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‘Scalfire la roccia’. La forza fragile del cambiamento: la storia di Sara e delle donne che sfidano il sistema.

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Essere donna in questo mondo significa vivere combattendo, dimenandosi. Ogni giorno una donna cerca, a modo suo, di difendere il proprio spazio, di non vedersi sottrarre continuamente il terreno sotto i piedi. Vive costretta a giustificare la propria presenza. Questo modo di stare al mondo, incattivisce, avvilisce, e finisce per lasciare indifferenti persino di fronte alle cattiverie che lo stesso sistema produce. Alcune si abituano, fino quasi a non riconoscere più l’ingiustizia.

Scalfire la roccia (Cutting through rocks), di Mohammad Reza Eyni e Sara Khaki, in sala a partire dall’8 marzo e a seguire nelle giornate del 9, 10 e 11 attraversa proprio questi temi. Il film segue le battaglie di una donna che diventa voce e sostegno per altre sorelle, anche loro in lotta.

Scalfire il sistema

Ambientato in un remoto villaggio nel nord dell’Iran, Scalfire la roccia racconta la storia di Sara, che si definisce con fierezza “la roccia” della propria famiglia. Ma il film mostra presto che la sua battaglia non si esaurisce nello spazio domestico: la sua ostinazione finisce per misurarsi con qualcosa di molto più duro, quella di un sistema patriarcale sedimentato nel tempo.

Quando il padre muore, Sara ha sedici anni e sulle spalle il peso delle sorelle e dei fratelli più piccoli. Un padre che avrebbe desiderato un figlio maschio e che, invece, in un gesto ambiguo – forse di negazione o forse di superamento inconscio dello stereotipo – decide di educarla alle mansioni comunemente considerate maschili. Un’educazione fuori dalla norma che rende la piccola Sara capace di abitare uno spazio diverso e di incrinare, dall’interno, l’ordine prestabilito. È qui che si insinua in lei il demone che la accompagnerà per tutta la vita: la spinta a combattere ogni giorno, a scalfire instancabilmente la roccia nella speranza, un giorno, di farla crollare.

Esistere oltre il genere

Sara cresce fuori dagli schemi. In un contesto in cui le donne sono destinate a matrimoni precoci e a un futuro già scritto come madri e casalinghe, lei, invece, guida la moto, divorzia, non si trucca – e si piace così! Vive sola in una casa di sua proprietà e ospita donne in difficoltà. Non rivendica il proprio posto nel mondo in quanto donna, ma in quanto essere umano capace, intelligente, preparato. Si confronta con gli uomini senza timore e guarda con particolare fiducia ai più giovani, nei quali intravede la possibilità di un cambiamento reale. Crede che il mondo appartenga più a loro che a chi lo ha già abitato.

Scalfire la roccia è povero di figure maschili centrali: gli uomini sono presenze con cui Sara sceglie di misurarsi. Attorno a lei ci sono soprattutto donne: quelle che la osservano, che vorrebbero imitarla, che per un istante credono possibile essere lei. Attraverso l’attività politica di Sara e lo sguardo registico di Eyni, il film parla alle donne con una chiarezza disarmante: quando si è minoranza, camminare insieme non è un’opzione, è una necessità vitale.

L’Iran sotto lo sguardo occidentale

L’Iran è un paese complesso, osservato dall’Occidente attraverso uno sguardo più giudicante che comprensivo. Scalfire la roccia invita invece a sospendere questa postura.

Esistono luoghi in cui segregazione e sottomissione raggiungono livelli indicibili. Ma l’obiettivo finale non cambia. Ed è proprio guardando a questo obiettivo comune che le distanze sembrano immediatamente accorciarsi. Non si tratta soltanto di togliere un velo o di far risuonare la propria voce nello spazio pubblico. La posta in gioco è sempre e ovunque la stessa: la parità di genere, il riconoscimento sociale e politico. L’annientamento di un sistema che autorizza qualcuno a sentirsi superiore – biologicamente, intellettualmente, legalmente – e quindi legittimato a possedere e svuotare i corpi altrui.

In questo contesto, la forza di Sara non risiede tanto nelle sue incredibili vittorie personali, quanto nel rifiuto di percepirsi come un’eccezione. Un individuo può aprire una breccia, ma non può abbattere da solo un sistema. Se resta isolato rischia di essere eliminato o inglobato. I sistemi, come gli organismi, tendono a preservare il proprio equilibrio: o cambiano dall’interno, cellula dopo cellula, oppure neutralizzano la disfunzione.

Il sapore dolceamaro del cambiamento

Il film si apre con una dolcezza quasi illusoria. Vincere un’elezione locale, convincere una ventina di ragazze a proseguire gli studi, offrire rifugio a una dodicenne per sottrarla a un matrimonio forzato: sono azioni concrete che fanno credere per un momento –  a noi come a Sara – che tutto possa facilmente cambiare. Ma la realtà si impone con più durezza: le richieste di aiuto sono troppe, le possibilità limitate e le responsabilità enormi. Non tutte possono essere salvate dall’intervento di una sola persona. Così quella luce che sembrava invincibile e pronta a incendiare ogni cosa, lentamente si affievolisce.

L’amaro, dopo aver provato il dolce, diventa ancora più intenso. Sara si ritrova sola, al buio. Ma non si arrende. Comprende che il cambiamento è lento, impercettibile, spesso frustrante. Che per trasformare una costruzione sociale radicata bisogna cambiare le persone una per una, a partire dalle proprie alleate. Scalfire la roccia è un film dolceamaro perché non concede illusioni, ma neppure disperazione. Mostra che le conquiste possono essere piccole, quasi invisibili, ma reali. Ed è a quelle che bisogna aggrapparsi per continuare a lottare

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