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‘Portobello’, finzione e realtà della televisione

Il legame spezzato e recuperato con il pubblico televisivo

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Si conclude su HBO Max  Portobello  la miniserie dedicata al caso giudiziario che ha riguardato il giornalista e presentatore Enzo Tortora. La serie in sei episodi è diretta dal cineasta Marco Bellocchio e co-scritta assieme a Stefano Bises, Giordana Mari, e Peppe Fiora. Frutto di una co-produzione tra Kavac Film (la casa di produzione di Bellocchio), Rai Fiction, The Apartment e ARTE France, la prima produzione italiana di HBO vede nei panni di Tortora Fabrizio Gifuni affiancato da Romana Maggiora Vergano alla loro seconda collaborazione dopo Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini. Un cast di rilevo che inoltre comprende: Barbora Bobulova, Lino Musella, Alessandro Preziosi, Carlotta Gamba, Tommaso Ragno e Paolo Pierobon.

Il TRAILER – Portobello 

Portobello, dunque dove eravamo rimasti?                                               

Enzo Tortora (Fabrizio Gifuni), il popolare presentatore della trasmissione Portobello, all’inizio degli anni ’80 vede la sua vita sconvolta da un processo giudiziario e mediatico per accuse gravissime legate alla criminalità organizzata. La serie di Marco Bellocchio ripercorre tutte le tappe della tragedia di Tortora, dalla detenzione all’umiliazione pubblica fino alla lunga battaglia per dimostrare la propria innocenza e ritornare in televisione.

 L’ingiusta giustizia e il vuoto dell’assolto

In Portobello il Tortora di Gifuni continua la tendenza del Marco Bellocchio degli ultimi anni, approfondire una storia consumata che merita ancora una volta di essere narrata e rappresentata. Una verità scomoda, quasi rassegnata che la prima produzione italiana di HBO sviluppa attraversando non solo il noto caso giudiziario ma anche e soprattutto il rapporto televisivo con il pubblico di Tortora. Bellocchio, grazie a un Gifuni estremamente fedele al protagonista, concepisce in sei episodi una storia che non è soltanto privata e giudiziaria, ma in primis televisiva. Una storia italiana.

Portobello nel suo primo episodio si occupa di decantare il successo e il fenomeno culturale della trasmissione Rai, un medium destinato ad arrivare nei salotti borghesi, nel ceto medio e basso italiano. Un appuntamento fisso, festoso, quasi un tacito accordo tra il pubblico e chi crea la televisione, dentro a un gioco del quale alla fine Tortora ne rappresenta gioie e conseguenze inevitabili.

Quando lo spettacolo diventa tragedia stessa

La lettura che fa Bellocchio potrebbe sembrare diretta essenzialmente al caso giudiziario, ed effettivamente la parte detentiva e processuale occupa, come è ovvio che sia, la maggior parte della narrazione. Ma oltre la realtà dei fatti giudiziari, si scorge il vero intento del regista italiano: far riflettere sul legame apparentemente indissolubile tra presentatore e pubblico.

Quando alla fine del primo episodio il plot point emerge in tutta la sua drammaticità, ossia le accuse nei confronti di Tortora da parte di un affiliato della Nuova Camorra organizzata, il divario tra gioco del varietà e verità del reale si assottiglia talmente tanto che quasi tutti gli accusatori del giornalista potrebbero benissimo far parte del circo di maschere grottesche di Portobello.

Chi potrebbe credere al pentito Pandico (Lino Musulla), un mitomane seriale rifiutato per giunta dal clan di Cutolo? La risposta è semplice quando tragica: solo il teatro delle maschere di Portobello dove la tragedia si mischia allo stretto legame tra media e giustizia.

Oltre il processo: una storia televisiva e italiana

Bellocchio mira a far passare il Tortora di Gifuni da burattinaio per bene del circo dello spettacolo a uno dei tanti fenomeni da baraccone del suo show. Come del resto si può notare per quasi tutti gli episodi, l’immagine di Enzo Tortora viene distrutta, consumata, messa alla prova, condannata dai giudici pieni di pregiudizi e senza uno straccio di prova. Eppure il pubblico crede all’idea mediale del nuovo Tortora. Non l’uomo per bene a cui si era abituato ma al criminale da condannare anche a costo della falsa verità.

C’è un vuoto che l’alterego di Gifuni sente attorno a sé. Non è quello della sorella, delle figlie o della compagna Francesca, sempre presenti e affettuose, ma quello del pubblico. Lo spettatore che Tortora aveva coccolato dal ’77 ai primi anni ’80, con il quale si sentiva al sicuro come un padre amato dai suoi figli o un nonno che racconta dolcemente le storie della sua vita ai suoi nipoti.

