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Appropriate Behavior’ e il ritrovarsi tra due mondi
Fra flashback ed ironia
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1 settimana agoon
Presentato al Sundance Film Festival e diventato immediatamente un caso cinematografico a livello internazionale, Appropriate Behavior segna l’esordio folgorante alla regia di Desiree Akhavan. L’artista, che qui riveste il triplice ruolo di autrice, protagonista e regista, imponendosi come una delle voci del cinema indipendente contemporaneo. Tutto questo si unisce obliquamente a una satira sociale affilata, che vuole donare profondità al tema della bisessualità in un contesto migratorio.
Dopo questo lungometraggio d’esordio, la Akhavan ha confermato il suo talento con The Miseducation of Cameron Post (Gran Premio della Giuria al Sundance 2018). Ma è con Appropriate Behavior che decide di mettersi a nudo. Nei panni di Shirin, affiancata da Rebecca Henderson (Maxine) e da Scott Adsit, la Akhavan mette in scena un’odissea urbana a Brooklyn, dove l’identità non è un porto sicuro, ma un campo di battaglia. Una giovane donna della diaspora iraniana che si trova a convivere con l’orgoglio queer e con il terrore di deludere la propria famiglia. Non si tratta di un’opera cinematografica che vuole dare risposte consolatorie, bensì di un film quasi neorealista, che ha come fine il mostrare la situazione per quella che è realmente.
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Lo Specchio di Annie Hall: Struttura di un Addio
La scelta di Akhavan di utilizzare una cronologia non lineare non è un semplice esercizio di stile, bensì una necessità psicologica. Vediamo Shirin tentare di superare la rottura con Maxine mentre, contemporaneamente, riviviamo i momenti in cui quel legame sembrava indistruttibile. Questo parallelismo che vediamo anche in Annie Hall di Woody Allen serve a sottolineare quanto il passato sia un parassita del presente. E che per dimenticare qualcuno, devi prima smettere di idealizzarlo. La regista usa l’ironia tagliente per smontare l’aura sacrale del grande amore, mostrandoci le meschinità, i silenzi e le piccole crudeltà del quotidiano.
Tuttavia, rispetto ad Alvy Singer, Shirin porta sulle spalle un carico supplementare che è l’invisibilità. Come dice la stessa Akhavan in un’ intervista:
“Perché ogni ragazza persiana che vedo in un film deve essere la vittima di una mutilazione genitale? E se fosse solo un’idiota, come qualsiasi altra idiota?”
Shirin vuole dunque rivendicare il diritto alla superficialità, trasformando il dramma della separazione in una commedia dell’assurdo dove l’ex non è solo una persona da dimenticare, ma lo specchio di tutto ciò che Shirin non ha ancora il coraggio di essere.
Appropriate Behavior tra flashback e scatoloni
La trama è un labirinto emotivo. Shirin è stata appena lasciata da Maxine, la sua fidanzata storica, e la sua vita sta colando a picco. La vediamo vagare per New York cercando di reinventarsi come insegnante di cinema per bambini viziati con risultati esilaranti e politicamente scorretti, mentre la sua mente torna ossessivamente ai momenti con l’ex. È un viaggio avanti e indietro nel tempo: fra la passione dell’inizio, i primi litigi sulla “visibilità” e quel muro invisibile rappresentato dalla famiglia di lei.
Il cuore del conflitto prende il sopravvento nella scena in cui i genitori di Shirin vanno a trovare la coppia nella loro casa. Invece di presentare Maxine come la sua compagna, Shirin la declassa a “coinquilina”, costringendola ad una recita umiliante. È in questi momenti che capiamo la distanza siderale tra chi vuole vivere alla luce del sole e chi, come Shirin, è terrorizzato dall’idea di deludere le aspettative.
“Ho un’amica italiana che si chiama Cecilia e lei e la sua migliore amica condividono il letto da anni. Hanno risparmiato un sacco di soldi per l’affitto e sono poi riuscite a pagarsi un grande matrimonio con i rispettivi fidanzati.”
Inventa Shirin, mentre la sua migliore amica è convinta che i genitori sappiano della loro vera natura. Un rapporto che però non vogliono accettare, né affrontare, per questo le credono e rimangono accondiscendenti.
La maschera di Pirandello accompagnata da comportamenti auto-distruttivi
Shirin è il perfetto esempio di personaggio pirandelliano: ha Uno, nessuno e centomila volti. C’è la Shirin “brava figlia persiana” che asseconda la madre austera e il padre che spera in un buon matrimonio, e c’è la Shirin queer ribelle che frequenta i loft di Brooklyn. Il problema è che queste maschere hanno iniziato a soffocarla. Pirandello diceva che la maschera è ciò che ci permette di vivere in società, ma per Shirin la maschera è diventata una prigione che le impedisce di esistere realmente.
Jung parlerebbe invece di un fallimento nell’integrare l’ombra. Per Shirin, la sua sessualità è l’ombra che deve nascondere alla luce del sole della sua cultura d’origine. Ma l’ombra, quando viene repressa, esplode in comportamenti auto-distruttivi, come i suoi tentativi goffi di sesso occasionale o le bugie compulsive. Shirin non ha ancora fatto il salto verso la propria individuazione. Si trova ancora intrappolata tra il desiderio di appartenenza, cioè la famiglia ed il desiderio di autenticità rappresentato da Maxine. Finché non avrà il coraggio di rompere la maschera davanti ai suoi genitori, rimarrà un fantasma che vaga tra due vite senza appartenere a nessuna delle due.
Il peso della tradizione immigrata
Il parallelismo con Saving Face di Alice Wu risulta quasi obbligatorio. In entrambi i film, le comunità di immigrati negli USA, persiani da un lato, cinesi dall’altro, vedono l’omosessualità non solo come un tabù, bensì come una minaccia alla loro reputazione familiare. In Saving Face, la protagonista deve gestire una madre in difficoltà e una società che giudica ogni passo falso; in Appropriate Behavior, Shirin deve fare i conti con l’immagine della ragazza di buona famiglia.
Akhavan descrive con precisione chirurgica quell’amore condizionato tipico di molte famiglie di immigrati. Shirin si sente dunque una traditrice in entrambi i casi. Tradisce la sua cultura se è gay, e tradisce la sua comunità queer se rimane nel “closet” per proteggere i genitori. Questa terra di mezzo diventa quindi un limbo emotivo che la regista trasforma in una commedia, attraverso un retrogusto amaro in grado di farci comprendere a fondo le emozioni della protagonista.
L’umorismo che fa la differenza in Appropriate Behavior
Il genio di Desiree Akhavan risiede nella sua capacità di politicizzare il personale senza mai diventare didascalica. Il film non si presenta come un manifesto gay oppure un film sulla seconda generazione nel senso tradizionale, bensì usa l’umorismo per umanizzare. Attraverso scene esilaranti, come il film dei bambini che scoreggiano o i dialoghi serrati con il fratello, la regista abbatte le barriere dell’empatia. Non stiamo guardando una “minoranza”, stiamo guardando noi stessi nei nostri momenti di massima fragilità e ridicolaggine.
In definitiva, Appropriate Behavior può definirsi un trionfo perché non cerca di essere perfetto. Akhavan decide infatti di abbracciare il difetto e la battuta fuori luogo, che potrebbe risultare disagiante Come dice lei stessa:
“Un film queer è quello che umanizza un’esperienza gay. Fine.”
E lei ci riesce magistralmente, regalandoci un personaggio late bloomer, solitario, che cerca solo il suo posto nel mondo, ricordandoci che non c’è nulla di più appropriato che essere se stessi.