Un racconto di un’intensa amicizia fraterna, uno spaccato corale sull’India contemporanea e globalizzata, nelle sue lacerazioni e contraddizioni tra progresso e tradizioni.
Accompagniamo Shoaib (Ishaan Khatter) e Chandan (Vishal Jethwa) all’esame per entrare in polizia. La mole dei candidati che si preparano all’assalto del treno che li condurrà al concorso, è impressionante. Chandan vuole desistere, è scoraggiato da una lotta impari al solo sguardo. Shoaib lo scuote: non è quello il loro sogno? Abbandonare il piccolo villaggio dell’India rurale, emanciparsi da una predestinazione che è di casta e di esistenza?
Una tragedia che sfocia nel melodramma
Homeboundè il contrappunto di sguardo tra il rapporto dei suoi due protagonisti e il ventre dell’India che li contiene. Un ‘botta e risposta’ che fa avanzare la narrazione dei destini incrociati dei due ragazzi. L’India respingente è accentuata per chi è musulmano e perciò Dalit, il grado più basso nella casta indiana.
Anche se l”intoccabilità’ è stata formalmente abolita dalla Costituzione indiana nel 1950, i Dalit continuano ad essere fortemente discriminati, segregati, a subire abusi, specie nelle zone rurali. L’India è letteralmente carica di umanità, nel peso sostanziale di uomini e donne gravati da bisogni e con scarse risorse per tutti.
Ben presto Shoaib e Chandan dovranno prendere atto di questa realtà: accantonare le aspirazioni, caricarsi sulle spalle tutta la propria condizione, anche se indefessamente consci della necessità di costruirsi una sedia da occupare per avere il proprio posto a tavola nella società.
Homebound trae ispirazione da un articolo del giornalista, sceneggiatore e autore indiano Basharat Peer pubblicato sul New York Times nel 2020, il cui nucleo racchiude lo spaccato di una giovinezza indiana tesa verso un futuro che viene sempre spietatamente posticipato, risucchiata anche dalla pandemia del Covid.
Tra caste e globalizzazione
Il regista Neeraj Ghaywan, ispirato nella direzione e caratterizzazioni di Homebound dall’umanesimo del maestro cinematografico Satyajit Ray, riesce a lasciarci, nonostante una caratterizzazione troppo edulcorata di tutti i personaggi e delle vicende che li attraversano, uno spaccato di un’India pregna ancora di una spiritualità, soprattutto visiva.
Riusciamo a racchiuderla nei grandi abbracci di paesaggi totalizzanti che la macchina da presa produce, nel tentativo di sollevare migliaia di esistenze schiacciate inevitabilmente in basso. Il dramma della Pandemia in un paese-continente come questo, amplifica con maggiore spietatezza l’impotenza umana di fronte ai nuovi mostri commerciali, algoritmico-tecnologici.
Il racconto simbiotico di due vite sofferte e manovrate da un caso tanto spietato quanto fortuito nella beffa finale di Homebound non riesce a smarcarsi da un alone artificioso. Una costruzione non capace di sporcarsi fino in fondo nell’esplorare quella che può essere considerata la cassa di risonanza dell’abisso in cui l’umanità sta per sprofondare: la geografia di un territorio di sproporzionate vastità, impossibile da compattare nella logica economico-sociale di una comunità globale, la fragilità dei singoli, inermi, esseri umani che, come uomini primitivi, affrontano un ‘ritorno a casa’ pieno di sofferenza e disperazione.