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Monica Bellucci, un caso italiano fuori dall’ordinario

La diva italiana più famosa all’estero, la modella diventata attrice, l’icona di bellezza

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L’ha lanciata Oliviero Toscani su Elle Francia, nel 1988. Tutta la vita artistica di Monica Bellucci è stata legata a nomi di prestigio, lungo un cammino che, in retrospettiva, mette in crisi ogni tentativo di classificazione o ridimensionamento della stella italiana più internazionale degli ultimi trent’anni.

Un volto simmetrico, una fisicità importante, capelli scuri: nella sua presenza si riscontrano sin da subito le caratteristiche della bellezza italiana femminile. Stephen Gundle ne parla nel suo celebre libro Figure del desiderio come l’erede delle maggiorate anni Cinquanta. In effetti, lei stessa ha parlato di Loren, Lollobrigida e Mangano come delle ragioni che l’hanno spinta a innamorarsi del cinema.

La moda l’ha resa famosa, l’ha resa visibile, e tuttavia ha rischiato di limitarne il raggio d’azione. Bellucci ha sostenuto più volte di come la sua provenienza da quel mondo l’avesse in un certo senso marchiata, avesse posto negli altri un’idea precisa di cosa potesse o non potesse fare. Parlava della fotografia come una recita, un gioco ambiguo tra fotografo e modella. Il cinema è sempre stato nel suo orizzonte.

Monica Bellucci: l’italiana più internazionale

Decide di spostarsi in Francia, nel 1995. Questo decentramento ne ha decretato il successo e stabilito, già trent’anni fa, l’andamento della carriera. Nemo profeta in patria, e i francesi, forse meno sulle difensive, l’accolgono.

Nei suoi primi ruoli c’è molto di quello che ritornerà nei decenni successivi. Il mistero, la seduzione chiaramente, ma soprattutto un certo gusto, una sensibilità underground che è il vero cuore delle sue scelte artistiche.

La maggior parte del grande pubblico, certo, la riconosce per i successi mainstream. Il primo contatto con Hollywood è con Under Suspicion, un thriller costruito tutto sull’ambiguità. Lei è una moglie giovane, troppo giovane e troppo bella, che non si fida più del marito, cui dà il volto Gene Hackman. Una certa impassibilità espressiva caratterizza la sua interpretazione, e tornerà in altri successi. In Matrix Revolutions e Matrix Reloaded, per esempio: decine di milioni di spettatori la vedono nel ruolo di Persephone. In Spectre, dove interpreta la più anziana Bond Lady della storia, cinquantenne bellissima protetta da Daniel Craig (più giovane di lei di diversi anni).

Eppure, la sua maturazione come attrice va al di là dell’oggettivazione, centrale nel suo ruolo più noto, nella Malena di Tornatore, e trova il suo spazio in un cinema più ai margini. In Dobermann, per esempio, nel ruolo di una donna sordomuta che stabilisce una relazione con un rapinatore di banche (il celebre ex marito Vincent Cassel). Un film-fumetto pieno d’azione e di violenza, con protagonista una banda di soggetti che deviano dalla normatività. Ancora, nel controverso Irréversible di Noé, che fece scandalo a Cannes.

La regina del nuovo millennio

Sono gli anni d’oro di Monica, i 2000. Protagonista in Francia e a Hollywood, gira nel ruolo di Maria Maddalena La passione di Cristo, che incassa più di 660 milioni di dollari e la vede recitare in aramaico. Una propensione alla poliglossia che le ha aperto molte più strade di quanto avrebbe potuto fare una permanenza nel Belpaese.

Nel 2006, in occasione della Festa del Cinema di Roma, di cui è madrina, la polemica. Boncompagni ne parla come di “una bella ragazza, ma niente di più”. Enrico Vanzina ne prende paternalisticamente le difese, sostenendo che “le star non sono mai le migliori attrici della loro generazione”. Non le viene perdonato l’ingresso dal retro, l’aver saltato la fila della gavetta.

Una notorietà conquistata con la bellezza: non ci vuole molto a fare la modella. Lo dice Bellucci stessa, solo tanta fortuna e la voglia di saper prendere le occasioni al volo. I suoi limiti sono evidenti, soprattutto quando è la voce a dover sostenere la recitazione. Una modella comunica con il volto e con il corpo, ma con gli anni lei è cambiata, migliorata.

