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‘Oltre la pelle ‘ le vittime dell’acidificazione
Un sorriso contro la violenza
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Luca BoveAlessandra Usai, regista, documentarista e produttrice, da sempre interessata di diritti umani, giustizia sociale e storie femminile, realizza Oltre la pelle, scritto insieme ad Annalisa Maniscalco. Il film, presentato al Matera International Film Festival e vincitore premio FICC al Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, è prodotto da Nical Films & Rebel Film, con il contributo della Film Commission FVG e Tax Credit Ministero Italiano.
Un racconto di sofferenza, rinascita e rivendicazione della propria identità.
Oltre la pelle: una storia di violenza e speranza
Bepi Losasso è un chirurgo che va in Pakistan per operare le vittime di acidificazione. La sua testimonianza racconta una missione umanitaria importante. Un impegno che lo occupa per anni, con l’obiettivo di ridare il sorriso a donne che, a causa di una violenza brutale hanno perso tutto: volto, ruolo e dignità.
Il documentario, con un montaggio incalzante, intreccia interviste, immagini d’archivio e ricostruzioni evocative che rappresentano le storie delle ragazze marchiate con l’acido. Una storia di violenza e di coraggio che parla anche di futuro e di sorrisi che tornano ad aprirsi dopo gli abissi della sofferenza.
La missione medica e umanitaria di Bepi Losasso
“Il mio abito bianco si tinse di nero e si lacerò”.
Donne giovanissime, poco più che bambine, stuprate, deturpate fisicamente, interiormente e socialmente. A queste vittime indifese Alessandra Usai rivolge il suo sguardo. Lo fa scegliendo un punto di vista, inizialmente, esterno alle vicende raccontate, quello di Bepi Losasso, un chirurgo plastico che una sera, davanti a un buon bicchiere di vino, viene a conoscenza della brutale pratica denominata acidificazione, un atto brutale molto frequente in Pakistan. Da quella sera il dottor Losasso decide di dedicare il suo lavoro per restituire dignità a queste vittime.
La sua è una vera missione e coinvolge tante altre persone, che come testimoni prendono la parola in Oltre la pelle, arricchendo la narrazione di un viaggio doloroso, complesso e sofferto. Ma alla fine la speranza è sempre l’ultima a morire e il ritorno del sorriso sui quei volti cancellati dall’acido non è più impossibile.
Come dicevamo, il punto di vista scelto dal regista è inizialmente esterno, dopo poco, però, in maniera discreta e sensibile si avvicina al cuore della storia, anzi delle storie, vissute dalle vere protagoniste.
Una speranza per una nuova vita
Nasrin e Iram, acidificate entrambe da uomini brutali con l’intenzione di cancellare le loro esistenze, perché hanno avuto la forza e il coraggio di dire no. Come tante altre donne in Pakistan e in ogni angolo del mondo, le protagoniste di Oltre la pelle si ribellano all’idea, purtroppo diffusissima, che confonde l’amore con il possesso. E, per questo vengono marchiate, vittime di crudeli spedizioni punitive, in parte tollerate, a volte giustificate, da un quadro sociale e culturale che vede la donna spogliarsi della propria identità.
La testimonianza di Bepi Losasso si alterna a quelle degli altri testimoni: Daniela Fasani, Pierluigi Rocco, Vincenzo Prati, Renato Raiz, Masarrat Bisbah ed Edda Calligaris. Le voci si mescolano, ponendo l’attenzione non tanto sull’atto in sé di violenza, ma sul dopo, sul come queste donne hanno trovato la forza di reagire e costruire una nuova esistenza.
Una rinascita sofferta e difficile, resa possibile dalla missione di un chirurgo plastico e i suoi collaboratori che hanno sostenuto le vittime dell’acidificazione, con estrema sensibilità. Un percorso lento e inesorabile, capace di donare speranza e gioia per affrontare una nuova vita.
Una denuncia oggettiva che apre squarci di poesia e danza
La regista sceglie di dare al suo lavoro un taglio documentaristico, riportando i fatti, le reazioni e le difficoltà affrontate lungo la via, in un racconto polifonico per denunciare una violenza senza pari. Una narrazione che parte da una realtà fattibile, oggettiva per rappresentare la sofferenza delle donne vittime. Un registro, quello usato da Alessandra Usai, suggestivo, capace di squarciare la realtà del racconto a più voci e aprire una fenditura onirica e surreale.
Estratti visivi e uditivi, momenti di danza e musica interpretati da tre attrici: Alice Lovrinic, Alice Parovel e Marianna Biadene. In questi momenti, utilizzati come collante delle varie interviste, montate da Alex Andrew, Alessandra Usai prova a intercettare e dare forma al sentire più intimo delle protagoniste del documentario. Brani dove l’oggettività dei fatti viene ribaltata in una dimensione poetica, guidati da una voce lirica che dall’esterno ci porta all’interno di una realtà dolorosa. Musica, a cura di Antonio Manca, immagini e profumi per evocare la magia e il fascino di un’antica tradizione di un Paese come il Pakistan.
Un sorriso contro la violenza
Al di là di questi momenti poetici inseriti nella narrazione, capace di conciliare la fattura documentaria, per certi versi scientifica, con quella più squisitamente artistico – cinematografica, Alessandra Usai riesce a trovare una coerenza tematica che fa di Oltre la pelle un film capace di esporre delle storie particolari rendendole universali.
Così si va alla ricerca di un perché, impossibile da giustificare tale violenza, ma almeno per porre un freno a un vero e proprio stupro e giungere a una giustizia per restituire la dignità alla vittima. Questo perché non può che essere trovato in quella stessa tradizione esistente ancora in molti strati sociale del Pakistan e in tutti i Paesi del mondo. Cultura, senza dubbio affascinante per certi aspetti, ma innegabilmente ancorata a concezioni anacronistiche che rende la donna vittima a prescindere.
Il possesso non è mai amore e le protagoniste di Oltre la pelle portano sul proprio volto le cicatrici della loro forza, capace di cambiare le cose e farsi padrone di se stesse. Un coraggio capace di rendere invisibili le cicatrice e riappropriassi di un semplice sorriso, la miglior risposta al carnefice.
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