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I film premiati agli Oscar: quando l’arredamento di design fa la differenza nella rappresentazione dei personaggi
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4 giorni agoon
C’è un aspetto del cinema che il grande pubblico percepisce senza esserne consapevole: la sensazione che gli ambienti sullo schermo siano reali e che i personaggi abitino davvero quegli spazi. A rendere possibile tutto ciò è il lavoro dello scenografo, una figura che non si limita a costruire degli sfondi, ma progetta veri e propri mondi.
Ai premi Oscar del 2026, i film in gara hanno proposto modi radicalmente diversi di concepire l’arredamento e il rapporto tra un personaggio e la stanza in cui si trova. Ciò che accomuna questi film non è lo stile, ma il modus operandi: la convinzione che gli ambienti vadano progettati come i personaggi, con una storia, una logica e una coerenza interna. La scenografia è l’arte in cui i divani di design, i mobili d’epoca, i toni dei tessuti, i tipi di materiali e le proporzioni di una stanza comunicano tanto quanto i dialoghi, se non di più.
Bugonia: Il lusso come maschera
In Bugonia di Yorgos Lanthimos, lo scenografo britannico James Price (già premio Oscar per Poor Things) costruisce due mondi esteticamente opposti e narrativamente connessi: il ranch in declino di Teddy (Jesse Plemons) e gli ambienti sofisticati e quasi asettici di Michelle (Emma Stone).
L’interno di Teddy è rimasto congelato agli anni Novanta: la cucina e la carta da parati sono rimaste bloccate nel decennio in cui la madre è caduta in coma, la spazzatura si è accumulata e ogni superficie è testimone di un lento collasso. Dall’altra parte c’è Michelle.
Gli arredi presenti nel suo ufficio e nella sua casa non sono affatto casuali: sono delle vere e proprie icone del design moderno, come la poltrona Imola di Henrik Pedersen nel soggiorno, la Barcelona Chair di Mies van der Rohe per Knoll e la Taliesin 2 di Frank Lloyd Wright nell’ufficio, oltre a due rarissime poltrone di Jan Bočan accanto alla piscina interna, icone del design brutalista ceco.
Nel film, Michelle usa il design del Novecento come documento d’identità: oggetti che certificano l’appartenenza a una civiltà. Il risultato è un interno freddo e intimidatorio, in cui la perfezione stessa suggerisce che qualcosa, in quella stanza, non appartiene del tutto al mondo che rappresenta.
Sinners: Legno grezzo e codici morali
Hannah Beachler (già Oscar per Black Panther) ha creato delle ambientazioni per Sinners di Ryan Coogler che obbediscono a un determinato sistema cromatico: il bianco per la chiesa, il rosso per il juke joint e l’haint blue per la casa di Annie (Wunmi Mosaku). Tre colori, tre spazi, tre diverse morali. Il rosso simboleggia edonismo, capitalismo e sangue; il bianco rappresenta protezione, ma anche minaccia; il blu rappresenta il confine tra il mondo dei vivi e quello che non si nomina.
Il juke joint, un’ex segheria riconvertita, è la chiave materiale di tutto questo. Beachler ha insistito sull’uso di legno grezzo tagliato direttamente dall’albero, lo stesso impiegato nelle segherie della zona negli anni Trenta: legno umido, non stagionato e con la corteccia ancora presente in alcuni punti. In questo caso, il legno non rappresenta solo un rivestimento, ma porta con sé la storia di chi ha lavorato quella terra.
F1: Il paddock come interior design
Il paddock di Formula 1, che il regista Joseph Kosinski ha vissuto in prima persona durante le gare del campionato 2023/2024, rappresenta una concezione del lusso radicalmente contemporanea, quella del mondo ad alto reddito che si muove tra Abu Dhabi, Silverstone e Miami.
