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‘Rambo 2’ – Per non essere dimenticati

John Rambo da dove lo avevamo lasciato: un concentrato di azione, esplosioni e spirito anni ’80

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Sylvester Stallone torna nei panni del guerriero, incubo dei vietnamiti, John Rambo in Rambo 2 – La vendetta, nel 1985, co-sceneggiandolo con James Cameron e per la regia di George Pan Cosmatos. In pieno stile anni ’80, capelli lunghi, un corpo muscoloso e lucido che avrebbe potuto competere con una pietra se lanciato sull’acqua, il film fu un successo, tanto che quell’anno salì sul podio per incassi.

Il risultato del botteghino è attribuibile in parte al seguito di un grande primo film, un po’ perché la gente ancora andava al cinema e un po’ perché Rambo 2 è estremamente coerente nella sua forza didascalica di action movie di quegli anni. Con un ritmo serrato che ci trasporta nella giungla accanto a una bestia feroce per un’ora e mezza, è così iconico e “rambesco” che ancora oggi qualcuno sta andando a prendere i “disgraziati” che si ritrovano Murdock come cognome.

Rambo 2: un nuovo inizio

L’immagine si apre con l’eroe rinchiuso in una prigione ai lavori forzati. Una guardia lo porta al cancello per parlare con il colonello Trautman, mentore di Rambo che nel finale del primo lo convince ad arrendersi. Se prima il colonello l’ha fatto arrendere e dunque rinchiudere (per il suo bene), ora gli offre la libertà per tornare in quella che è stata definita come casa sua, ovvero la tundra del Vietnam.

L’alter ego di Stallone ci mette poco a tornare in carreggiata e ci si potrebbe chiedere come mai, dal momento che vive relativamente tranquillo e apparentemente in forma, nonostante spacchi le pietre sotto il sole. La risposta è semplice: perché glielo chiede Trautman, figura importante, paterna e simbolica. Il colonello non ha solo un rapporto speciale col suo fidato, ma è un simbolo, è l’immagine in divisa dei commilitoni che, come Rambo, hanno combattuto e si portano appresso i propri traumi.

“Io mi fido solo di lei, come sempre signore”, dice Rambo a Trautman prima di partire.

Nel briefing iniziale viene presentato il capo dell’operazione, Marshall Murdock, che parte subito con il piede sbagliato. È vestito in abiti civili a differenza degli altri e la sua figura viene accostata alle nuove tecnologie, a un’innovazione e cambiamento cui il protagonista è incompatibile e restio. La missione prevede di scattare delle foto a dei campi nei quali si sospetta vi siano prigionieri americani. Nessun salvataggio in programma, follia per uno come Rambo.

“Io credo che la mente sia l’arma migliore.”

Un quarto d’ora in minutaggio e il nostro reduce è già in Vietnam.

Sviluppi

Congiunto con la sua controparte vietnamita, Co Bao (Julia Nickson-Soul), un’affascinante guerriera autoctona, i due si dirigono verso l’obiettivo su una simil gondola guidata da mercenari, mentre attraversano il Canal Grande, detto Mekong. Su questa tratta si rendono conto di avere molto in comune. Entrambi combattono per motivi simili: lei vorrebbe fuggire e andare in America per una vita serena, lui per difendere e servire gli Stati Uniti. Il paese a stelle e strisce occupa un ruolo fondamentale nel loro scambio, come nella ratio del film stesso.

Da questo dialogo fuoriesce del tenero e Rambo si espone mostrando la sua parte più fragile e sola. Si definisce inesistente, “expendable” in inglese. Un rimando al suo “valore”, in quanto veterano, e a quello dei suoi compagni. “Rambo, tu esisti per me”, gli risponde Co Bao.

Ebbene, Rambo trova i prigionieri e riesce a portarne uno con sé. Il lungometraggio non sarebbe stato tale se non fosse stato tradito dal colletto bianco, in quanto a neanche un’ora dall’inizio, l’estrazione guidata da Trautman stava per salvarli, ma Murdock richiama la spedizione prima che possano caricarli. È stato tradito anche dai mercenari che guidavano il battello sul fiume, ma se essere traditi da terzi fa male, essere traditi dagli alleati fa malissimo.

