Nel suo discorso di chiusura, Wim Wenders, regista tedesco di lungo corso e presidente della giuria della Berlinale ha tentato il tutto e per tutto. Nell’arco della manifestazione ha provato a ricucire una giornata segnata da forti tensioni. La sua affermazione principale è stata che il cinema può cambiare il mondo, ma non “in modo politico” nel senso tradizionale del termine. Secondo Wenders, i film operano su piani umani ed empatici differenti dalla sfera della politica istituzionale, e per questo, ha sostenuto,
“dobbiamo restare fuori dalla politica perché se facciamo film dedicati alla politica entriamo nel campo della politica; noi siamo il contro-peso della politica”.
Con queste parole, ha cercato di definire il ruolo dell’arte in un festival cinematografico. Non come strumento di schieramento diretto, ma come luogo di riflessione e di esplorazione delle esperienze umane.
La posizione non è nuova nel dibattito culturale. In un’edizione della Berlinale già fortemente attraversata da discorsi pubblici e contestazioni legate all’attualità internazionale, ha acceso una scintilla.
Una Berlinale “politicizzata” o “apolitica”?
La dichiarazione di Wenders è arrivata dopo una serie di domande durante la conferenza stampa inaugurale. Il tema verteva sulla politica nel cinema e, in particolare, sulla situazione a Gaza.
Quando gli è stato chiesto se la Berlinale e i cineasti dovessero esprimersi su tali questioni, Wenders ha ribadito che non può entrare direttamente nel campo della politica e ha ribadito che il ruolo dei cineasti consiste nel lavoro con le persone, non con i politici.
La posizione è stata subito oggetto di critiche da parte di alcuni registi presenti, come Emin Alper, che ha sostenuto pubblicamente l’impossibilità di separare arte e politica. Alper ha affermato che l’arte, e il cinema in particolare, non possono essere estranei ai grandi processi sociali e umani che attraversano il mondo.
Leggi anche: Berlinale 2026: Hollywood sfida il “silenzio” di Berlino su Gaza
Reazioni e polemiche
La reazione alle parole di Wenders non si è limitata al dibattito interno alla Berlinale. Decine di figure del mondo cinematografico internazionale, tra cui nomi come Javier Bardem, Tilda Swinton e Adam McKay, hanno firmato una lettera aperta critica nei confronti del festival per quello che hanno definito un “silenzio istituzionale” su questioni come il conflitto in Medio Oriente, accusando la Berlinale di non aver preso una posizione chiara su diritti umani e conflitti contemporanei.
Una parte del pubblico presente alla cerimonia di chiusura ha addirittura contestato le risposte della giuria, chiedendo apertamente riferimenti alla situazione di Gaza, portando l’evento ad assumere toni più accesi di quelli previsti.
La direttrice artistica Tricia Tuttle ha difeso sia la giuria sia la scelta di dare spazio a una grande varietà di prospettive, sottolineando che un festival internazionale non è una piattaforma per risolvere i conflitti del mondo, ma uno spazio dove “la complessità delle voci può essere ascoltata”.
Cinema resistente all’oblio
Nella cerimonia di chiusura, Wenders ha ribadito un’altra immagine chiave: il cinema come arte “resistente all’oblio”. Ha ricordato che il linguaggio della politica, seppure sempre presente nella storia della Berlinale, non definisce da solo il valore di un film. Ha evocato un cinema più lungo della “breve durata dell’attenzione” richiesta dai consumi digitali, sottolineando che il cinema sopravvive perché continua a porre domande sulla vita, sull’esperienza, sulla memoria umana.
È stata una metafora di chiusura che ha cercato di disinnescare la tensione, ma la discussione rimane aperta. La Berlinale 2026 finirà nella memoria come uno dei festival in cui la linea tra cinema e politica è stata interrogata con grande intensità, con la giuria, e il suo presidente in particolare, al centro del confronto.