Le riprese del film F1 sono state infatti effettuate in un garage a Silverstone, incastonato tra le sedi di Ferrari e Mercedes. Gli interni dei quartieri generali non sono ricostruzioni, ma ambienti reali. Le scene sono state girate all’interno della sede della Mercedes, dove si intravedono gli uffici ingegneristici illuminati da ampie vetrate e costellati di scrivanie e sedie ergonomiche, mentre le scene all’aperto sono state girate all’esterno della sede della McLaren.
Il lusso qui non si manifesta attraverso gli oggetti, ma attraverso la precisione delle superfici. Si tratta di un’estetica che il cinema sportivo ha sempre faticato a restituire. Il film F1 ci riesce perché rinuncia completamente alla simulazione.
Sentimental Value: Gli arredi come archivio del tempo
La villa in Sentimental Value di Joachim Trier, dove si svolge gran parte del film, è una residenza storica reale, costruita in stile Romanticismo Nazionale norvegese. Lo scenografo Jørgen Stangebye Larsen ha arredato gli interni con pezzi che attraversano decenni di design europeo: la lampada Arco di Flos, la chaise longue Pernilla (un cult del design scandinavo degli anni Sessanta), la sedia a dondolo 406 di Artek e diverse versioni della lampada Tolomeo di Artemide.
Non si tratta di un interno coerente, ma di un interno accumulato, come accade nelle case in cui diverse generazioni hanno lasciato oggetti senza che nessuno li rimuovesse del tutto. Ed è proprio questo il punto. La casa non è arredata: è sedimentata nel tempo.
La stessa stanza doveva sembrare diversa a distanza di trent’anni, senza perdere il filo di continuità che la rende riconoscibile: una sfida tecnica significativa per Larsen. Per questo motivo, ha ideato un sistema di pareti progettate con strati di carta da parati rimovibili: i mobili cambiavano da una settimana di riprese all’altra, mentre le patine venivano aggiustate periodicamente. La trasformazione finale della casa, svuotata e ridipinta di un colore neutro, è il vero colpo di scena del film: uno spazio che aveva accumulato anni di ricordi viene azzerato completamente.
Marty Supreme: Gli anni Cinquanta di Jack Fisk
Jack Fisk, ottant’anni, quattro nomination all’Oscar, ha portato in Marty Supreme di Josh Safdie una filosofia del set che considera il colore come il primo strumento di storia sociale. Le pareti degli appartamenti degli anni Cinquanta non sono mai bianche: Marty Mauser (Timothée Chalamet) dorme in una stanza verde, stipata di trofei di ping-pong.
Per ricreare le ambientazioni degli anni ’50, in particolare del Lawrence’s Broadway Table Tennis Club (demolito da decenni), Fisk ha utilizzato fotografie storiche del Comune di New York e un filmato in 16 mm che mostrava i colori dell’interno del palazzetto. Questi interni colorati e affollati di persone e trofei non sono nostalgia, ma la condizione materiale da cui Chalamet costruisce il suo personaggio.
Frankenstein: Il gotico reinterpretato
Tamara Deverell, vincitrice dell’Oscar per la migliore scenografia, ha costruito per il Frankenstein di Guillermo del Toro un laboratorio che è anche una sorta di teologia personale: la Medusa sul muro come mostro frainteso, le finestre circolari e i tavoli anatomici ispirati a quelli reali del Museo Hunterian di Londra.
L’estetica è quella di un Ottocento immaginario dominato da un lusso dark in cui ogni elemento decorativo ha funzione simbolica. Del Toro definisce questo approccio come un “programma iconografico” e Deverell lo ha eseguito con venti scultori in contemporanea, senza utilizzare un metro di green screen.
Le scelte di arredo nel cinema: Cosa ci comunicano?
Guardati insieme, questi film offrono un campionario involontario di come il cinema contemporaneo concepisca il rapporto tra spazio e identità. Quello che nessuno di questi film concede è la neutralità: ogni superficie, ogni oggetto e ogni proporzione di stanza prende posizione. La domanda che rimane è se questa consapevolezza dello spazio stia diventando più sofisticata o se, piuttosto, sia semplicemente più visibile, ora che gli ambienti digitali la stanno mettendo sempre di più a dura prova.