Il cinema di genere, il cinema di nicchia, i film europei lo dimostrano molto più dei ruoli nelle grandi produzioni americane.

La diversione dal tema della donna fatale

Così, è quando la vediamo fare di tutto per salvare il proprio figlio nel thriller francese L’eletto che parteggiamo per la sua interprete, terrorizzata ma incrollabile. È quando la vediamo non riconoscersi allo specchio, e perdersi nei meandri di una mente spezzata dai ricordi rimossi in Non voltarti che scorgiamo dentro di lei una passione. Una sofferenza comunicata, una sensibilità per l’angoscia, per il perdersi dentro un personaggio, una storia. Che poi è il cuore del cinema.

Per Ville Marie, film canadese del 2015, è premiata come Miglior Attrice al Festival del cinema di Dublino. Ancora una volta una madre, una madre assente, con un segreto che le pesa sul cuore, mentre gira un film sulla sua vita. La vediamo con la parrucca bionda e i vestiti glamour di una diva, e la guardiamo struccarsi nel bagno di un ospedale. Una messa in scena un po’ didascalica, ma efficace, di un atto di denudazione della stessa star italiana.

Una carriera che l’ha condotta lontana dalla sua Città di Castello, ma anche lontana dalla possibile atrofizzazione del suo divismo nel ruolo dell’eterna bellissima. Della donna seducente e misteriosa. Della inarrivabile femme fatale. Che ha fatto, anche in Le deuxième souffle, nella più classica dinamica del neo-noir francese. Ma da cui si è discostata, per esempio interpretando Luisa Merida in Sanguepazzo, di Giordana, a fianco di Luca Zingaretti.

Donne spezzate, agitate da sentimenti contrastanti. Personaggi controversi, pronti a sostenere fino all’ultimo la parte sbagliata, o incapaci di fidarsi persino di se stesse. Severe, materne, leali, ma sempre portatrici di scompiglio.

In Sanguepazzo (2008)

Monica Bellucci: un volto che tutti conoscono

In questo, forse, un aggancio con le grandi dive di sopra c’è. Le unruly women del dopoguerra, dopotutto, mettevano a soqquadro una società che non sapeva come approcciarsi a una femminilità nuova. Che sia la mondina che sogna l’America di Mangano, la stracciona dal cuore d’oro di Lollobrigida o la truffatrice romana di Loren. I personaggi di Monica Bellucci, in modo riaggiornato e più drammatico, se vogliamo, ritornano lì.

Colgono in contropiede i loro vicini, si impannano, sbagliano. Sanno rialzarsi, ma non sempre. C’è molto di più di Malena, bella, tragica, importante ma muta. C’è un’attrice che, considerata tra le più belle del cinema di sempre, non ha certo eguagliato il talento delle grandi icone italiane, né il loro eterno successo. Eppure, resta l’unica, fra le italiane (e gli italiani) che ha saputo costruirsi il suo spazio ed essere riconosciuta a livello internazionale. Dai tempi di Claudia Cardinale, dagli anni Settanta in cui la televisione ha tolto tanto pubblico al cinema.

Oggi, madrina a Cannes, volto di Cartier e Dior, membro dell’Academy, Monica Bellucci rappresenta l’Italia all’estero. Che sia sul tappeto rosso dei BAFTA, nell’ultimo film di Tim Burton, Beetlejuice Beetlejuice (in cui è una magnifica ex-moglie rediviva) o recitando in un film tunisino (il candidato all’Oscar L’uomo che vendette la sua pelle).

Che piaccia o meno, sia sopravvalutata o sottoutilizzata, alla fine poco importa. Per tornare a Gundle, Monica Bellucci ha il suo pubblico. I suoi registi, le sue storie. Forse ciò che conta, dopo decenni, è che la ricordiamo tanto per i suoi ruoli quanto per i suoi inizi nella moda, per la sua bellezza. Potrebbe essere tutto quello che lei stessa desiderava, quando guardava Sophia Loren sul grande schermo. Essere un pezzettino di quell’Italia luminosa che da fuori si guarda con desiderio.

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