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C-MOVIE Film Festival

Valéry Carnoy: la complessità dell’adolescenza in ‘Wild Foxes’

Nel suo primo lungometraggio, il regista belga ha raccontato le sfaccettature dell’adolescenza e la fragilità maschile

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Al C-MOVIE di Rimini sbarca Wild Foxes, film diretto da Valéry Carnoy e vincitore dell’Europa Cinemas Cannes Label alla 57ª edizione della Quinzaine des Cinéastes. Il film è distribuito da Kitchenfilm.

Wild Foxes segue la storia di Camille (Samuel Kircher), giovane e promettente pugile, che sopravvive a un incidente mortale grazie al suo amico. Tuttavia, dopo la guarigione un dolore inizia lentamente a corroderlo, mettendo a rischio la sua carriera pugilistica in un mondo dove la debolezza non è tollerata.

Attraverso uno sguardo sull’adolescenza e sulla difficoltà degli uomini di confrontarsi con la propria fragilità, Carnoy costruisce un racconto intimo e fisico, in cui l’esperienza personale del regista si intreccia con una riflessione più ampia sulla mascolinità contemporanea.

Lo sguardo sugli altri

I tuoi studi in psicologia sociale e interculturale hanno influenzato in qualche modo la maniera in cui ritrai le persone e i rapporti nelle tue opere?

Non credo che i miei studi di psicologia abbiano influenzato direttamente il mio lavoro. È difficile da spiegare: riguarda più il modo in cui parlo con le persone. Dopo cinque anni di studi, alcuni tirocini e un breve periodo di lavoro nel settore, impari soprattutto a sentirti libero nel dialogo con gli altri.

Quando incontri qualcuno non pensi più a categorie o ruoli: davanti a te c’è semplicemente un essere umano e puoi iniziare una conversazione. Se quella persona non vuole parlare o è diffidente, non è un problema. Quello che conta è il modo in cui riesci a entrare in relazione con gli altri.

In questo senso la psicologia ha ampliato il mio sguardo. Che una persona sia ricca o povera, snob o operaia, avvocato o studente, da chiunque può arrivare un punto di vista interessante. Questo è ciò che mi hanno dato quegli studi: una prospettiva più ampia sugli esseri umani.

Non ho lavorato abbastanza da potermi definire uno psicologo, ovviamente. Tuttavia, porto con me una comprensione teorica di certi meccanismi, e tutte le persone incontrate nella mia vita hanno inevitabilmente influenzato il mio modo di guardare il mondo e di raccontarlo.

Il caos dell’adolescenza

Wild Foxes ritrae l’adolescenza. Cosa ti affascina di questa fase della vita?

Innanzitutto, essendo il mio primo lungometraggio avevo la necessità di partire da qualcosa che conoscevo bene. Quando ho iniziato a lavorare al film avevo circa trentacinque anni: l’adolescenza non era poi così lontana, era un periodo che ricordavo molto chiaramente.

Quello che mi interessa dell’adolescenza è il corpo. È un momento in cui cambia continuamente: cresce, si trasforma, sembra quasi non appartenerti. È qualcosa di molto cinematografico da osservare. Ma mi affascina anche il disordine che caratterizza quell’età. È una fase in cui non sai davvero chi sei, in cui tutto è confuso e instabile. Questo stato di disordine mi interessa molto.

C’è anche qualcosa di un po’ sgradevole, quasi grossolano, nell’adolescenza: gli odori, il cibo, i corpi, l’energia fisica. Tutti questi aspetti mi sembrano molto vivi e molto reali. In film come Gummo di Harmony Korine si percepisce questa atmosfera, e mi colpisce molto.

Nell’età adulta invece tutto diventa più pulito, più organizzato. Bisogna essere efficienti, controllati. L’adolescenza, invece, è molto più caotica — ed è proprio questo che mi interessa raccontare.

Vulnerabilità maschili

Wild Foxes riflette in maniera profonda sulla fragilità maschile. Cosa significa oggi per un uomo mostrare le sue vulnerabilità?

Questo costituisce proprio il cuore del film. Volevo raccontare un personaggio che all’inizio appare molto forte. Non ha un aspetto imponente: è un ragazzo biondo, con i capelli ricci, quasi fragile. Ma nel suo gruppo è il più forte, sa combattere, domina gli altri. È il numero uno. Poi, improvvisamente, si ritrova in una condizione di vulnerabilità che non riesce a comprendere. Ed è proprio questo che mi interessa: cosa succede quando una persona percepita come potente deve accettare la propria debolezza.

Nel film questo momento coincide con una presa di coscienza. Il protagonista capisce di aver assorbito troppa violenza, di essere stato travolto da quella dinamica. Il corpo, alla fine, trova un modo per reagire: attraverso il dolore. Un dolore psicosomatico, invisibile ma reale. Il problema è che il gruppo non accetta questo cambiamento. Gli altri cercano di costringerlo a tornare quello di prima. Ma lui non può farlo: deve prima capire cosa gli sta succedendo.

