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‘Il grande Lebowski’- …E quello stramaledetto tappeto

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C’è una regola non scritta nella storia del cinema: quando un film nasce per diventare “importante”, quasi sempre finisce per essere una statua di gesso. Quando invece nasce come una bizzarria laterale, un gioco di sponda tra autori che si divertono, allora può capitare l’imprevisto. Può capitare che diventi un cult.

È esattamente ciò che è successo con Il grande Lebowski, uscito nel 1998 e diretto dai fratelli Joel Coen e Ethan Coen. Un film che, al momento dell’uscita, venne accolto con un certo imbarazzo critico. Non un fiasco clamoroso, ma neppure il trionfo annunciato. Dopo il successo di Fargo, molti si aspettavano un’altra parabola morale sul male americano. E invece si ritrovarono davanti un hippie in accappatoio (che oggi ci ricorda un certo DiCaprio, o forse sarebbe il caso di dire il contrario) che beve White Russian e si preoccupa soprattutto della propria moquette e del proprio score a Bowling.

Non esattamente Dostoevskij.

Eppure, a distanza di anni, quel film è diventato uno dei cult più solidi e citati del cinema contemporaneo. Il che dice molto su quanto la cultura pop ami le deviazioni.

Il detective che non indaga

La trama, a raccontarla, è quasi una truffa narrativa. Il protagonista Jeffrey ‘The Dude’ Lebowski, interpretato da un monumentale Jeff Bridges, viene scambiato per un milionario con lo stesso cognome. Due scagnozzi entrano in casa sua, lo minacciano e, soprattutto, urinano sul tappeto.

Da parte l’intera odissea: il Dude decide di chiedere un risarcimento al vero Lebowski, un magnate paralitico convinto di essere l’ultimo bastione della morale protestante. Il magnate lo arruola in un improbabile incarico da detective: consegnare un riscatto per la moglie rapita.

Il problema è che il Dude non ha alcuna intenzione di comportarsi da detective.

Nel cinema classico, da Philip Marlowe in poi, l’investigatore è una figura che ordina il caos. In Il grande Lebowski accade il contrario: il protagonista è il caos che cammina. Non capisce bene cosa succede, perde i soldi, sbaglia consegna, viene coinvolto da nichilisti tedeschi, artisti concettuali e veterani del Vietnam con problemi di rabbia.

La trama procede come una partita a bowling ubriaca: la palla parte storta, rimbalza, devia, ma in qualche modo arriva comunque in fondo alla pista.

il Drugo

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Il bowling come filosofia di vita

Nel film esiste un solo luogo davvero stabile: la pista da bowling. Qui il Dude si rifugia con i suoi due compagni di squadra.

Il primo è Walter Sobchak, interpretato da John Goodman: veterano del Vietnam, ebreo convertito per matrimonio e fanatico delle regole. Walter è l’uomo che cita la guerra anche quando si discute di un fallo laterale.

“Sei mai stato in Vietnam ragazzo?”

Il secondo è Donny Kerabatsos, il mite Steve Buscemi, che parla poco e viene regolarmente zittito con la frase ormai scolpita nella cultura pop:

Donny, you’re out of your element”.

In quel microcosmo sportivo si consuma la vera poetica del film: il bowling come metafora dell’America post-ideologica. Niente grandi battaglie morali, niente eroi. Solo tre uomini che cercano di tirare dritto tra i birilli della vita.

Qui si colloca uno straordinario Turturro; sebbene sia un personaggio quasi di sfondo risalta per la sua fondamentale importanza come motore narrativo trasversale.

La commedia come anarchia controllata

I Coen hanno sempre giocato con i generi. Ma qui fanno qualcosa di più radicale: prendono il noir investigativo e lo smontano pezzo per pezzo.

C’è il magnate misterioso. C’è la femme fatale. Ci sono i criminali. C’è persino la valigetta piena di soldi.

Solo che nessuno di questi elementi funziona come dovrebbe.

La femme fatale, Maude Lebowski (interpretata da Julianne Moore), è un’artista concettuale che parla come un trattato di estetica. I criminali sono nichilisti che minacciano mutilazioni ma non sembrano troppo convinti. Il magnate è un moralista che probabilmente mente.

È un universo narrativo in cui l’autorità è sempre un po’ ridicola e la verità rimane sospesa come una palla da bowling lanciata troppo piano.

Il culto del Dude

Il vero miracolo culturale del film non è la trama. È il personaggio.

Il Dude è una figura quasi mitologica nella cultura americana contemporanea: un uomo che ha rinunciato alla corsa al successo e ha scelto l’arte difficile del galleggiamento.

Non protesta, non combatte, non vince. Semplicemente r-esiste.

In un’epoca ossessionata dalla performance, il Dude diventa una sorta di santo patrono dell’inerzia consapevole, dell’ozio sfrenato. Non è un caso che nel tempo sia nato persino un movimento semi-serio chiamato Dudeism, una filosofia che predica calma, accettazione e qualche cocktail.

Perché è diventato un cult

Il destino dei cult è sempre lo stesso: crescono lentamente, come muffa nobile su una bottiglia dimenticata e la storia del cinema è costellata di questi fenomeni: Blade Runner, Fight Club e E.T.

All’uscita il film incassò discretamente, ma nulla di memorabile. Poi arrivò l’home video. Poi le citazioni. Poi i festival dedicati.

Oggi Il grande Lebowski è uno di quei film che la gente non guarda soltanto: lo abita. Si citano le battute, si organizzano serate a tema, si imitano gli accappatoi.

È la prova che il culto non nasce dalla perfezione. Nasce dalla personalità.

la centralità del Bowling

L’epica della moquette

Se si dovesse riassumere il film in una frase, probabilmente sarebbe questa: tutto parte da un tappeto rovinato.

Un movente minuscolo, quasi ridicolo. Eppure sufficiente a scatenare una storia piena di personaggi assurdi, truffe, equivoci e filosofie da bar.

In fondo è la logica dei Coen: prendere una sciocchezza e trattarla con la serietà di un’epopea.

Il risultato è una commedia che non somiglia a nessun’altra. Non cerca la battuta facile, non costruisce gag tradizionali. Funziona per accumulo di stranezze, per deviazioni narrative, per dialoghi che sembrano improvvisati ma sono cesellati come jazz.

L’ultima verità del Dude

Alla fine della storia, nessun mistero viene davvero risolto. I soldi spariscono, i criminali svaniscono, la vita continua.

E il Dude torna al bowling.

Forse è proprio questo il segreto del film: raccontare un mondo in cui il senso ultimo delle cose rimane sfocato, ma in cui vale comunque la pena tirare una palla e vedere come va.

Come direbbe lui:

The Dude abides”.

E nel cinema dei Coen, raramente qualcuno ha abitato così bene il proprio caos.

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