Dal ventriloquo, al chitarrista metal fino al cantautore, il regista Giacomo Triglia, racconta Brunori Sas: Il tempo delle noci, attraverso un documentario personale ed intimo. Una complicità tra regista ed artista percepibile sin dall’inizio della prima inquadratura. Il documentario presente al Sudestival, già presente sulla piattaforma RaiPlay, è stato mostrato per la prima volta alla Festa del Cinema di Roma nell’ottobre 2025.
L’opera cinematografica non ha solo il fine di omaggiare Dario Brunori, bensì di rappresentare un vero viaggio creativo e personale dell’artista. La veridicità nasce proprio dal fatto che Triglia e Brunori posseggono questa amicizia speciale di quasi due decenni. I due attraversano intere sessioni di registrazione, materiali d’archivio e frammenti di vita quotidiana, fino a dare forma al vero e proprio lavoro. Il desiderio di creare Brunori Sas: Il tempo delle noci nasce dalla volontà di voler raccontare la lavorazione de l’albero delle noci. Un disco estremamente importante per l’artista, che presenta come copertina una noce blu su sfondo giallo. Due colori che assieme rappresentano l’armonia tra opposti. Difatti, non a caso il blu è un colore freddo, mentre il giallo è caldo. Quest’ultimo rappresenta un colore che ci dona speranza e vitalità, al contrario del blu che ci trasmette introspezione e malinconia. Un viaggio emotivo complesso, che ci permette di trovare la luce anche dopo un percorso tortuoso.
Un documentario che non ha paura di mostrare la crisi
Infatti, come ci dice Brunori all’inizio di Brunori Sas: Il tempo delle noci non si tratta di un documentario unicamente positivo, bensì di una reale rappresentazione, includendo anche i momenti difficili della carriera.
“Secondo me nel documentario dobbiamo mettere una parte. In cui la crisi viene vista… ci vuole un momento drammatico In cui c’è musica di violini, io che guardo un po’ nel vuoto.”
Se la crisi viene vista come il punto di partenza, il borgo di San Fili rappresenterebbe il luogo della guarigione. Il documentario ci mostra come Brunori, insieme alla compagna Simona Marrazzo, abbia scelto di trasformare la propria terra d’origine in un quartier generale creativo. Un atto coraggioso, quello di vivere, anzi di decidere di mettere le proprie radici in Calabria. Proprio quando l’industria batte principalmente a Milano. Scopriamo dunque che il vero centro artistico non deve essere unicamente quello percepito dalla massa, bensì da dove ci sentiamo più a casa. Specialmente dopo l’arrivo della figlia Fiammetta. Anch’essa un arrivo essenziale per comprendere la sua identità sia artistica che personale.
La paternità agisce come un setaccio: separa ciò che è superfluo da ciò che è essenziale.
“Mi sono chiesto che importanza avesse la musica nel momento in cui diventavo padre”
Confessa l’artista, rivelando che proprio quella fragilità è diventata la linfa per i nuovi pezzi.
Sinigallia e il superamento dell’intuizione in Brunori Sas: Il tempo delle noci
Il viaggio creativo de L’albero delle noci non sarebbe potuto essere completo senza la figura di Riccardo Sinigallia, produttore romano che appare come un “supertestimone” austero ed onesto. Il loro legame viene percepito come un sodalizio che va oltre la musica stessa. Un affetto che può definirsi una sfida intellettuale.
“Il disco rappresenta il mio primo tentativo di non cogliere solo l’intuizione iniziale, ma di lavorarci sopra cercando qualcosa di meglio.”
Questo passaggio è cruciale sia nella vita di Brunori stesso, ma anche di conseguenza nel documentario di Triglia. Il regista riprende infatti le discussioni, i silenzi e gli arrangiamenti meticolosi, mostrandoci che la bellezza richiede tempo, proprio come il vino Guarnaccino che Dario produce nella sua azienda agricola. Non c’è differenza tra una botte e una chitarra: entrambi devono “invecchiare” per dare il meglio.
Anatomia di un Cinema della Ricerca
Il lavoro di Giacomo Triglia si distingue per quella che potremmo definire un’estetica della persistenza. Al contrario del documentario musicale classico che tende verso il successo finale dell’artista. Lo stesso approccio che abbiamo visto nel suo documentario precedente Che verso fa il pesce spada?. Il regista sceglie sempre di entrare dentro le storie piuttosto che rimanere sulla sola estetizzazione. Sebbene come ben sappiamo i soggetti siano diversi, dunque da un lato il cantautore pop e dall’altro ricercatore di suoni, lo sguardo rimane coerente.
In entrambe le opere, Triglia adotta quello che potremmo definire un approccio immersivo: non osserva il soggetto dall’esterno, ma entra a far parte della sua “ciurma”. Se in Che verso fa il pesce spada?Peppe Voltarelli chiede esplicitamente di non essere trattato da turista per comprendere l’anima di Scilla, in Brunori Sas: Il tempo delle noci, Triglia sfrutta l’amicizia ventennale con Dario per annullare ogni filtro.
È qui che il cinema della ricerca si palesa veramente: non si cerca solo una canzone o un suono animale, si cerca una verità umana che spesso risiede nel silenzio. Mentre Voltarelli insegue il verso impossibile di un pesce per elaborare il ricordo di Lucia, Brunori insegue l’intuizione giusta per raccontare il suo nuovo mondo. Per il regista, il paesaggio non è mai solo uno sfondo, bensì la passerella di 32 metri dei pescatori di Scilla che possiede la stessa funzione narrativa del noce nel giardino di San Fili.