Chiunque desideri fare un nuovo viaggio nelle sregolate menti che, a fine 2020, diedero una scossa alle vacanze natalizie di tutto il mondo con l’irriverente Fatman, non può lasciarsi sfuggire Un debito di sangue, l’ultima fatica dei fratelli Eshom e Ian Nelms.
La coppia di registi statunitensi non ha ancora raggiunto la dovuta fama nel continente europeo ma, al contempo, vanta già la firma di produzioni a cui hanno partecipato volti anche a noi ben noti, come Octavia Spencer (The help, La forma dell’acqua), Mel Gibson (La passione di Cristo, Braveheart) e, proprio in Un debito di sangue, la pluricandidata ai Golden Globes Andie Macdowell (Quattro matrimoni e un funerale, Finchè morte non ci separi) e l’interprete di Legolas nella trilogia de Il signore degli anelli Orlando Bloom, qui in un ruolo inedito rispetto a quelli ai quali ci ha abituato.
Capire la visione che Eshom e Ian, attraverso la lente del cinema di genere, offrono allo spettatore della condizione del Paese che li ha cresciuti, è un modo per comprendere il successo oltreoceano dei lavori dei Nelms brothers e la loro collaborazione con alcuni dei nomi più importanti del mondo dello spettacolo.
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Un’America meno patinata e più rurale
Per individuare quale parte della società statunitense figura all’interno del lungometraggio, è sufficiente osservare le prime tre azioni compiute da Cash, il protagonista impersonato da Bloom, all’inizio del film: fuma una sigaretta, fa le trazioni, sfreccia in motocicletta. Un immaginario, dunque, pienamente codificato, rimandante a una certa mascolinità tanto cara al cinema d’intrattenimento hollywoodiano a partire dagli anni ‘80 e che vede in Orlando Bloom un’incarnazione tanto efficace quanto inusuale per un attore le cui linee facciali morbide ed eleganti erano ottimali per tramutarlo in elfo o in spadaccino educato nella saga di Pirati dei Caraibi.
Seguendo le attività di Cash in una giornata qualsiasi, saltano all’occhio altri elementi che determinano la caratterizzazione del tipico “action man” di quartiere. Già nel prologo, infatti, si pone in antitesi con il suo atteggiamento rude e distaccato il coinvolgimento emotivo che lega il personaggio alla nipote Savannah (Chapel Oaks), giovane e nondimeno cosciente di ciò che la circonda, e a suo padre Finney (Scott Haze), reduce dalla recente scomparsa della moglie e privo di una solida speranza nel futuro.
La spiritualità del western si macchia di rosso splatter
Se i topoi della famiglia e del senso di appartenenza permeano miriadi di sceneggiature pensate per un ampio raggio di pubblico pagante, è interessante notare l’importante rilievo che lo sceneggiatore Jonathan Easley riserva alla religione, vissuta tuttora con sentita radicalità su gran parte del territorio USA, e alla figura del predicatore, un Garrett Dillahunt in costante bilico tra guida spirituale e confidente del protagonista, con il quale condivide un vissuto che necessita di redenzione.

Questa mescidazione di luoghi comuni tematici, capace di generare tedio e disinteresse fintantoché il soggetto arrivi nelle mani sbagliate, funge da pretesto ai fratelli Nelms per portare lo sviluppo di Un debito di sangue nei diversi sottogeneri dell’action, associando a ciascuno di essi un nucleo narrativo. In questo modo, l’aura testosteronica di Bloom rende credibili le cruente sparatorie in pieno stile thriller, lo scontro tra le famiglie di Cash e della sanguinaria criminale Big Cat (Andie McDowell) aggiungono l’atmosfera del gangster movie, e l’innesto della religione mette in luce una realtà dove la legge ha perso significato e gli uomini vivono secondo i limiti della propria moralità, come nel più classico western.
L’approccio corale della narrazione
Un semplice riepilogo dei personaggi principali e dei termini della storia basta a rendere conto della complessità d’intreccio che la pellicola si trova ad affrontare, complice un contesto della vicenda relegato a una piccola cittadina dispersa tra le colline nella quale tutti gli abitanti si conoscono e si salutano quotidianamente (ulteriore stereotipo per il tipo di film che vuole essere).
Negli ultimi anni le sale hanno visto passare numerosi lavori con le medesime premesse, anche sotto il nome di registi rinomati (vedi Ari Aster con il suo Eddington), e troppo abitualmente l’ingente quantità di personaggi presentati, al momento di tirare le somme, non godeva del dovuto approfondimento, tanto da inficiare la potenza che la conclusione di una sceneggiatura di un certo tenore necessita.
