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Amateur – L’estate che non osa

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Ci sono pomeriggi d’estate in cui il tempo sembra smettere di scorrere. Non succede niente, eppure succede tutto. L’aria è ferma, satura, quasi appiccicosa. La luce entra dalle tapparelle abbassate come una lama arancione che taglia la stanza in due. È dentro questa sospensione che Simone Bozzelli ambienta Amateur, un cortometraggio che non racconta un evento, ma un’attesa. Non costruisce una storia, ma osserva un momento che potrebbe cambiare tutto.
Serena aiuta Christopher a studiare tedesco. Lei è concentrata, ordinata, quasi metodica. Lui è distratto, annoiato, insofferente. A un certo punto prende il cellulare e inizia a puntarle la videocamera addosso. Non c’è malizia dichiarata, non c’è un piano preciso. Solo un gesto. Un gioco. Un modo per spezzare la monotonia. Ma è proprio in quell’istante che il pomeriggio cambia consistenza.

La videocamera del telefono diventa un confine. Christopher guarda Serena, ma lo fa attraverso uno schermo. La osserva, la inquadra, la avvicina, ma senza esporsi fino in fondo. Filmarla è un modo per tenerla a distanza, e insieme per avvicinarla più di quanto farebbe con uno sguardo diretto. È un desiderio mediato, filtrato, protetto.
Bozzelli lavora con una delicatezza quasi disarmante. Non c’è mai un gesto eclatante, mai un’esplosione emotiva. Tutto si gioca negli sguardi, nelle esitazioni, in quei piccoli movimenti del corpo che precedono un contatto. Il “posso-non posso” è il vero motore del film.

La fotografia è caldissima. Un’estate quasi troppo satura, quasi soffocante. I colori tendono al giallo, all’arancio, come se il sole non smettesse mai di battere sulle pareti. È una scelta che potrebbe risultare insistita per qualcuno, ma che funziona come stato d’animo: quel caldo opprimente diventa tensione emotiva. I corpi sembrano sciogliersi, perdere rigidità, diventare vulnerabili.

Amateur – Senza fretta

In Amateur succede poco. Ed esattamente questo “poco” è il cuore del film. Non c’è una trama che avanza, non c’è una svolta narrativa. C’è una stanza, due adolescenti e il tempo che si dilata. Ma proprio in quell’assenza di eventi, il desiderio prende forma.
Serena si lascia filmare. Sorride. A volte abbassa lo sguardo. C’è un misto di imbarazzo e complicità nei suoi occhi. Ma quanto è consapevole di ciò che sta accadendo? Quanto è gioco e quanto è esposizione emotiva? Il film non chiarisce mai del tutto.
E poi c’è il dubbio su Christopher. È davvero interessato? O sta semplicemente testando il potere dello sguardo? Il suo gesto iniziale potrebbe essere letto come timidezza, come incapacità di affrontare frontalmente un sentimento. Oppure come una forma sottile di controllo. Filmare significa scegliere cosa mostrare e cosa escludere. Significa costruire un’immagine dell’altro.

Il titolo, Amateur, risuona allora su più livelli. Non parla soltanto di inesperienza sessuale. Parla di inesperienza emotiva. Di quella fase in cui non si sa ancora distinguere tra curiosità e desiderio, tra gioco e coinvolgimento reale. È l’età in cui si sperimenta, si osserva, si prova senza sapere davvero cosa si sta cercando.
C’è una malinconia agrodolce che attraversa tutto il cortometraggio. Quella sensazione tipica delle estati adolescenziali, quando ogni incontro sembra potenzialmente decisivo e insieme fragile. Forse per Serena potrebbe essere una prima volta, almeno sul piano emotivo. Il film lo suggerisce senza mai affermarlo apertamente. E proprio in questa sospensione trova la sua forza.

Amateur – Non per questo è da buttare

Bozzelli non giudica i suoi personaggi. Non ironizza su di loro. Li osserva con una distanza rispettosa. Non c’è voyeurismo, non c’è compiacimento. Solo una macchina da presa che resta ferma abbastanza a lungo da permettere allo spettatore di sentire il peso di quel silenzio.
In un’epoca in cui l’intimità è spesso immediata, esibita, accelerata, Amateur sceglie la lentezza. Sceglie il tempo dell’esitazione. Sceglie il desiderio che non esplode, che non si consuma. Si forma. Si osserva. Si mette alla prova.
Sfocia, non esonda.

E forse è proprio questo il gesto più interessante del cortometraggio: raccontare il momento prima, e accennare il momento dopo. Mai focalizzarsi sull’atto in sé. Sono i respiri che precede i baci. Gli sguardi che durano un secondo in più del necessario. Gli arti che si avvinghiano e si scoprono. Le mani, che curiose si allungano.
E poi la quiete. Per qualcuno sincera, per qualcun’altra solo apparente.
Ma pur sempre quiete rimane. Anche perché fuori fa caldo, e le forze sono poche.
Non è un film che cerca di stupire. È un film che chiede di restare. Di abitare quella stanza afosa e di ricordare quando anche noi non sapevamo ancora cosa fare del nostro desiderio.
L’estate che non osa è forse la più vera.

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