Non volevo rappresentare un uomo stereotipicamente fragile o effeminato. Mi interessava raccontare una persona forte che, a un certo punto, è costretta ad accettare la propria vulnerabilità.

La figura di Camille

Come hai costruito il personaggio di Camille e in che modo Samuel Kircher ha affrontato un ruolo così complesso?

All’inizio per Samuel è stato difficile, perché non aveva mai avuto esperienza diretta con l’ansia e non sapeva come affrontare questo tema. Inoltre, fisicamente era molto magro, quindi ha dovuto prepararsi a lungo.

Per sei mesi si è allenato quasi ogni giorno. Durante questo periodo ha incontrato molti pugili e ha frequentato ambienti molto diversi dal suo. Viene, infatti, da una famiglia molto colta e legata al mondo del cinema: i suoi genitori sono attori molto noti e suo fratello, Paul Kircher, è anche lui un attore premiato.

Entrare in contatto con quel mondo gli ha permesso di osservare da vicino il modo di parlare, di muoversi e di comportarsi dei ragazzi che praticano la boxe. Ha anche aumentato la massa muscolare, al fine di cambiare la sua postura e il modo in cui occupava lo spazio. Alla fine della preparazione era davvero trasformato. Si era immerso completamente in quel contesto.

Un lavoro collettivo

Come hai lavorato con gli attori?

Abbiamo lavorato molto insieme ai ragazzi del cast. Sentivo di non avere sempre le parole giuste per raccontare gli adolescenti; quindi, abbiamo rielaborato molti dialoghi partendo da loro.

Abbiamo cambiato alcune battute e anche alcune scene, cercando di avvicinarle il più possibile alle loro personalità e al loro modo di parlare. In questo senso il processo aveva quasi qualcosa di documentaristico.

Per questo motivo, il casting è iniziato circa sette o otto mesi prima delle riprese: volevo avere il tempo di conoscerli, lavorare con loro e creare una vera relazione tra i membri del gruppo.

Tra aspettative e identità

Nel film il protagonista sembra essere schiacciato dal peso dalle aspettative, che provengono dagli altri, ma anche da sé stesso. Come hai cercato di raccontare questa tensione?

Il protagonista è un ragazzo che sembra avere un destino già scritto: potrebbe diventare un campione europeo. Tutti si aspettano che vinca, che sia sempre il migliore. Il problema è che improvvisamente inizia a provare un dolore invisibile, psicosomatico. Non riesce a controllarlo e non capisce da dove venga. È costretto a intraprendere una sorta di battaglia interiore per cercare di capire cosa gli stia succedendo.

Sa che il problema non è davvero il suo corpo, ma la sua mente. E questo lo mette in una situazione di grande conflitto: da una parte vuole soddisfare le aspettative degli allenatori e degli amici, dall’altra sente che qualcosa dentro di lui non funziona più.

Il film parla proprio di questo processo di accettazione. A un certo punto deve smettere di cercare l’approvazione del gruppo e imparare a stare da solo. Nel film uso spesso l’immagine della volpe: è un animale solitario, non ha bisogno del branco. Allo stesso modo il protagonista deve accettare di uscire dal gruppo per diventare adulto.

C’è anche un discorso sulla mascolinità: in quell’ambiente ammettere di sentirsi deboli significa rischiare di essere esclusi. Per questo il personaggio resta intrappolato nel silenzio. Basterebbe che gli uomini imparassero ad ascoltarsi di più, ma nel film questo non accade.

Un racconto personale

Wild Foxes è il tuo primo lungometraggio. Cosa ha significato per te realizzare questo film?

Per me era molto importante raccontare questa storia perché nasce da un’esperienza personale. Da giovane frequentavo anch’io una scuola sportiva, un collegio simile a quello del film.

A un certo punto ho avuto un grave incidente: ho perso molto sangue e per mesi sono rimasto molto debole. In quel periodo mi è stato difficile comunicare con i miei amici. Non riuscivo a parlare con loro e, allo stesso tempo, non riuscivo nemmeno ad ascoltarli davvero.

Ho iniziato ad avere anche io sintomi psicosomatici: forti dolori allo stomaco, spasmi continui che non riuscivo a controllare. All’epoca non capivo cosa mi stesse succedendo. Ci sono voluti anni per comprenderlo, e mi sono reso conto che non avevo mai visto un film che affrontasse questo tipo di esperienza. Non avevo un esempio, una storia con cui identificarmi.

Per questa ragione, ho voluto realizzare Wild Foxes. So che oggi molti ragazzi sono più consapevoli dei temi legati alla salute mentale, ma volevo comunque raccontare questa esperienza, anche se è molto difficile filmare qualcosa di invisibile e psicologico. Spero che il film possa essere utile ai giovani spettatori, che possa aiutarli a riconoscere certi sentimenti e magari a imparare ad ascoltarsi meglio.