Se negli ultimi anni autori come Jordan Peele, John Krasinski e Zach Cregger hanno viaggiato tra la commedia e l’horror per dare forma alle inquietudini più profonde della società, Bradley Cooper sembra scegliere una strada inversa: trasformare la frattura intima in materia comica. Ma cosa succede quando il dolore diventa performance?
Terza regia, dopo il binomio musicale espresso con A Star Is Born e Maestro, È l’ultima battuta? riflette la volontà del suo autore di continuare a interrogarsi sul rapporto tra identità e rappresentazione, questa volta immergendoci nel percorso di Alex e Tess, appena travolti da una separazione di coppia che impone, prima ancora che una distanza fisica, uno sguardo interiore.
Il potere della risata
In un’ottica non lontana da Marriage Story – con cui il film condivide peraltro la presenza di Laura Dern – è la stand-up comedy a occupare uno spazio centrale nella vita dell’Alex di Will Arnett, non tanto come luogo di verità, quanto come dispositivo antropologico di rielaborazione. La scelta, fornita in timido assist da un soggetto tanto interessante quanto derivativo, non è casuale. Sul palco, il dolore non emerge mai nella sua forma originaria: viene selezionato, riscritto, fino a essere plasmato minuziosamente sul tempo della battuta e sulla risposta del pubblico. È in questa distanza tra vissuto e racconto che il film trova la sua tensione più interessante, decidendo di giocare sui dubbi e sulla fragilità dell’essere umano.

In tal senso, ogni serata di open mic tracciata dalla pellicola alimenta la discesa simil dantesca dei suoi personaggi, trasponendo su schermo la loro confusione e i loro pensieri in un mondo in cui andare avanti significa imparare a raccontarsi in modo credibile, prima ancora che sincero. E mentre Alex trasforma, o quantomeno prova a trasformare, la frattura in linguaggio, resta da chiedersi cosa accada a chi, come Tess, quel linguaggio non lo possiede – o quantomeno sceglie di non usarlo per non dissipare il proprio tiepido rifugio.
È proprio in questo scarto che il film intreccia la sua riflessione sull’amore, liberandolo dalla stessa retorica consolatoria da cui Bradley Cooper ha sempre provato a fuggire nella sua novella carriera da cineasta. Ed è così che, la linfa vitale del nostro essere rivela le proprie zone grigie, scoprendosi spazio instabile in cui l’altro smette di essere uno specchio e torna a essere un nudo e crudo enigma da provare a decifrare.

Sotto pressione
Non è un caso che a emergere come ingranaggio cardine della pellicola sia il brano Under Pressure, le cui note incarnano perfettamente la tensione tra esposizione e fragilità che nel film pervade continuamente Alex e Tess. Cooper sembra abbandonare progressivamente la dimensione più dichiaratamente spettacolare dei suoi lavori precedenti per muoversi in sottrazione, lasciando affiorare quella stessa umanità più incerta e meno controllata che il titolo È l’ultima battuta? desidera decantare nel suo offrire tante domande e ben poche risposte.
Quando il dolore diventa racconto, ciò che resta è ancora verità, o solo una versione abbastanza efficace da poter essere condivisa?
Annessa a tale interrogativo, è proprio nella gestione dello spazio fisico e relazionale che il film rivela la natura più nitida dei suoi personaggi. Il palco della stand-up, apparentemente luogo di massima esposizione, si contrappone agli ambienti domestici, svuotati, frammentati, incapaci di contenere un dialogo che non sia già stato, in qualche modo, mediato da noi stessi, dai nostri retro pensieri, o da ciò che le persone attorno a noi raccontano. Se sul primo Alex trova un ritmo, è nel secondo che emerge tutta l’inadeguatezza di un linguaggio che, fuori dalla protezione della battuta, sembra incepparsi.

Telefono casa
È qui che il film compie il suo gesto più sottile, non mostrando tanto la difficoltà di separarsi, quanto l’impossibilità di comunicare con l’altro nel farlo. In questo punto di frattura comunicativa, a emergere è la dimensione più fragile dei personaggi: incapaci di parlarsi davvero, finiscono per abitare uno spazio emotivo solitario, in cui anche le parole più dirette sembrano arrivare perennemente in ritardo o fuori fuoco. Come a intercettare al meglio tale filosofia, Bradley Cooper tenta di avvicinarsi il più possibile ai suoi personaggi, insistendo sui volti e sui primi piani col fine ultimo di cercare una crepa, un cedimento, qualcosa che sfugga al controllo della messa in scena.
Anche la macchina da presa, a tratti instabile, quasi esitante, sembra partecipare a questa ricerca, rinunciando alla compostezza per restituire il senso di precarietà emotiva che nel bene o nel male finisce per attraversare ogni relazione. È un cinema che non osserva da lontano, ma prova a farsi prossimo, pur sapendo quanto la distanza tra ciò che si prova e ciò che si riesce a esprimere corra il rischio di diventare, in fondo, incolmabile.
Se la comicità diventa allora uno strumento di sopravvivenza, allora è anche il segno di una rinuncia: quella a confrontarsi con un dolore che, per essere davvero attraversato, forse dovrebbe restare irriducibile, non tradotto o condiviso. O forse, dovrebbe solo essere sputato, senza perdersi nel localizzarlo in una determinata forma socialmente accettata da noi in primis. Finché resta fiato per farlo uscire. O per l’appunto, fino all’ultima battuta.