Interviews

‘Dom’ Intervista al regista Massimiliano Battistella

Nata come un fiore dalla terra

Published

on

Dom, di Massimiliano Battistella, in selezione ufficiale ai Nastri d’Argento Documentari per Il cinema del Reale, arriva nelle sale dal 1° marzo. Una produzione di Karma Productions.

Il film è stato presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori, Notti veneziane, in occasione della 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha poi partecipato al Sarajevo Film Festival e a Dok Leipzing, dove ha ottenuto la menzione MDR Film Prize.

Dom: l’assedio di Sarajevo

Il ritorno a Sarajevo di Mirela Hodo, rifugiata in Italia nel 1992 durante l’assedio della sua città. A soli 10 anni, con altri 66 bambini, lascia l’orfanotrofio Dom Bjelave sotto i bombardamenti. Il film ripercorre il viaggio che la porterà di nuovo a Sarajevo per riconciliarsi con il passato, alla ricerca della madre e della propria identità ferita. Tra i ricordi, gli incontri e le musiche di Nedim Zlatar, il film intreccia memoria personale e storia collettiva nel 30° anniversario della fine dell’assedio. [sinossi ufficiale]

Il passato e il presente, il campo e il controcampo

Massimiliano Battistella, nato a Roma nel 1985, è regista e autore di diversi cortometraggi e mediometraggi, come il documentario Pierrot sui binari, premiato in diversi festival internazionali. Con Dom, il suo primo lungometraggio, realizza un’opera realistica, che poggia su un antefatto storicamente accaduto, per poi valicare i confini della realtà, dialogando tra passato e presente, universale e individuale, campo e controcampo. La realtà si squarcia e mostra un viaggio alla ricerca dell’origine, per sanare la cicatrice della tragedia della guerra. 

La storia di Mirella parte dalla premessa dell’assedio di Sarajevo, iniziato nel 1992 e concluso nel 1996. Il più lungo della storia contemporanea, con circa 12mila vittime e oltre 50mila feriti, la stragrande maggioranza civili.

È, probabilmente, l’apice di una guerra, scoppiata nel cuore dell’Europa, la prima dopo la fine del secondo conflitto mondiale e la prima vissuta dalla generazione nata negli anni Ottanta, come te che, all’epoca dei fatti eri un bambino e per la prima volta vedi la guerra attraverso le immagini trasmesse dai notiziari televisivi e dalla stampa. In Dom quella guerra diventa un’occasione per riflettere sulle guerre di oggi?

Una storia di accoglienza

Quel conflitto resta di stringente attualità e chi come me è nato negli anni Ottanta, nonostante fossi solo un bambino, ho percepito l’importanza di quella guerra, che ha segnato per sempre l’intero continente europeo.

Quella di Dom è una vicenda specifica in un contesto di guerra molto particolare. Una storia incredibile, con protagonisti dei bambini che vengono sradicati dalle loro vite, per metterli in salvo. Lasciano la propria terra, assediata dalla guerra e vengono raccolti in un altro Paese, con una diversa cultura, una diversa lingua, una diversa religione.

È una grande storia di separazione, di perdite, di eco di una guerra che ha segnato un’epoca. Allo stesso tempo, Dom è anche la storia di accoglienza che coincide con il nostro punto di vista, con chi viveva dall’altra parte dell’Adriatico, che assisteva alla guerra e all’assedio di Sarajevo con un senso di impotenza. Così si è cercato di fare qualcosa per restituire dignità a quella generazione ormai devastata dalla guerra. Di fronte a questo materiale narrativo e, soprattutto emotivo, mi sono posto in maniera estremamente soggettivo, cercando di conservare tutta la complessità della questione.

La guerra e l’infanzia

Con estremamente soggettivo ti riferisci allo sguardo di Mirella che guida l’intera narrazione del film?

Esattamente, per scelta ho raccontato la storia attraverso i suoi occhi che hanno rivisto il passato attraverso il presente. In questo meccanismo ho scelto di adoperare la soggettiva, per poi estendere lo sguardo, accogliendo qualcosa di più vasto e giungere all’universale, ma ripeto: il punto di partenza sono stati gli occhi di quella bambina che, nel 1992, lasciava la sua Sarajevo e arrivava in Romagna.

È qui che poi Mirella cresce, diventa donna, si costruisce la sua vita, la sua famiglia. Nonostante le difficoltà, trova la forza e il coraggio di andare avanti e superare l’abbandono da parte di sua madre e supera anche lo sradicamento dalla sua città natale, mentre viveva all’orfanotrofio di Dom. Anni difficili, che coincidevano con l’infanzia. La sua esperienza, il suo vissuto mi ha insegnato che tutto è possibile, anche quando si parte dal nulla.

