai appena detto. A me, per esempio, quell’inizio ha ricordato Deserto rosso di Michelangelo Antonioni.

Grazie per l’accostamento! La differenza con quel capolavoro che è Deserto rosso, però, è che nelle terre che ho battuto le fabbriche non ci sono come nella Ravenna che fa da sfondo al film del maestro ferrarese, ma c’è sicuramente una natura invernale che “dorme” e che io rispetto molto. La mia idea – ed è una cosa che faccio spesso nei miei lavori – è di non dare tutto subito allo spettatore, ma, come in questo caso, di farlo vagare un po’ tra quei paesaggi. silenziosi, nell’indeterminatezza dell’inverno lucano. Sono dell’idea che lo spettatore non vada guidato troppo per mano, ma che possa anche appropriarsi in qualche modo del film. Io pongo degli interrogativi, degli stimoli, dei processi, che possono essere narrativi e poetici e che magari mettono in moto una riflessione. Ecco perché questo inizio tutto invernale, indefinito e un po’ respingente, che man mano darà posto alla primavera e poi all’estate, dove i colori riprendono vita restituendo una Natura più amica.

Poi il film si illumina in tutti i sensi, diventa anche molto più luminoso con il cambiare delle stagioni.

È voluto. D’accordo con Sandro Bartolozzi, produttore per la Clipper Media con Rai Cinema, volevo che il film venisse girato in più stagioni per il bisogno di vedere come cambia la Natura (noi di città abbiamo anche perso il senso delle stagioni). Non a caso nel film uno dei tanti testimoni che si avvicendano, Lorenzo, dice: In Basilicata, sarà che siamo pochi, ci accorgiamo molto più della Natura di quanto non riesca una persona di città. E questo non è certo romanticismo.

Come ci insegna Pasolini, si può essere moderni senza lasciarci alle spalle quello da cui veniamo, un bagaglio necessario di tradizioni e di cultura religiosa e laica.

Devozioni di Gianfranco Pannone: il territorio

Un momento all’inizio che mi ha colpito e che secondo me più di altri va a raccontare quello che dici, è la processione con le fiaccole che illuminano il buio come le stelle che si osservano all’Osservatorio.

Alla base di tutto per me c’è l’idea del popolo in cammino. Anche perché l’opinione, sbagliata a mio giudizio, della Basilicata in genere è quella di un luogo fermo nel tempo. In realtà nei secoli lungo il tracciato dove oggi scorre la Basentana si sono avvicendate tante invasioni e incursioni che le popolazioni impaurite si sono per gran parte dovute barricare sulle montagne e questo infine ha creato una problematica mancanza di collegamenti. Ma in realtà la Lucania è una terra in movimento per motivi storici e antropologici oltre che geologici. Per questo ho deciso di inserire dopo il telescopio quelle persone che camminano in processione. Si tratta di un cammino devozionale e di consapevolezza, che ho voluto contrapporre proprio a quell’inquinamento del cielo di cui testimonia Sergeij.

In questo modo sembri dirci che il territorio diventa fondamentale. Secondo me è da intendersi non come luogo fine a sé stesso e quindi solo e soltanto panorama/cartolina, ma come qualcosa di radicato nella cultura e nella concezione umana.

C’è indubbiamente questo legame molto forte con la terra, tant’è che nel film, insieme a Tarek Ben Abdallah, il direttore della fotografia, e a Giuseppe Melillo, l’antropologo che è stato nostro consulente, c’è l’idea di mettere sempre in relazione l’uomo e la Natura valorizzando il paesaggio. Noi viviamo una società prigioniera dell’antropocentrismo, mentre invece nella Lucania che resiste c’è ancora un forte senso della comunità, che si esprime perlopiù con un rapporto pratico e poetico al tempo stesso con gli alberi, le piante e gli animali. Per questo motivo ho lavorato anche sui campi medi e medio lunghi, inserendo l’uomo all’interno del paesaggio un cui agisce. Quello della Basilicata è anche un paesaggio interiore perché non mi interessa, come dicevi tu, che sia cartolinesco o illustrativo; c’è altro per me: le verdi distese, le valli, i boschi, malgrado l’invasione delle pale eoliche, hanno finito col modellare le persone; una Natura che ancora oggi favorisce il silenzio, la solitudine e la meditazione, come dimostra la presenza di tanti conventi. e chiese di campagna. Sono certo che anche questo abbia convinto la Lucania Film Commission a co-finanziare Devozioni.

