Peaky Blinders: The Immortal Man arriva su Netflix con l’aria tronfia dell’evento inevitabile: il film che nessuno ha davvero chiesto, ma che tutti sapevano sarebbe arrivato. Steven Knight richiama in vita il suo Frankenstein narrativo e lo piazza al centro della stanza, aspettandosi applausi. Il problema è che il mostro respira ancora, sì, ma non pulsa più.
La serie era finita, e anche bene, per quanto possibile, ma come ogni prodotto che diventa culto, non poteva essere lasciata in pace. Così si riesuma la salma Tommy Shelby, lo si lucida, lo si imbalsama e lo si rivende come immortale.
Il punto è proprio questo: immortale non significa vivo.
Tommy Shelby: da uomo a santino
Tommy Shelby non è più un personaggio. È un santino pop. Una figurina da collezione. Un meme con la sigaretta da mettere a corredo di qualche video motivazionale di qualche fuffa Guru.
Il film non lo racconta, lo venera. Ogni inquadratura sembra inginocchiarsi davanti a lui, ogni scena lo costruisce come un’entità superiore, intoccabile, infallibile. Il gangster, figura tragica per definizione, qui perde ogni tragedia. Niente caduta, niente rischio, niente vero conflitto: solo un’eterna posa da copertina.
E senza caduta, il racconto muore.
Il confronto con i grandi è impietoso: Il padrino distrugge Michael Corleone pezzo dopo pezzo;Quei bravi ragazzi smonta il mito gangsteristico fino alla nausea. Qui invece il mito viene imbalsamato e messo sotto vetro, come un reperto del tardo paleolitico.
Tommy Shelby non è nulla di più di un soprammobile.
La regia del déjà-vu: stile o autoparodia?
Tom Harper gira il suo The Immortal Man come se stesse dirigendo il trailer della sua stessa carriera. Slow motion a ripetizione, musica anacronistica sparata a volume da videoclip, silhouette controluce che sembrano uscite da un cosplay di lusso.
Quello che un tempo era linguaggio, oggi è tic, maniera. Ogni scelta estetica è prevedibile. Ogni inquadratura sembra provenire da un generatore randomico di scelte piuttosto che da una mente pensante, e quel che rimane di buono è già stato trasformato in GIF. Il problema non è lo stile, ma l’incapacità di evolverlo. È un cinema che si guarda allo specchio e si compiace, dimenticando che lo spettatore, dopo sei stagioni, quello specchio lo conosce a memoria.
Il risultato è una strana forma di autoparodia involontaria: Peaky Blinders che imita sé stesso, ma senza più l’urgenza di un tempo.
Narrazione del vuoto vestito bene
Il film è elegante, curato, patinato. Ma sotto la superficie, il vuoto.
La trama si srotola senza mordere mai davvero. I conflitti sono accennati, mai portati fino in fondo. I personaggi orbitano attorno a Tommy come satelliti devoti, incapaci di metterlo realmente in crisi.
È un racconto che ha paura. Paura di sporcare, di disturbare il pubblico, di rischiare.
E allora sceglie la via più comoda: reiterare. Ripetere. Allungare.
Il cinema però non è una serie TV: non puoi permetterti di perdere tempo. Qui invece sembrano non fare altro; il tempo si dilata senza giustificazione, come se bastasse la presenza di Shelby a riempire lo schermo.
No, non basta.
Il fan service come ideologia
Il vero motore di The Immortal Man non è evidentemente la storia: è il fan service. Felicitazioni!
Ogni scena sembra pensata per strappare un applauso facile: la battuta iconica, lo sguardo gelido, il gesto riconoscibile. È un continuo ammiccare allo spettatore, un darsi di gomitino, un “ti ricordi?” ripetuto fino allo sfinimento.
Ma il cinema non dovrebbe essere un album dei ricordi; e se devo vedere un le pagine della nostra vita a tema Gangster…beh guardo altro.
Quando un’opera smette di sorprendere lo spettatore e si limita a dare lo zuccherino, smette anche di esistere davvero. Diventa un prodotto, un contenuto, un riempitivo di catalogo.
E qui siamo esattamente lì: nel territorio del contenuto travestito da evento.
Il peccato capitale: non saper finire
Al netto di tutto va detto che il problema più grave di The Immortal Man è uno solo, ed è imperdonabile: non vuole finire.
Un finale dovrebbe essere una presa di posizione. Una scelta netta. Anche brutale, se necessario. Qui invece si opta per la conservazione: tutto resta aperto, tutto resta possibile, tutto resta, appunto, immortale. O forse Imbalsamato.
Ma l’immortalità narrativa è la morte del racconto.
Perché se niente finisce, niente conta davvero.
The Immortal Man; il museo delle cere Shelby
Peaky Blinders: The Immortal Man è un film che scambia la nostalgia per grandezza e la ripetizione per stile. È un’operazione conservativa, quasi museale, che trasforma una serie viva in un opera museale.
Tommy Shelby è ancora lì, impeccabile, intoccabile, eterno.
Il problema è che non dice più nulla.
Per questo, malgrado la insufficienza dilagante di un prodotto così lacunoso, The immortal Man è perfetto; perfetto per stare su Netflix, poiché il linguaggio che adotta è proprio quello del filler da piattaforma.