Mirella ha trovato la forza di adattarsi a una nuova vita in un altro Paese, è per questo la sua storia è incredibile, come quelle di tanti altri bambini che erano lì con lei. Estendendo il discorso, è innegabile che storie simili stanno ritornando e le stiamo rivivendo.

Quella guerra, infatti, ha causato, oltre alle vittime, 2 milioni di profughi, numeri tristemente simili alle guerre oggi in corso.

La Resilienza durante l’assedio

Esattamente, è stata una guerra, durata tre anni e mezzo, che ha messo in crisi l’intera Europa e inoltre resta, ancora oggi, una non ammissione delle nostre colpe, perché, secondo il mio parere, siamo stati immobili e così facendo abbiamo perso tutti. Allo stesso tempo, però, ho percepito, confrontandomi con chi ha vissuto l’assedio di Sarajevo in prima persona, una grande resilienza.

I saraievese in quei giorni hanno dimostrato tutta la loro straordinaria forza. Nonostante le difficoltà, hanno continuato a vivere, cercando di proseguire la loro quotidianità e ritengo molto significativo il fatto che proprio durante quel conflitto sia nato il Sarajevo Film Festival. Tutto ciò ci impone una condizione di ascolto e di rispetto nei loro confronti, che ci offrono una straordinaria occasione per farci capire che la Resistenza non è una cosa astratta, ma che attraversa, materialmente la quotidianità, attraverso anche i canali dell’arte, come la musica, il teatro e il cinema.

Il film inizia con Mirella che cerca di contattare sua madre, da lì a poco inizia il viaggio verso l’altra casa, quella di Sarajevo che quasi non ricorda più. L’obiettivo di questo percorso è il ritrovamento della propria mamma?

La riconnessione con le radici

Senza dubbio la ricerca della figura materna è stato un fattore determinate. La mamma, come in tutti gli esseri umani, svolge sempre un ruolo necessario che coinvolge le parti più profonde del nostro io. Ma la ricerca di Mirella ha come scopo principale il ritrovamento della madre terra. Il suo è un tentativo di riconnessione con le proprie radici. Un collegamento, probabilmente non spezzato del tutto, ma sicuramente ferito dagli anni della guerra.

Durante il viaggio Mirella ritrova il legame con Sarajevo, con i profumi della sua terra, con gli amici, le sorelle e i fratelli dell’orfanotrofio. Intraprendere questa peregrinazione è stato un passo fondamentale per la sua esistenza e una grande emozione anche per noi che abbiamo seguito Mirella in questa esperienza. È stato un accompagnarci in questa scrittura filmica, un ascolto reciproco, mai forzato, tenendo sempre presente di non anteporre il film alla vita di Mirella, anzi abbiamo scelto di guidare la narrazione proprio attraverso il suo vissuto e cercare di dare sostanza al suo sentire, al suo amore, sospeso in due luoghi, tra il passato e il presente, facendo percepire la sua vita, come un dono, simile a un fiore che nasce dalla terra.

La percezione di due tempi vissuti da Mirella trova una completa rappresentazione visiva nel film, attraverso l’uso che fai delle immagini di repertorio. Un esempio: quando la protagonista di Dom è in partenza, ai preparativi per il viaggio seguono le immagini che mostrano Sarajevo nei giorni dell’assedio. Questo uso del montaggio ci suggerisce che Mirella compie, non solo un viaggio nello spazio, ma anche e nel tempo?

Dom: La geografia dello spazio e del tempo

Si, ho pensato che questo continuo andirivieni tra presente e passato potesse restituire al meglio il sentimento di Mirella. Non solo c’è una geografia dello spazio, ma anche un’altra del tempo. La linea temporale del presente si interrompe e le immagini di repertorio del passato fanno irruzione per dare voce all’interiore.

È un percorso emotivo che abbiamo cercato di sottolineare con un il linguaggio cinematografico, utilizzando il formato 4:3, che coincideva con quello degli inserti di repertorio, così si è creato un collegamento simbolico e materiale tra i due piani narrativi: realtà esteriore – realtà interiore, presente – passato.

Inoltre, in alcuni casi le immagini di repertorio sono state trattate con delle sporcature, giocando con i fuori fuoco, nel tentativo di creare una specie di nebulosa, dando un senso di opacità del passato. Il mio obiettivo era quello di dare l’impressione di un viaggio che si svolge tra la realtà e il sogno. Ho usato le immagini di repertorio come fossero i ricordi di Mirella, che mostrano lei e gli altri bambini ai tempi dell’orfanotrofio e così ho provato anche a esplorare la sua infanzia spezzata, attraverso un linguaggio visivo che ha qualcosa di surreale per confluire in un flusso interiore.