E infatti lo fai dire alla poetessa, Cristina di Lagopesole: La Lucania è bella per il suo silenzio. E questo credo che Pasolini lo abbia ben compreso. Ci sono diversi richiami a Pasolini…

Pasolini l’aveva capito bene, come lo sa bene Cristina di Lagopesole, che intensifica la sua preghiera e le proprie poesie proprio nell’alveo di quel silenzio. Il grande friulano scendendo in Lucania cercava le sacre rappresentazioni, i presepi viventi e i volti autentici dei pastori e dei contadini, tant’è che, a parte alcuni attori professionisti, fondamentalmente Il Vangelo secondo Matteo è interpretato da persone del posto. C’è poi una grande attenzione verso questa religione dal basso che allignava all’inizio degli anni 60 e che sopravvive ancora oggi in Basilicata; e Pasolini, ’anima razionale ma sensibile, capì che coltivare un sentimento orizzontale verso la realtà finisce con l’essere d’insegnamento anche per lo spettatore. Questa gente e questi contadini che diventano parte del Vangelo sono portatori di cultura e questo Pasolini lo avrebbe poi espresso nuovamente qualche anno dopo realizzando la Trilogia della vita con Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte, film che rappresentano proprio un popolo che “canta” se stesso. Per me rimane un insegnamento importante quello di Pasolini e non potevo certo tenerlo da parte nel mio film lucano.

Così come ho voluto citare Luigi Di Gianni, grande documentarista a cui dedico anche il film, che è stato anche mio insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia oltre che amico. Anche lui aveva, sebbene in forme espressive più drammatiche, questo rapporto molto forte con il mondo contadino e pastorale del Sud, ammirandone soprattutto la ritualità religiosa che veniva, appunto, “dal basso”.

Una dedica speciale

Hai anticipato una mia domanda che era proprio su Luigi Di Gianni e sul fatto che il film è dedicato a lui.

Di Gianni aveva una visione sicuramente più costruita, di messa in scena del documentario, com’era del resto nello stile dell’epoca; e inoltre c’era nei suoi documentari antropologici e di creazione un tono più enfatico, ideologico, spesso chiaroscurale, che molto metteva in rilievo la miseria dell’Italia da poco uscita dagli anni della guerra. Io oggi cerco di trovare qualcosa di diverso. A parte che non c’è più la miseria di un tempo, credo che la povertà del dopoguerra, via via che si imponeva il boom economico, venisse anche enfatizzata in contrapposizione alla figura dell’operaio, che, contrariamente al contadino, nelle forze di sinistra era visto più propenso a quel credo rivoluzionario che avrebbe cambiato il Paese. Io penso, invece, che fosse sbagliato pensare al mondo contadino e pastorale solo come portatore di miseria, di superstizione e di ignoranza. Il rispetto di questa gente per me è importante, ieri come oggi.

Lo hai fatto in qualche modo anche portando sullo schermo personaggi diversi tra loro sotto tutti i punti di vista: età, genere, appartenenza.

Sì, volevo che fosse così perché se c’è una cosa importante della Lucania è che ci sono meno divari generazionali di quanto non ce ne siano in altri luoghi d’Italia. E poi volevo raccontare anche punti di vista diversi della gente, cosa che ho fatto lavorando a un vero e proprio impasto di voci e volti diversi in montaggio con Erika Manoni: dalla “borghese” Caterina Pontrandolfo, che riadatta i canti popolari della Lucania, agli emigranti, ex contadini, che vengono dalla Svizzera, dove sono dovuti andare decenni fa, per  salutare la Madonna di Pierno; arrivando all’inurbato Antonio, che di stagione in stagione racconta al padre contadino “faticatore” del convento che rischia di chiudere a Vietri di Lucania e per la cui salvezza raccoglie le firme dei paesani.

In Lucania, e in generale nel Sud questa devozione è ancora più forte ed è una devozione a cui si aggiunge anche l’orgoglio di appartenenza. C’è tutto un tornare sull’identità per cui troviamo, ad esempio, l’architetta che dice di vivere fuori dalla sua Barile, ma che per interpretare la Madonna dolente durante il Venerdì Santo, deve assolutamente tornare ogni anno al paese. Perché per lei tutto questo ha un valore devozionale e al tempo stesso culturale e, appunto, identitario.

Perché Devozioni?

A tal proposito ti chiedo del titolo che secondo me è legato in primis al discorso della religione e della fede, ma in realtà è da leggersi anche come un legame al territorio.

Esatto. In Devozioni c’è il sentimento religioso, ma anche la devozione per la propria terra, per la propria cultura, per il proprio dialetto, per la propria musica di tradizione orale. Secondo me oggi la nostra modernità può andare benissimo a braccetto con la consapevolezza della propria provenienza. E poi c’è anche il senso del tempo, quel tempo su cui in Devozioni agiscono pure le musiche ampie e sospese di Rocco De Rosa. Il tempo è più largo in Basilicata, molto più che a Roma, dove vivo; perché rispetto alla grande città tutto in Lucania si dilata un po’, malgrado le fabbriche che fanno auto, le pale eoliche e i pozzi di petrolio; e tutto ciò conduce, anche in questo mondo globalizzato, a un diverso modo di vivere.

Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli

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