Il dialogo tra generazioni e linguaggi ha aperto il festival C-MOVIE. Due giornate di incontri – il 12 e il 13 marzo – hanno messo al centro il rapporto tra autobiografia, immaginario e tempo, intrecciando letteratura, fumetto e cinema.
L’incontro iniziale si è costruito come una conversazione a tre voci intorno a Lidia Ravera, figura chiave della cultura italiana contemporanea. Accanto a lei, il giovane fumettista Alec Trenta, autore di Barba. Storia di come sono nato due volte, e il critico e studioso dell’immaginario fumettistico Luca Raffaelli.
12 marzo: l’eredità di Porci con le ali
La prima giornata è stata dedicata all’eredità di Porci con le ali, il romanzo scritto da Ravera insieme a Marco Lombardo Radice, che alla sua uscita negli anni Settanta divenne un caso culturale e generazionale.
«L’autobiografia è una bella responsabilità», ha spiegato Lidia Ravera. «Devi andare in profondità, se no sono i fatti tuoi e non interessano a nessuno». Per la scrittrice, la scrittura resta uno strumento di indagine potente ma imprevedibile: «Cerchi una cosa e ne trovi un’altra, perché la scrittura gioca con l’inconscio. Non sei mai totalmente padrone del territorio della tua creatività».
Il dialogo ha ripercorso il modo in cui quell’opera abbia attraversato nel tempo diversi linguaggi, passando dalla letteratura all’immaginario visivo fino al cinema. Non a caso la copertina del libro era illustrata da un fumetto di Pablo Echaurren, dando origine a una contaminazione tra narrativa e disegno che oggi appare naturale, ma che all’epoca anticipava un terreno di dialogo tra diverse forme espressive.
Proprio su questo terreno si è inserito il confronto con il lavoro di Alec Trenta, che nel suo racconto autobiografico utilizza il linguaggio del fumetto per parlare di identità, trasformazione e corpo. Un passaggio di testimone simbolico tra generazioni diverse, in cui l’esperienza privata diventa racconto collettivo.
A guidare la conversazione è stato Luca Raffaelli, da sempre attento osservatore delle intersezioni tra cultura popolare, fumetto e narrazione contemporanea, che ha messo in relazione queste traiettorie mostrando come il racconto autobiografico continui a reinventarsi attraverso nuovi linguaggi. Durante la serata, l’autore ha letto alcuni estratti dal suo libro Lo spazio dentro. L’opera racconta di una donna e un uomo che scoprono di potersi raccontare nell’intimità grazie all’anonimato della chat virtuale, dando origine a uno scambio sensuale e virtuale.
Nel ricordare l’esperienza dell’adattamento cinematografico, Ravera ha raccontato con franchezza la distanza tra il libro e il film Porci con le ali, diretto da Paolo Pietrangeli: «Quando fecero una proiezione per me e per Marco prima dei titoli, ci rendemmo conto che aveva girato una sceneggiatura che non era la nostra». Un episodio che la scrittrice ricorda ancora come una ferita: «Mi sono sentita proprio truffata, usata. Potevo avere tutto quello che volevo in quel momento nel cinema e ho visto quella scelta come un gesto molto violento».
Nonostante quella esperienza, Ravera ha continuato negli anni a lavorare con il linguaggio cinematografico. «Da lì in avanti ho scritto tante sceneggiature», ha ricordato. «Ne avrò scritte una sessantina. Però quella prima lì, così violentemente modificata, non la dimenticherò mai».
Per Ravera, in fondo, la scrittura resta sempre un atto di esplorazione: «Io non sono un’accademica. Ho una mente esperienziale: se sperimento capisco, e se capisco racconto». Ed è proprio questo processo di ricerca che continua a rendere le sue storie ‒ tra autobiografia, memoria e immaginazione ‒ straordinariamente vive.
13 marzo: Ammazzare il tempo, dal libro al cinema
La seconda giornata, venerdì 13 marzo, ha spostato l’attenzione su Ammazzare il tempo, secondo libro di Ravera, riportato oggi al centro del discorso grazie alla sua trasposizione cinematografica firmata dal regista Mimmo Rafele.
Il confronto ha messo in luce proprio il dialogo tra scrittura e cinema: come un testo nato in forma letteraria possa trasformarsi in immagine e racconto filmico senza perdere la sua forza originaria.
Nel passaggio dalla pagina allo schermo, Ammazzare il tempo si rivela infatti un’opera sorprendentemente attuale, capace di parlare al presente con la stessa intensità con cui raccontava il suo tempo d’origine. Un racconto che intreccia memoria e identità, interrogando il modo in cui le storie personali diventano specchio di una generazione.
A rendere ancora più significativo l’incontro è stato l’intervento in sala dello stesso Rafele, che ha condiviso con il pubblico un ricordo personale e sorprendente del film. Il regista, infatti, ha raccontato di non rivedere l’opera da oltre quarant’anni: «Io sono l’autore di questo film, l’ho girato nel 1978, ma in questo momento è come se fossi uno di voi spettatori, perché non lo rivedo da allora».
Rafele ha anche ricordato l’episodio che ne ha segnato il tragico destino: la proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1980, in un clima politico ancora attraversato dalle tensioni seguite al Movimento del 1977. Quando sullo schermo apparve il nome della sceneggiatrice Lidia Ravera ‒ autrice del libro e già nota per il romanzo Porci con le ali ‒ la sala reagì con una lunga serie di fischi. «È forse il film più fischiato della storia del cinema», ha ricordato Rafele con ironia. «La sala era piena di militanti che contestavano quel libro, perché ne mostrava le contraddizioni e i primi segni di riflusso di quel mondo».
Quella proiezione, ha spiegato, ebbe un effetto immediato e doloroso: «Il film è morto quella sera, sepolto dai fischi». Proprio per questo motivo, non lo ha più rivisto per decenni, fino all’occasione dell’incontro con il pubblico al festival riminese.
Rivederlo oggi, ha aggiunto, significa anche confrontarsi con un modo diverso di fare cinema. «Sicuramente è un film pieno di problemi e forse anche di un po’ di presunzione», ha ammesso, «ma è uno sguardo su quel mondo». Negli anni Settanta, ha ricordato, il cinema cercava di interpretare la realtà più che limitarvisi: «Eravamo figli della Nouvelle Vague e di Godard. Pensavamo che il cinema dovesse essere “più grande della vita”, non semplicemente uguale alla vita».
Una concezione distante da quella che, secondo il regista, domina oggi, spesso orientata verso una mimesi totale del reale. Il film tratto dal libro di Ravera, invece, nasceva proprio dal tentativo di guardare oltre l’immediato, di intercettare i segnali di trasformazione di una generazione prima ancora che diventassero evidenti.
La proiezione si è così trasformata in un’esperienza condivisa tra autore e pubblico: un ritorno inatteso a un’opera rimasta a lungo sospesa nel tempo, che proprio oggi torna a interrogare il presente.
Un dialogo tra tempi e linguaggi
Con queste due giornate, C-MOVIE ha intrapreso un vero e proprio percorso laboratoriale volto all’attraversamento tra linguaggi: letteratura, fumetto e cinema, in dialogo senza gerarchie.
Una celebrazione del passato, ma anche un incontro di epoche e sensibilità diverse. Perché ‒ come è emerso più volte durante l’incontro ‒ il tempo non si ammazza: si attraversa.
Per l’intervista a Lidia Ravera clicca qui!