Questo continuo rimandare tra presente e passato, realtà e sogno, esteriorità e interiorità trova una totale corrispondenza tra le due principali tipologie delle immagini di repertorio utilizzate. La prima ci mostra Sarajevo nei giorni dell’assedio, la seconda, invece, Mirella da bambina che giunge in Italia. È stata questa una scelta voluta?

Lo sguardo dei bambini

Assolutamente si. Sono due grandi archivi, l’uno privato e l’altro che appartiene a una sfera decisamente più pubblica. Entrambi mi hanno colpito, perché hanno una focalizzazione ad altezza bambino e questo punto di vista corrispondeva con la mia ispirazione, raccontare questa storia attraverso gli occhi di un bambino e in particolar modo gli occhi di Mirella bambina.

Mi sono sentito attratto da questo materiale d’archivio, proprio perché in esso ho ritrovato il senso di un’infanzia molto densa. Immagini girate dalle educatrici, che accolgono Mierella in Romagna e gli altri bambini giunti da Sarajevo. Li vediamo mentre giocano e cantano quel tema musicale, che torna in diverse occasioni del film, per aprire un spiraglio di suoni, fondamentale per l’intera narrazione.

Poi ci sono le immagini dell’altro archivio, quello definito pubblico, dove viene mostrata Sarajevo durante l’assedio. La particolarità di queste immagini è quella di mostrare la quotidianità della città durante la guerra, senza mai far vedere il conflitto vero e proprio. È stata una mia precisa volontà, non volevo assolutamente estetizzare la guerra. Piuttosto, il mio interesse è stato rivolto verso lo sguardo infantile, come luce riflessa, una sorta di sentire gli effetti della guerra sulle persone, in particolar mondo sui bambini. È stata una scelta etica non mostrare la guerra, limitandomi, in alcuni casi a far sentire il suono della guerra che, in un certo senso, è ancora più potente,

Una storia Universale

Dom è stato realizzato con il metodo dello  psicodramma, cosa ci puoi dire a riguardo?

Grazie alla collaborazione con Lisa Pazzaglia abbiamo applicato questo metodo che è stato fondamentale nell’ascolto. L’esperienza di Lisa, che ha lavorato soprattutto con persone in detenzione, ci ha fornito i giusti strumenti per gestire la temperatura emotiva tra il dentro e il fuori scena. È stato un aspetto della realizzazione molto importante, che ha consentito di conservare l’etica nell’estetica del film.

Sono stato molto colpito dai titoli di coda del film, in cui mostri i personaggi, o meglio i testimoni che Mirella incontra nel suo viaggio. Questi vengono fatti vedere con un prima e un dopo, un’ulteriore conferma al dialogo tra passato e presente, ma è anche una volontà di ribadire l’universalità di questa storia?

La forza di Mirella

È stata una specie di missione, condivisa con la montatrice Desideria Rayner, che ha fatto un grande lavoro, di far rivivere a quelle persone il loro passato e universalizzare la storia di Mirella e il suo sguardo in soggettiva.

In questo modo abbiamo provato a creare una specie di sliding doors, riportando gli spettatori, ma soprattutto le persone incontrate nel viaggio, in quel momento cruciale della loro vita, quando alcuni bambini dell’orfanotrofio, tra cui Mirella, salirono sul quel autobus diretto in Italia e altri rimasero a Sarajevo.

Ciò scaturisce, all’interno della narrazione, una questione molto sentita dagli abitanti di Sarajevo, come Mirella: il senso di colpa di lasciare la propria terra per mettersi al sicuro, mentre altri rimangono all’orfanotrofio, assediato dalla guerra. Questa condizione ha creato un senso di colpa, una ferita interiore che ha allentato il collegamento di Mirella con le proprie radici.

Il film adotta il punto di vista di Mirella, ma racconta un’esperienza comune, condivisa dagli altri bambini, oggi donne e uomini che, come la protagonista di Dom hanno vissuto i giorni dell’assedio, la guerra e l’orfanotrofio. Tutti loro hanno vissuto realtà complesse, variegate, ma simili alla base. Ciò che mi ha spinto a concentrarmi su Mirella è stata la sua energia che mi ha immediatamente travolto.

Le proiezioni di Dom

1/3 h 20.30 Fulgor – Rimini

2/3 h 20.45 Nuovo Sacher – Roma

3/3 h 19.30 Rossini – Venezia

4/3 h 21.30 Anteo – Milano

5/3 h 20.30 Centrale – Torino

5/3 h 21.00 Farnese – Roma

6/3 h 20.45 Ariston – Firenze

8/3 h 20.45 Arlecchino – Bologna

10/3 h 21.00 Modernissimo – Napoli

11/3 h 19.30 Rouge et Noir – Palermo

12/3 h 20.30 Odissea –  Cagliari

Exit mobile version