Being John Smithè un film che solleva tanti interrogativi. Di chi è la vita che stiamo guardando quando il nome del protagonista è un segnaposto universale? È possibile rivendicare un’identità radicale se si viene etichettati dai propri genitori con il più banale dei nomi? E se l’archivio della memoria non fosse che un tentativo disperato di non sparire nel rumore della mediocrità anglofona?
Prima di immergerci nelle riflessioni di Being John Smith, però, è fondamentale capire chi sia l’uomo dietro la macchina da presa del nuovo documentario disponibile su Mubi. Non si tratta di un documentarista qualunque, bensì di una figura cardine del cinema sperimentale britannico dagli anni ’70 fino a oggi. Smith ha difatti passato cinquant’anni a smontare il linguaggio filmico attraverso un umorismo irresistibile. Dalle visioni ossessive di The Black Tower(1987), alla satira politica di Covid Messages (2020), Smith ha sempre usato il quotidiano come un laboratorio. È infatti maestro nel trovare lo straordinario nell’ordinario.
Vedere questo cortometraggio oggi non significa solo assistere alla sintesi della sua intera carriera. Rappresenta invece l’ultima lezione di un maestro che insegna come l’archivio non sia un deposito di certezze e come la narratività e le forme documentaristiche possano essere smontate ogni volta.
Il peso del nome e l’estetica dell’invisibilità
Cercare “John Smith cinema” online non porta a lui, bensì al John di Pocahontas o al nome fittizio di Jack Sparrow né I pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna. Il John Smith di cui parliamo è appunto un regista pieno di umorismo che ha solo cercato, negli anni, di creare la propria identità. Noi spesso diamo per scontata la nostra, ma se vivi nel Regno Unito e ci sono 30.000 persone che si chiamano come te, l’ idea di unicità allora cambia.
È accaduto una volta che, alla mensa, una signora fosse così felice di vederlo perché aveva appena sentito che un certo John Smith era morto: ed è questo il paradosso della sua intera vita. Cercare di essere autentico, ma con un nome, anzi con il nome più comune del Regno Unito.
In Being John Smith, la narrazione si fa molto biografica ma, paradossalmente, lo stesso biografico diventa un terreno di scontro politico. Inizialmente, il documentario ci accoglie con le rassicuranti linearità dell’archivio: dal bambino in braccio alla madre, alle pagelle scolastiche, fino all’ingresso timido in una scuola con i pantaloni corti. Sembra quasi il prologo di una vita convenzionale, ma Smith scava più a fondo. Il rifiuto verso il suo nome e la ricerca di una nuova identità lo porteranno alla ribellione: dalle gang ai capelli lunghi che poi gli costeranno l’espulsione.
Il subconscio che prende forma in Being John Smith
Ben presto il regista interrompe il flusso delle immagini d’archivio per intraprendere tutt’altra narrazione. Quello che sembra un viaggio nella sua biografia diventa una discesa nell’ inconscio:
“Comincio a preoccuparmi che questo film sarà troppo convenzionale, solo una voce fuori campo accompagnata da immagini esplicative… Temo che potrebbe non avere il peculiare umorismo e l’originalità formale dei miei primi lavori.”
Il regista decide dunque di utilizzare il documentario come subconscio della visione artistica, accettando con la sua ironia molto inglese la parabola della creatività, che spesso vede il suo apice nelle opere giovanili. Eppure, proprio mentre dichiara che il suo cervello potrebbe abbandonarlo, Smith dimostra una lucidità politica che smentisce ogni accusa di senilità conservatrice.
Lui stesso racconta che, mentre molte persone invecchiando si spostano a destra, lui si sposta sempre più a sinistra. Infatti la narrazione della sua vita privata viene bruscamente interrotta da cartelli testuali che gridano:
“Stop al genocidio. Cessate il fuoco subito.”
Lui continua a parlare, ma sopra uno schermo nero troviamo queste parole. Si tratta di una scelta narrativa originale che vuole dimostrare quanto la realtà di oggi possa censurarci. Che per parlare di argomenti come il genocidio a Gaza si debba ricorrere a questi escamotage. È la scelta di un regista in grado di comprendere quando la propria storia personale debba lasciare spazio all’orrore del mondo. Facendo un cinema che non può più permettersi l’autobiografia pura quando la storia irrompe nel presente.
La maledizione di essere uno su trentamila
Il finale di Being John Smith torna ossessivamente sulla questione del nome, portandola quasi su un piano kafkiano. Smith ricorda il desiderio giovanile di cambiare il cognome in Pledger, che suona come “piacere”, ma, dando ascolto un critico che gli consigliò di restare fedele alle sue radici, non lo fece mai. Oggi, nell’era degli algoritmi, questo fatto assume un peso ancora più straziante.
Il cortometraggio ci mostra dunque una carrellata di altri John Smith trovati online. Una metafora autoironica: vorrebbe parlare di sé stesso, ma alla fine finisce sempre per includere anche gli altri.
“Ma che sia vero o meno, posso affermare in tutta onestà che chiamarsi John Smith mina ancora la mia individualità e autostima praticamente ogni giorno.”
Being John Smith non è il racconto di un nome troppo comune, bensì la dimostrazione che l’identità non è mai un dato anagrafico. È un’opposizione continua contro l’omologazione, persino contro il proprio stesso nome.