Ecco, con l’immagine televisiva distrutta, muore l’uomo Tortora proprio perché muore il Portobello pubblico. La giustizia ovviamente è importante nella cronaca giudiziaria della serie – avvocati e procuratori si rincorrono tra arringhe e presunte verità mentre l’innocente cerca di gridare in tutti i modi la sua di verità senza essere mai creduto o ascoltato. Ma il vero verdetto per Tortora è stato già emesso dallo spettatore che credeva di essere a lui fedele, una tipologia di pubblico influenzabile, corruttibile, ondeggiante e fragile, ed esecutrice di una condanna morale ancora prima che venga emessa quella giudiziaria. È con la distruzione della sua reputazione che Enzo Tortora deve fare i conti e farà i conti per tutta la sua vita al di là del processo che lo vede coinvolto. L’amore e il pregiudizio del pubblico, del suo pubblico.

Enzo Tortora in una grande serie imperfetta

Il paradosso presente in Portobello espone il contrasto tra il suo tema di fondo, il caso giudiziario, e quello di sfondo: il rapporto distrutto (e poi recuperato) col pubblico. La serie di Bellocchio è indubbiamente uno dei più grandi prodotti mai realizzati in Italia non essendo però esente da critiche e imperfezioni. Fa una certa fatica la serie a non scadere in una certa linearità e retorica processuale. Si assiste difatti a un certo divario tra l’inizio, la presentazione dell’apice di Tortora, e il suo lungo declino prima della riabilitazione.

La regia di Bellocchio in questo è emblematica. Il piano-sequenza del primo episodio, unito a sequenze grottesche e art house, confligge con una direzione nel clou della storia legata a logiche da televisione generalista (si veda un eccessivo uso di primi piani e campi e controcampi). La sensazione che si avverte è quella di una coabitazione forzata tra autorialità americana, tipica della HBO, e convenzionalità da Rai fiction con la “vittoria” di quest’ultima.

Portobello tra ambizione autoriale e limiti televisivi

Ma al netto di questa scelta estetica da parte di Bellocchio, Portobello non riesce quasi mai a essere veramente originale nella sua parte giudiziaria. La troppa velocità con cui si arriva alle fasi salienti del processo fino alla candidatura europea nel partito Radicale del giornalista, riducono molti intenti della serie; allontanando la dimensione del rapporto col pubblico (recuperato solo nel finale) e assottigliando di molto le pretese internazionali della miniserie.

Per certi versi, nella sua evidente piattezza e didascalia processuale, Portobello potrebbe essere accumunata all’ultimo film di William Friedkin The Caine Mutiny Court-Martial: entrambi con un approccio tra il teatrale e lo sceneggiato televisivo ricercano la verità nello spazio chiuso del tribunale come ingranaggio opaco di un sistema corrotto, dove la parola processuale non illumina ma produce una sottrazione drammaturgica anche se fedele alla rappresentazione reale. Inoltre, una delle problematiche che merita di essere approfondita riguarda il personaggio di Gifuni.

Il Tortora di Gifuni è ben lontano da un’agiografia autonoma

Il suo Enzo Tortora viene costantemente costruito come emblema della mala giustizia, vittima innocente di una giustizia frettolosa e ingiusta. La serie insiste sulla solitudine e la marginalità del presentatore, sottolineando il suo essere uomo famoso e lasciato solo da televisione e istituzioni. Bellocchio costruisce un personaggio che si ribella davanti ai magistrati e procuratori, gridando la propria innocenza come un attore convinto dal suo copione ma incapace di essere il personaggio che rappresenta con così tanta efficacia.

Ciò che appare è un personaggio dominato dagli eventi più che dominarli, realizzando un effetto controproducente: più Gifuni insiste con l’imitazione perfetta del Tortora reale, e meno l’Enzo della serie appare come individuo complesso e autentico. Il problema è quindi proprio la gestione emotiva del suo protagonista: il dolore del presentatore viene mostrato come un dato storico e non come un’esperienza seriale capace di essere autonoma dall’agiografia rappresentata.

Portobello saluta il suo pubblico con l’oscurità e la luce di un eroico e lungo viaggio nel sistema giudiziario italiano, con un Tortora/Gifuni morto e risorto come nei migliori viaggi eroici fatti di ostacoli e vittorie. Manca forse alla serie la volontà di accedere al mito e di costruire una figura che potesse camminare da sola ed essere indipendente rispetto ad una delle pagine peggiori delle cronache giudiziarie italiane. Rimane il volto dell’innocenza perduta e di una storia che andava raccontata.

 

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