Dall’Egitto fino alla sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, Aisha Can’t Fly Away compie un ulteriore volo, atterrando alla 35ª edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina. Con questo primo lungometraggio, Morad Mostafa costruisce un’opera che osserva, con sguardo fisso e vigile, la vita di una donna in gabbia, nel cuore rapace del Cairo.
Una città che si ripete, una realtà che si incrina
Aisha è una giovane migrante somala, arrivata nella metropoli con il sogno di diventare infermiera, ma ora relegata al lavoro di colf. Un impiego che, a tratti, apre brevi spiragli di quiete in un ambiente urbano altrimenti ostile. Per muoversi in città, Aisha è costretta a schivare continuamente le insidie di una presenza maschile aggressiva e pervasiva, fatta di piccole gang che occupano le strade e ne regolano implicitamente i confini.
In questo caos, Mostafa impone inizialmente un ordine ossessivo. Fatti e personaggi si ripresentano con una regolarità meccanica, scanditi da orari e traiettorie che sembrano immutabili. Si insinua così il dubbio che la vera natura del racconto risieda proprio in questa circolarità: una città-prigione che si rincorre la coda, incapace di uscire dal proprio movimento reiterato.
Eppure, all’interno di questa spirale apparentemente chiusa, affiorano visioni e brevi allucinazioni che incrinano il realismo, aprendo a una dimensione più ambigua e perturbante.
Geografie della migrazione
Per comprendere appieno questa tensione, è necessario affacciarsi, anche solo brevemente, sul contesto storico che ne costituisce lo sfondo. A partire dal 2022, il Sudan è precipitato in una violenta guerra civile, generando un massiccio esodo verso i paesi limitrofi, tra cui l’Egitto. Questo spostamento forzato ha ridefinito le geografie umane del Cairo, rendendo visibile una presenza migrante sempre più esposta, vulnerabile e marginalizzata.
Lo sguardo di Mostafa si colloca in questo scenario, già esplorato nel cortometraggio I Promise You Paradise, presentato al Festival di Cannes e allo stesso FESCAAAL nel 2024: un racconto silenzioso che segue il percorso di un adolescente africano immigrato in Egitto, in lotta contro il tempo per salvare il destino del proprio figlio. Un’ambientazione, quindi, talmente ostile alla sopravvivenza da rendere quasi impossibile qualsiasi forma di sviluppo personale; non sorprende allora che i personaggi custodiscano un’interiorità in tensione costante con l’esteriorità rigida che sono costretti a costruirsi.
Se, nel caso diI Promise You Paradise, la crepa nel muro coincideva con lo sguardo di Eissa, interpretato da Kenyi Marcellino, in Aisha Can’t Fly Away questa frattura assume una forma diversa, più ingombrante e perturbante: l’apparizione di un grosso struzzo nel bel mezzo della città.
Ali che non reggono il volo
Lo struzzo, come Aisha, condivide la stessa condanna: possedere ali che non permettono di librarsi in volo. E piano piano, i due cominciano a fondersi l’uno con l’altro. La trasformazione kafkiana del corpo di Aisha dalla gabbia imposta dal suo corpo femminile a quella del grande volatile non rappresenta una liberazione ma una prosecuzione della condanna: una materializzazione della sua impotenza e immobilità.
È un’alienazione costante, ma questa volta con il “beneficio” di un isolamento totale, non solo dalla società, ma dal mondo stesso. Un’immagine bizzarra da porre al centro di questa narrazione visiva.
Lo sguardo impetuoso, fisso e privo di sentimentalismi che segue Aisha è molteplice, incarnato nella sua ombra pennuta e nella videocamera che diventa il nostro occhiale. Aisha Can’t Fly Away non lascia spazio ad alcuna dolcezza. Al contrario, assume toni morbosi e cannibalici.