La rivolta

Scoppia uno scontro al campo base tra Murdock e Trautman, burocratico contro militare, il colonello smaschera l’operazione come farsa e il primo mostra il suo menefreghismo verso i veterani, in nome di reputazione e soldi. Tuttavia non aveva calcolato bene il fattore Rambo, che nel mentre si stava facendo un bagno di fanghi in un campo dei Viet Cong.

“Sperate che qualche esaltato si sdrai davanti la casa bianca a chiedere quattro miliardi di dollari per qualche prigioniero ormai dimenticato?!”, fa Murdock a Trautman.

I Russi che supportano i guerriglieri del Vietnam da dietro le quinte arrivano e torturano Rambo, famosa scena in cui viene pronunciata la battuta: “Murdock, sono io che vengo a prendere te”. Il protagonista si ribella verso quel sistema corrotto del proprio Paese che lo ha messo in quelle condizioni e comincia un nuovo viaggio, una vendetta “tutta americana”.

Co Bao viene in salvo del suo amico e riescono a fuggire. In un momento di respiro, si promettono di ritornare insieme negli States, tuttavia se il sogno di una vita tranquilla in America comincia con Co Bao, con lei finisce. Un soldato vietnamita la colpisce con il suo kalashnikov lasciandola galleggiare in acqua in perfetto stile Ophelia (J. E. Millais), e riporta Rambo nella propria realtà privandolo di ogni speranza.

Russi e vietnamiti non hanno scampo, Rambo torna iracondo a fare quello che sa fare meglio: uccidere. L’azione e i proiettili si sprecano. Sopravvissuto a una quantità di situazioni assurde, combattimenti e fatiche, che anche uno come Sisifo preferirebbe risparmiarsi, torna alla base con un elicottero rubato e con i soldati che tenevano prigionieri.

Rambo simbolo e portavoce

Rambo atterra, esce con una mitragliatrice in braccio e, dopo aver colpito il pilota dell’elicottero che l’ha lasciato a terra, entra nella sala dei computer e scarica tutti i colpi su di questi. John Rambo si libera e manda a quel paese il sistema intricato burocratico, appartenente alla categoria dei colletti, la gente, cioè, che l’ha tradito e che rispecchia quella parte di America in antitesi con lui. Si dirige senza remore verso Murdock e, con un certo charm e coltello, lo convince a trovare gli altri prigionieri, lasciandolo in vita.

Uscendo viene fermato da Trautman, che gli offre di tornare a lavorare con lui. Al rifiuto di Rambo, il colonello gli dice che non c’è ragione di odiare il proprio Paese nonostante gli sbagli, ma è qui che la parte più viscerale di Rambo come simbolo e portavoce si fa sentire: non odia il suo Paese, anzi morirebbe per questo.

“Io voglio, loro vogliono e ogni altro ragazzo che è venuto fin qui e ci ha lasciato la pelle vuole, che il nostro Paese ci ami quanto noi amiamo lui.”

Per non dimenticare

La riflessione posta sui veterani e la loro precaria condizione portata dalla pellicola era abbastanza attuale e in un paese come gli Stati Uniti potrebbe esserlo per sempre. Indubbiamente, non bisogna scordarsi dell’orrore della guerra vietnamita e anteporre la parte occidentale a quella orientale: il conflitto aveva infatti segnato entrambe le fazioni, ma solo una si mosse per attaccare l’altra, o una parte di essa. Senza semplificare troppo le dinamiche, rimane la volontà del film di porre l’accento sugli americani sacrificati, su quei soldati che sono stati mandati a combattere in un inferno da burocrati come Murdock, che, una volta persa la guerra, si sono ritirati e hanno dimenticato i propri reduci, se non con qualche medaglia da esporre in casa.

Insomma, Rambo 2 – La vendetta è un grido di rabbia e aiuto da parte di chi è caduto e di chi fa fatica a reggersi in piedi, i quali non vogliono essere dimenticati e lasciati indietro. La messa è finita, andate in pace, se potete.

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