In tale circostanza non rientra lo sviluppo di Un debito di sangue, basato su scelte narrative sempre oculate e sviluppate nella più felice tradizione postmoderna, ovvero sovrapponendo linee diegetiche a sé stanti destinate a collidere nel punto di massimo interesse, lasciando che lo spettatore riceva indizi sempre più specifici sulle vite delle persone che gli si presentano dinnanzi senza che avverta il peso di troppe informazioni sciorinate in un tempo eccessivamente limitato affinché le elabori.
Un procedimento somigliante a quello assunto da Weapons, recente instant cult del panorama horror indipendente, con la differenza che il regista Zach Cregger non ha la stessa necessità dei Nelms di creare empatia tra audience e protagonisti della storia. Un dettaglio, quest’ultimo, che spiega le ragioni di qualche sbavatura nei dialoghi di Easley, talvolta esageratamente didascalici nel tentativo di assicurare un’elevata comprensione delle dinamiche relazionali, la cui messa in scena, tuttavia, è autosufficiente nella sua componente visiva.
L’uso della violenza tra spettacolo estetico e riflessione etica
Ci sono altri aspetti che accomunano i lavori di questi tre registi. Il termine di comunanza preponderante è la riflessione sulla violenza e sulle armi, sebbene il ragionamento che emerge dai due prodotti prenda direzioni differenti. In Un debito di sangue, la violenza conduce l’esistenza di Cash, dei suoi cari e dei suoi acerrimi nemici dall’inizio alla fine: perseguita il protagonista per mezzo delle minacce fisiche ricevute da parte degli scagnozzi di Big Cat così come accompagna gli attimi di felicità che riesce a condividere con Finney, durante una battuta di caccia, e con Savannah, quando le insegna a centrare un bersaglio con il fucile. Luci e ombre si alternano alla comparsa sullo schermo delle armi da fuoco, sia dal punto di vista estetico che da quello concettuale.

Sarebbe poi ingenuo trascurare l’attenzione che la regia rivolge ai corpi mutilati e sanguinolenti delle vittime di una coltellata ben assestata, di un colpo di pistola particolarmente esplosivo o di una duplice martellata infierita al mero scopo di torturare, martoriare e infliggere dolore. A tale riguardo, l’ispirazione a History of violence di David Cronenberg è evidente nell’ottica in cui il film concentra sequenze sempre più esplicite all’aumentare della presa di coscienza da parte del protagonista che il suo passato lo richiama, oltre che a chiudere conti in sospeso, alla dimensione estatica della violenza, a un fascino del brutale che in pellicole di questo tipo è da ritenere essenziale per entrare in connessione con un antieroe privo di scrupoli nel mettere in atto una carneficina.
Una pellicola lucida che non teme di prendere posizione
Come è ormai risaputo, il tema della messa a disposizione di ogni cittadino delle armi è fonte di un acceso e polarizzante dibattito negli Stati Uniti, motivo per il quale una scarica così ampia di proiettili da risultare inverosimile per le dimensioni della trama potrebbe passare per becera propaganda. È dunque in questo frangente che la sceneggiatura mette in pratica una notevole sottigliezza, facendo ricorrere i “buoni” alle maniere forti non come scelta primaria ma in quanto necessaria, una volta che l’evoluzione delle circostanze non permette altre soluzioni. Allo stesso tempo, si decide di mantenere un livello di ambiguità tale da non rendere noto se questo risvolto viene accolto come una resa o se, invece, consiste in una lecita e naturale scelta di agire tanto quanto un’azione non violenta.
Si tratta di discorsi difficilmente ponibili sul piano etico per una sensibilità europea e che hanno portato con buona probabilità Un debito di sangue a sprofondare nel dimenticatoio del catalogo italiano di Amazon Prime Video. Nonostante ciò, il lungometraggio dimostra l’intelligenza drammaturgica necessaria a intrattenere e coinvolgere un pubblico distante dall’audience di riferimento, anche per merito dell’appoggio di quegli archetipi di genere universalmente riconosciuti.
Dopotutto, i testi sacri incrociano frequentemente la questione della “vendetta divina” citata anche nella pellicola dal predicatore di Dillahunt; spesso “uccidere”, anziché “massacrare”, vuol dire “sopravvivere”, se non addirittura “proteggere”. E, in fondo, finché non ci troviamo faccia a faccia con un pericolo, nessuno sa fino a che punto i nostri istinti possono condurci.
